Biden HoodL’America utopica prova a cancellare la distopia trumpiana (non è socialismo, ma americanismo)

Il presidente americano ha un piano da seimila miliardi di dollari per far ripartire il suo paese, proteggere i suoi concittadini e dimostrare alla Cina e ai regimi autocratici che solo la democrazia può sconfiggere le menzogne, l’odio, la rabbia e la paura. Non è neosocialismo, è il vecchio, caro, solido americanismo

Ap/Lapresse

Probabilmente la favolosa lista dei sogni di Joe Biden non supererà l’esame del Congresso, eppure i tre American Plan offerti dal presidente degli Stati Uniti per salvare l’America, per vaccinarla, per rimetterla al lavoro, per ricostruirla da capo a piedi e per proteggerla socialmente è di portata epocale. Siamo in zona Franklin Delano Roosevelt e Lyndon Johnson, i due presidenti che negli anni Trenta e Sessanta hanno costruito quel poco di welfare americano che conosciamo (non a caso erano due moderati, diremmo oggi, non due rivoluzionari).

Quello di Biden è un programma da seimila miliardi di dollari. Seimila miliardi sono seimila miliardi, per capirci il nostro Recovery è di 192 miliardi, quello europeo di mille e ottocento miliardi, cui vanno aggiunti gli oltre duemila stanziati da Donald Trump. Un programma, quello di Biden, fatto di assegni nelle tasche e di punture sulle braccia degli americani, che da soli sono valsi un più 6,4 per cento annuale del Pil e la prospettiva di recuperare la normalità pre-pandemica entro l’estate. 

Un programma di rilancio con grandi piani di rifacimento delle infrastrutture, di strade e di ponti, di transizione ecologica e tecnologica, e di importante ampliamento del welfare state, dalle aspettative pagate fino ai college per tutti, misure che in Europa abbiamo da 60 anni grazie proprio al sostegno americano. Tutto questo, ha detto Biden, si finanzia con l’aumento delle tasse di due punti e mezzo a chi guadagna più di 400 mila dollari l’anno e con il raddoppio delle imposte sulle plusvalenze finanziarie dal 20 al 40 per cento per chi guadagna oltre il milione di dollari. Fin qui il mega progetto di Biden, presentato ma per due terzi ancora da approvare. 

La cosa curiosa di questa vicenda è lo stupore della sinistra neosocialista, di là e di qua del’Atlantico, presa di sorpresa dall’inaspettato radicalismo di Biden, inaspettato da loro, da loro che in campagna elettorale lo hanno diffamato trattandolo da povero rimbambito e da mollaccione indistinguibile dal neoliberismo della destra, qualunque cosa esso sia. 

Il progetto presentato da Biden invece è l’esecuzione alla lettera delle sue promesse elettorali, che il mondo radical ha ignorato o nascosto, così come aveva ignorato e nascosto nel 2016 il programma elettorale di Hillary Clinton, probabilmente la piattaforma presidenziale più progressista nella storia dei due grandi partiti americani. 

Solo un politico moderato nei toni e nei modi come Biden poteva interpretare il ruolo di Biden Hood dal podio della Casa Bianca, il ruolo di chi si batte per togliere ai ricchi per dare ai poveri. Solo un politico sottovalutato, come già era successo a Ronald Reagan, poteva convincere una parte dell’opinione pubblica non necessariamente favorevole a interventi pubblici di questo tipo. Ma del resto con un’opposizione di bugiardi e di fuori di testa che incitano alla violenza e assaltano il Congresso – «il più grave attacco alla democrazia americana dalla Guerra civile», ha detto mercoledì Biden – non è che il presidente avesse a portata di mano la possibilità di intavolare una trattativa per incontrare a metà strada con i golpisti. 

Questo di Biden è il nuovo liberalismo, adattato ai tempi e non estemporaneo, ma senza i tic e senza la radioattività di una volta, e peraltro declinato anche come una misura di sicurezza nazionale e di politica estera, non solo economica e sociale, perché puntare sulla speranza anziché sulla paura, sulla verità anziché sulla paura, sulla luce anziché sulle tenebre, ha spiegato Biden al Congresso, è l’unico modo per prevalere politicamente, economicamente e tecnologicamente sulla Cina.

Il messaggio di Biden è questo: solo le democrazie capaci di soddisfare i bisogni dei propri cittadini sono in grado di sconfiggere le bugie, la rabbia, l’odio e la paura che prosperano nei regimi autoritari e minacciano l’occidente: «Siamo in competizione con la Cina e con altri paesi – ha detto – per dominare il Ventuensimo secolo». Il discorso al Congresso, insomma, è quello del ritorno dell’America nel ruolo dell’America.

È questa la grande novità della presidenza Biden rispetto a quella precedente che sparacchiava su Twitter minacce a destra e a manca e immaginava un destino distopico («la carneficina americana»), spaventoso e terribile, per il suo paese, ma anche rispetto a quella di Barack Obama che si candidava ad amministrare l’inesorabile declino americano. Archiviata la distopia trumpiana, l’era Biden torna alla missione utopica dell’America: un destino idealista, progressista e raggiungibile. Non è neosocialismo, insomma, ma vecchio, caro americanismo.

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