Di nuovo a bordo della MayflowerTorniamo a sognare l’America che abbiamo letto nei libri e visto al cinema

Ai tempi di Tocqueville, di Dickens e poi di Kafka, gli scrittori del Vecchio Continente raccontavano quello strano e lontano Paese al di là dell’Atlantico con un po’ di attrazione e molta diffidenza. Poi, la letteratura del Novecento e i film di Hollywood hanno ringiovanito l’intera Europa. E ora, dopo l’apnea trumpiana, Washington può riprendere a mostrarci il futuro

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Prima che gli Stati Uniti entrassero nell’immaginario collettivo del mondo e che il cinema e la grande letteratura d’Oltreatlantico ne descrivessero ogni aspetto, l’“America” era una meta che attraeva molti emigrati ma non esercitava un fascino particolare sugli intellettuali europei, poco interessati a una terra percepita come priva di un’identità cospicua e definita.

Considerata un laboratorio eccentrico, diviso tra rigore quacchero e profonde contraddizioni sociali, durante la prima metà del XIX secolo, l’America fu vista come un luogo da studiare più che da raccontare. E, come tale, attrasse Alexis de Tocqueville che nel 1831 vi fu inviato dal governo francese per studiarne il sistema carcerario nella necessità di riformarne i principi ispiratori e ordinatori.

Nonostante la pubblicazione del volume “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria avvenuta nel 1764, le logiche reclusorie ammettevano ancora in tutta Europa le pene corporali, il lavoro a esaurimento, l’assenza di igiene e di luce, la negazione di un obbligo statale del vitto che dipendeva invece dai benefattori, la promiscuità fra detenuti per età, criminalità, recidiva. L’edilizia carceraria non esisteva e le prigioni avevano sede in antichi conventi, in fortezze dismesse, in castelli medievali, con le immaginabili conseguenze sul piano igienico sanitario e del rispetto dei diritti elementari dei detenuti.

Rivoluzionario, al riguardo, fu il principio del Panopticon o panottico, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. L’intento era di permettere a un unico sorvegliante di osservare tutti i soggetti di una istituzione carceraria senza permettere a questi di capire se fossero in quel momento controllati o no. Il modello, all’epoca all’avanguardia anche se, per altri versi, è diventato poi la prefigurazione del Grande Fratello orwelliano, è ancora funzionante a Palermo nel carcere dell’Ucciardone (chimato così da un campo di cardi che si estendeva sul luogo) progettato dall’architetto Emmanuele Palazzotto ed entrato in funzione nel 1842.

Due anni dopo sarebbe stata edificata la prigione che si trova a Reading, nel Berkshire in Inghilterra, dove fu recluso Oscar Wilde. Questo carcere è rimasto nella storia della letteratura con “The Ballad of Reading Gaol”, un racconto basato sulla durissima esperienza di prigionia durata due anni e dalla quale lo scrittore uscì distrutto nel corpo e nello spirito (sarebbe morto quarantaseienne, tre anni dopo, nel 1900).

La missione di Tocqueville aveva lo scopo di confrontare l’efficacia di due sistemi “americani” contrapposti: il sistema “filadelfiano”, detto anche “solitary confinement”, e quello sperimentato nel penitenziario di Auburn, nello Stato di New York, dove l’isolamento era soltanto notturno e il lavoro diurno si svolgeva in silenzio, ma in comune. Ciò permise l’introduzione di strutture lavorative simili a quelle della fabbrica e l’ingresso, anche in carcere, del lavoro produttivo (al riguardo, esiste una filmografia infinita, non solo americana).

Presto lo scopo iniziale del viaggio di Tocqueville avrebbe virato sul tema più ampio de “La democrazia in America” che formò l’oggetto, nel 1835, di uno dei classici fondamentali degli studi politici attraverso la riflessione sui punti di forza e sulle debolezze di quel Paese nei primi decenni dall’indipendenza. Ma questa è un’altra storia che tuttavia dovette però colpire il trentenne Charles Dickens quando, nel gennaio del 1842, decise di visitare gli Stati Uniti, concedendosi una pausa dopo l’estenuante stesura de “Il Circolo Pickwick”, uno dei capolavori della letteratura britannica, da cui, nella stagione fortunata degli sceneggiati, la Rai trasse una fortunata riduzione televisiva in sei puntate, trasmessa a partire dal 4 febbraio 1968 e diretta da Ugo Gregoretti.

Dickens, severo e attento osservatore della realtà sociale del proprio Paese, con particolare attenzione alla diffusione della criminalità minorile nelle realtà urbane, arrivò negli Stati Uniti convinto di trovarvi realizzati gli ideali rivoluzionari di libertà, giustizia e progresso. Il viaggio si risolse, in realtà, in una feroce disillusione. Lo scrittore non diede un giudizio molto lusinghiero della giovane nazione americana che percorse con mezzi non proprio confortevoli dall’Est aristocratico e schiavista di Boston e Philadelphia, a New York (che trovò orribile) al lontano Ovest. Le descrizioni di luoghi, panorami, costumi e personaggi sono degni di uno dei massimi narratori universali.

In molte delle tappe del viaggio – che possono essere ripercorse nel libro “American Notes for General Circulation”, con le illustrazioni curate dall’amico Daniel Maclise (in Italia quest’opera è stata pubblicata con il titolo “America” da Feltrinelli nel 2001) – Dickens volle visitare prima di tutto le istituzioni manicomiali e carcerarie, forse ricordando il monito di Voltaire: «Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri».

Gli edifici neoclassici di Washington D.C., ancora in parte in costruzione, non lo impressionarono quanto, invece, talune abitudini molto diffuse: «Mentre Washington potrebbe essere designata il quartier generale della saliva tinta di tabacco, è giunto il tempo in cui devo confessare, senza alcun mascheramento, che queste due odiose abitudini di masticare e di espettorare cominciarono a essere in quel periodo tutt’altro che piacevoli è che diventarono ben presto molto offensive e nauseanti».

Alla Casa Bianca fu ospite del presidente schiavista (e successivamente secessionista) John Tyler, una scheggia impazzita come Donald Trump, e lo descrisse così: «Sembrava in qualche modo esausto e ansioso – e con buona ragione essendo in guerra con tutti. Ma l’espressione del suo volto era mite e piacevole e i suoi modi erano notevolmente semplici, signorili e gentili». “America” rimane la storia di un rapporto di amore e odio, verso gli Stati Uniti e gli yankee, da parte di uno dei rappresentanti più moderni e “americani” del Vecchio mondo.

Franz Kafka non visitò mai gli Stati Uniti, ma con incredibile lucidità ne descrisse lo spirito in “America” il romanzo giovanile iniziato nel 1911, rimasto incompiuto e pubblicato postumo in Germania nel 1927.

La descrizione che Kafka fa dell’America è simile a quella degli emigranti al cospetto dei loro parenti rimasti in patria. In un contesto caratterizzato da una meccanizzazione estrema e da una sproporzione nelle dimensioni urbane, risaltano le disparità sociali, le difficili condizioni di lavoro e i ritmi disumani e si narra l’enigmatica odissea di un emigrato praghese, il sedicenne Karl Rossmann, condannato all’emarginazione in una realtà grottesca e assurda, ora accolto ora respinto da benefattori che l’accusano e l’escludono, passando attraverso forme di iniziazioni sessuali e sociali.
 Una tragicommedia di personaggi inquietanti e ridicoli, in cui i valori sono sovvertiti e le prospettive stravolte, e dove tuttavia il giovane, ingenuamente coerente e fedele ai propri principi di equità e bontà, lotta per l’affermazione di sé.

Attraverso le bizzarre peregrinazioni di Karl, sfilano come in una galleria personaggi di ogni genere: il fochista, l’uomo gigantesco conosciuto durante la navigazione, il senatore Edward Jakob lo zio ricco di Karl, Green l’amico affarista dello zio, l’Oste, padrone di una locanda sulla strada di Ramses, Robinson il fabbro, l’irlandese Josef Mendel giovanotto con la barbetta a punta che di giorno lavora come fattorino, Fanny, una delle donne dell’annuncio assunzioni davanti all’ippodromo del Teatro Naturale di Oklahoma e Giacomo il ragazzo di piccola statura che lavora agli ascensori.

Un personaggio, l’elevator boy, divenuto iconico nel cinema, dal brillante “La via dell’impossibile” (film del 1937 con Cary Grant e Arthur Lake, diretto da Norman Z. McLeod, fino a “The Lift Boy” (film drammatico indiano uscito nel 2019, scritto e diretto dal debuttante Jonathan Augustin, con Moin Khan e Nyla Masood) in cui Raju, che vuole diventare ingegnere, dovrà interrompere gli studi per sostituire il padre nel lavoro di addetto all’ascensore. Entrerà in contatto con gli abitanti del condominio e scoprirà un segreto che il padre gli aveva tenuto nascosto.

Tocqueville, Dickens e Kafka raccontarono all’Europa un Paese lontano che avrebbe poi fatto presto la propria comparsa nel bagno di sangue della Grande Guerra, introducendo in un mondo smarrito la prospettiva della modernità e successivamente stili di vita e di consumo che avrebbero modificato e ringiovanito il volto incartapecorito del Continente che aveva prodotto i totalitarismi del XX secolo.

Quell’America che, dopo la parentesi di bolsa autarchia culturale imposta dal Ventennio, sarebbe diventata familiare agli italiani attraverso il cinema e gli scritti di Cesare Pavese, di Italo Calvino, di Fernanda Pivano e di Alberto Arbasino. E che oggi sembra aver ripreso il timone della Mayflower indicando, come sta coraggiosamente facendo Joe Biden con mosse di ricaduta mondiale quali la sospensione dei diritti di produzione dei vaccini per sostenere i Paesi poveri, una nuova rotta all’Europa afflitta e depressa. A Charles Dickens sarebbe piaciuto.