Bubbole e sfoghiLa favola banalotta del Belpaese salvato dalla sinistra perbenista

Da cinquant’anni la pubblicistica racconta, con le mani pulite e con tanta o-ne-stà, la storia di un’Italia che è progredita solo quando i buoni hanno imposto le loro ragioni e che ha zoppicato quando invece hanno prevalso gli avversari. Ma con la destra reazionaria condivide lo stesso moralismo ciabattone e una furia illiberale ammantata di simil accademia

Photo by Luis Quintero on Unsplash

La storia è che il Paese è progredito o invece ha zoppicato lungo la strada dell’incivilimento democratico a seconda che la sinistra sia riuscita a imporre le proprie ragioni o invece le abbia viste soverchiate.

Su questa bubbola si regge da cinquant’anni la pubblicistica della stampa perbene, la didattica banalista e contraffattoria precipitata nei voti delle mani pulite e dell’onestà, quelle del compagno Enrico, non quelle degli epigoni elevati a punto di riferimento fortissimo, e poi i convegni e i libri e i film e i festival e le tesi di laurea e i concorsi e i premi e le manifestazzioni con due zeta: tutto a riproporre e ad accreditare in un corto circuito di malafede e incultura devastante la favola del Paese rimesso alle cure democratiche della meglio gioventù de sinistra che si sacrificava e incanutiva nel glorioso cimento di contenere il malgoverno, le destre, la reazione, le trame, le bbombe anch’elle co’ le due b, e opponeva a quell’inferno il paradiso della “cultura del lavoro”, quella che ha garantito agli operai i peggio stipendi d’Europa e il welfare dove la finta invalidità si trasforma per giurisprudenza in diritto acquisito, e la “cultura della legalità”, quella festosa davanti al manipolo di pubblici ministeri che istiga il popolo onesto a far piazza pulita dei decreti sgraditi, la schiatta dei giustizieri che trent’anni dopo troviamo addetta allo spaccio di veline cospirazioniste e a contendersi le piazze del verbo forcaiolo mentre la sinistra giudiziosa esprime “rispetto” per la magistratura e per il suo bel lavoro, che notoriamente “deve fare il suo corso” (con la zeta è sempre meglio: “corzo”), cioè a dire le requisitorie a Raitre e le conferenze stampa a margine dei rastrellamenti giudiziari con il vernissage dell’aula bunker in anteprima a Telecinquestelle mentre la giornalista delle otto e mezzo fa gli auguri di buon lavoro al rivoluzionario in toga che su Twitter posta gli articoli sulla politica al Sud che è «una montagna di merda».

Una soluzione, o anche solo una pratica, alternativa al portato di quella sinistra non c’è mai stata, e a opporvisi non c’è mai stata una propensione diversa, un’ispirazione civile altrimenti formulata, un intendimento democratico con ambizione conservatrice: a opporvisi è stato solo un disputato insediamento di potere, da insidiare in quanto potere o – ed è esattamente lo stesso – da condividere in quanto potere.

E tutto, 2021, confluisce nella celebrazione del democristiano ammazzato nella prigione del popolo perché, lui sì, aveva capito che i comunisti che dopotutto non erano mai stati comunisti meritavano il governo. Di lì in poi sarebbe stato un succedersi di principali esponenti dello schieramento a loro avverso, furfanti da vedere in galera a consumare il rancio, gangsters, mafiosi, stragisti, evasori, caudillos sguazzanti in Arno, versioni aggiornate dei pidocchi nella criniera della gente seria: e dio solo sa che più meglio Paese avremmo oggi, se tutta quella feccia non avesse ostacolato il percorzo (sì, zeta) della nobile sinistra.

L’insistere del vago complesso reazionario a cui si riduce la cosiddetta destra rappresenterebbe qualcosa di assolutorio se quella sinistra non avesse, si può dire sempre e da sempre, ritenuto di opporvisi cannibalizzando in forma beneducata lo stesso moralismo ciabattone e una furia illiberale anche più temibile perché ammantata di simil accademia, e per il resto è il campionato Greta-Fedez-Zan contro Dio-Patria-Famiglia, la buona roba dove resta la destra e da dove ricomincia la sinistra.

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