Dear MassariniPerché nessuno ha saputo raccontare la musica meglio di Mister Fantasy

Il grande successo della trasmissione ideata da Paolo Giaccio quattro decenni fa era dovuto alla novità dei videoclip, ma anche a un format capace di spiegare e divertire, facendo cultura. Intervista al conduttore, e nostro illustre opinionista

Carlo Massarini

L’arrivo del videoclip nel mondo della musica è stato, a suo modo una rivoluzione. Un cambio di paradigma, un nuovo scenario. Per la prima volta «i ragazzi si trovavano di fronte a qualcosa di mai visto. Era come arrivare da un altro continente e scoprire il cinema», spiega Carlo Massarini, che con il suo celebre programma “Mister Fantasy – Musica da vedere”, che andò in onda su Rai1 dal 1981 al 1984 inaugurò il primo spazio televisivo dedicato ai videoclip. Un ambiente per parlare di musica e di cultura della musica, ma soprattutto per mostrarla.

Fu un successo. Merito dell’idea (che ebbe Paolo Giaccio), del format, della tempistica, dell’ambientazione particolare. Ma merito anche dei video.

«Nascono come meccanismo promozionale. La stessa canzone poteva apparire su più canali, senza che il cantante dovesse fare maratone per presentarla. Fu una moltiplicazione dei pani e dei pesci». Ma al tempo stesso «fu la creazione di una nuova forma di arte, che univa le necessità pubblicitarie ad aspetti visuali nuovi» che arrivò a influenzare la televisione, la pubblicità (montando in battuta) e anche il cinema (allargandosi al quadro della cultura pop).

Ora, a distanza di 40 anni tutto è cambiato. «È passato del tempo, i videoclip non hanno più quell’aspetto di novità che avevano allora. Non ci sono più nemmeno programmi specifici che ne parlano e li presentano: MTV non ha più programmazioni interessanti e ha virato verso gli incontri e il dating. E, terzo aspetto, tutto è su Youtube. Ma lì l’offerta è vastissima, è un mondo incredibile e ci sono molte cose in più: concerti, sessioni di prova, interviste. Per scegliere di vedere il video vuol dire che questo è bellissimo, originale, particolare».

L’epoca d’oro è passata «ed erano gli anni ’90. Penso a quello che hanno fatto i Talking Heads, David Byrne e David Bowie, erano gli stessi artisti che avevano già manifestato interesse per la scena, per l’aspetto visuale della loro produzione». Per fare bei video poi non servivano i milioni, «bastava avere belle idee. Penso a quello di “Once in a Lifetime” dei Talking Heads, per fare un esempio».

Rifare oggi “Mister Fantasy”, «anche se in tanti me lo suggeriscono, con quella formula lì, a metà tra cultura e novità, non è più possibile». Un’idea potrebbe essere quella di fare un programma con selezioni raffinate di video, «che potrebbe anche essere divertente, soprattutto se ogni video viene spiegato, nei suoi codici espressivi e semiotici. Ma quale pubblico acchiappi così?».

La verità è che, dal punto di vista della cultura musicale, la televisione ha visto un impoverimento preoccupante. «Si potrebbe fare raccontando storie, ripercorrendo le vite degli artisti del rock o del blues, pensando a un rapporto organico e creativo con i social, che non siano ridotti soltanto a vetrina o a collezioni di like». In televisione «non si guarda al futuro e il rischio è che poi, quando arriva, non lo riesci a comprendere».

Al momento c’è Sanremo, c’è X-Factor, «che mi vanno bene e guardo volentieri. Ma manca del tutto un programma che faccia cultura musicale. Perché non si discute del rock, o del blues o del jazz? Perché, nonostante la musica sia la forma d’arte più coinvolgente in assoluto, non si riesce a trovare un format televisivo che sappia raccontarla?». Magari anche andando a ritroso, ripercorrendo le vie «della storia».

L’attenzione per il qui e ora, «che si vede anche nei programmi su altri argomenti, come ad esempio la politica», rischia di togliere il senso «della tridimensionalità, a far perdere di vista il passato, l’evoluzione, quello che è già successo».

È un discorso che vale anche per la musica e per la cultura in generale. «Ci si può accontentare di ascoltare le nuove canzoni, valutarle, dire “mi piace” o non “mi piace”». Ma per fare cultura «serve altro, serve molto di più. Bisogna sapere cosa è il rock, conoscerlo nelle sue estensioni, poi capirne le origini e i predecessori, cioè il blues e prima ancora il jazz. Se mi fai sentire 30 secondi di una canzone ti posso dire l’anno, o il decennio, e spiegarti se è interessante o se è un suono banale. Adesso invece vale tutto». Purtroppo.

Se “Mister Fantasy” manca a tanti, è anche perché si trattava di un programma originale e audace. «Nell’ultima puntata avevamo ospite Keith Haring, su suggerimento di Giaccio. A dimostrazione che sì, si parlava di musica ma si andava oltre, verso nuove esplorazioni. Haring aveva dipinto un affresco, 3 per 3, rosso su sfondo giallo. Contaminavamo, lasciavamo andare la nostra curiosità intellettuale». Forse «se fosse proseguito sarebbe andato in quella direzione: un magazine d’arte, aperto a tutte le esperienze contemporanee».