Vincere non è l’unica cosa che contaPerché scoppiano così facilmente le guerre in Medio Oriente (e contro Israele)

I leader arabi minimizzano la disfatta militare perché le terribili implicazioni dei conflitti non li riguardano minimamente. La sofferenza della popolazione è irrilevante e il governante può aspettarsi di sopravvivere illeso. Anzi, il disastro sul campo di battaglia può essere politicamente utile

(AP Photo/Yonatan Sindel

Quando il portavoce di Saddam Hussein incontrò il segretario di Stato americano alla vigilia della guerra del Kuwait nel gennaio 1991, Tariq Aziz disse qualcosa di importante a James Baker. «Mai», lo cita una trascrizione irachena, «un regime politico (arabo) è entrato in guerra con Israele o con gli Stati Uniti e ha perso a livello politico».

Elie Salem, ministro degli Esteri libanese per la maggior parte degli anni Ottanta e noto professore di politica, ha concordato: la logica della vittoria e della sconfitta non trova piena applicazione nel contesto arabo-israeliano. Nelle guerre con Israele, gli arabi celebravano le loro sconfitte come se fossero vittorie, e presidenti e generali erano più conosciuti per le città e le regioni che avevano perso che per quelle che avevano liberato.

Esagerano leggermente, poiché la sconfitta subita da Israele nel 1948-1949 da parte degli eserciti siriano, egiziano, iracheno e giordano costò molto a quei regimi con tre di loro che crollarono e uno che sopravvisse a malapena. A parte questa eccezione, le perdite militari di solito non danneggiano i governanti arabi sconfitti. In effetti, il disastro sul campo di battaglia può essere politicamente utile, e non solo contro Israele o gli Stati Uniti, ma anche nei conflitti intra-arabi e con iraniani, africani o europei. Nei sessantacinque anni trascorsi dal 1956, le perdite militari non hanno quasi mai rovinato i governanti di lingua araba e talvolta sono state loro utili.

L’analisi che segue mostra questo schema attraverso ventuno esempi, diciannove dei quali brevi e due analisi più lunghe, ne dà una spiegazione e infine ne trae una conclusione.

Esempi, 1956-2014
La crisi di Suez del 1956. Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser ha subito un’umiliante disfatta militare per mano di inglesi, francesi e israeliani, eppure, questo evento «lo ha rafforzato politicamente e moralmente», scrive Shukri Abed. Questa sconfitta, di fatto, ha aiutato Nasser a diventare la figura dominante nella politica araba del successivo decennio.

La guerra d’Egitto in Yemen , 1962-1967. Dopo cinque anni di intensa guerra, grandi spese e molte vittime, Nasser ritirò incondizionatamente le truppe egiziane, già debilitate dalla guerra dei Sei Giorni, dalla guerra civile dello Yemen. Nasser non ha pagato quasi nessun prezzo politico interno per questo disastro.

Lo scontro tra Siria e Israele, aprile 1967. Il 7 aprile, i siriani persero sei MiG-21 e gli israeliani non persero nessun aereo, ma la battaglia non causò costernazione a Damasco. Al contrario, dieci giorni dopo, il presidente Nur ad-Din al-Attasi definì la perdita degli aerei «molto utile per noi».

La guerra dei Sei giorni, giugno 1967. Una delle più grandi sconfitte militari nella storia umana indusse l’egiziano Nasser a scusarsi con i suoi elettori e ad offrire loro le sue dimissioni, ma essi reagirono riversandosi in massa nelle strade e chiedendo al loro ra’is (presidente) di rimanere al potere, cosa che fece, più potente che mai, fino alla sua morte per cause naturali, nel 1970. In Siria, il ministro della Difesa Hafez al-Assad, tre anni dopo il disastro del 1967, divenne il dittatore assoluto del suo Paese per tre decenni. Re Hussein di Giordania rimase sul trono fino alla sua morte, avvenuta anch’essa tre decenni dopo, mantenendo intatto il suo potere e molto rispettato.

La battaglia di Karama, 1968. Sebbene Fatah di Yasser Arafat avesse perso il suo primo grande scontro armato con gli israeliani, rivendicò la vittoria, convincendo molti, cosa che avrebbe fatto molte volte da allora in poi. Anche il generale israeliano Aharon Yariv ammise che «sebbene sia stata una sconfitta militare per loro, è stata una vittoria morale».

La guerra dello Yom Kippur, 1973. All’inizio. gli israeliani fecero un passo falso, a si ripresero ottenendo un brillante successo militare contro gli eserciti di Egitto e Siria. Tuttavia, il presidente egiziano Anwar Sadat dipinse la guerra come un trionfo egiziano celebrato ancora oggi, e utilizzò questo presunto successo per legittimare la successiva diplomazia con Israele.

Anche il siriano Assad ottenne una grande vittoria. Il suo biografo, Moshe Ma’oz, osserva: «Sebbene da un punto di vista puramente militare, Assad avesse perso la guerra, è riuscito a trasformare la sua sconfitta in una vittoria agli occhi di molti siriani e altri arabi». I siriani, riferisce Ma’oz, hanno sostenuto «La conduzione fiera e audace della guerra da parte di Assad nelle sue ramificazioni militari e diplomatiche». Di conseguenza, il suo «prestigio e la popolarità aumentarono vertiginosamente in Siria durante la guerra e in seguito».

La guerra d’Algeria nel Sahara occidentale, 1975-1991. Il governo marocchino e quello algerino appoggiarono le parti opposte in una lunga guerra civile in cui, alla fine, prevalsero il Marocco e i suoi alleati. Chadli Bendjedid, presidente dell’Algeria dal 1979 al 1992, pagò poco il prezzo politico del fallimento.

L’occupazione siriana del Libano, 1976-2005. Il debole e diviso governo del Libano non poté impedire alle forze siriane di entrare nel Paese o di rimanervi per ventinove anni. Nonostante questo lungo fallimento, l’élite al potere proseguì come se nulla fosse fondamentalmente cambiato. Quando una rivolta popolare finì per cacciare i siriani, quell’élite andò avanti impassibile.

La guerra Iran-Iraq, 1980-1988. Saddam Hussein iniziò la guerra tra Iran e Iraq, che si divise in due fasi principali. Nella prima, dal settembre 1980 al luglio 1982, Saddam fu all’attacco. Quando le cose si misero male, e l’Iraq dovette successivamente giocare in difesa per sei lunghi anni, il rais non pagò alcun prezzo interno. Ma la cosa più sorprendente fu che, due anni dopo la fine della guerra, il 15 agosto 1990 (tredici giorni dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq), Saddam Hussein restituì all’improvviso all’Iran tutte le conquiste ottenute in otto anni di combattimenti: «In un annuncio fatto alla radio di Baghdad, l’Iraq ha dichiarato che avrebbe riconosciuto i contesi confini dell’Iran antecedenti alla guerra, che avrebbe rilasciato tutti i prigionieri di guerra e che avrebbe iniziato a ritirare le truppe da circa mille miglia quadrate della parte sudoccidentale dell’Iran occupate fin da venerdì». Questo ignominioso ritiro passò quasi inosservato e non lese Saddam.

Israele contro la Siria, 1982. In una guerra aerea in Libano, le forze siriane persero una novantina di aerei contro le forze israeliane, senza abbatterne nessuno. Ma Assad ne uscì illeso, semmai, la sua audacia nell’affrontare il terribile nemico israeliano accrebbe la sua statura.

Israele contro l’OLP a Beirut, 1982. Attraverso la magia verbale, Arafat trasformò un’umiliante ritirata da Beirut in una vittoria politica rilevando quanto tempo impiegarono gli israeliani (ottantotto giorni) per sconfiggerlo, molto più del necessario per sconfiggere gli eserciti arabi convenzionali (nove giorni nel 1956, sei nel 1967 e venti nel 1973). Rashid Khalidi, allora esponente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e ora professore alla Columbia University, arrivò al punto di confrontare la minuscola operazione di Beirut (e i suoi ottantotto morti israeliane) con i due anni e mezzo di assedio di Leningrado da parte dei nazisti (con i suoi circa due milioni di morti). Il passare del tempo trasformò ulteriormente questa disfatta in un glorioso successo; nella rivisitazione di Hamas alcuni anni dopo: «Il nostro popolo (…) ha umiliato [Israele] (..). e ha incrinato la sua determinazione».

Il ritiro dell’OLP da Tripoli, 1983. Quando le forze siriane costrinsero l’OLP a lasciare la sua ultima roccaforte in Libano, Arafat reagì prevedibilmente trasformando questo ritiro in un successo morale. Secondo i suoi biografi, ’il leader dell’OLP, nel bel mezzo di un’altra storica battuta d’arresto, era ancora intento a sfruttare l’occasione, per tutto il suo valore teatrale».

Il bombardamento statunitense della Libia, 1986. Dopo aver subito l’ignominia di essere stato attaccato dagli aerei da guerra statunitensi, Muammar Gheddafi trasformò la sua stessa sopravvivenza in qualcosa di magniloquente. Tra le varie misure, il rais libico commemorò questo risultato aggiungendo la parola “Grande” (’uzma) al nome formale del suo Paese, che divenne la Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista. Nove anni dopo, ricordava ancora l’episodio come un disastro per gli Stati Uniti:

L’America non ammette mai le sue perdite. Non abbiamo abbattuto quindici dei suoi aerei quando fecero irruzione [nel 1986]? Ma ha ammesso solo la perdita di due aerei. L’America non parla mai delle sue sconfitte e delle sue perdite: tiene la bocca chiusa. Si è persino rifiutata di ammettere che il capo della squadriglia che ha attaccato la mia casa è stato abbattuto e ucciso nello schianto. Non hanno mai ammesso la sua perdita fino a quando non li abbiamo messi in imbarazzo mostrando il suo cadavere che abbiamo consegnato al Vaticano.

Milizie ciadiane contro Libia, 1987. In Ciad, la Libia perse in modo umiliante contro forze decisamente inferiori a livello numerico e per equipaggiamento, come scrissi a quattro mani all’epoca: «Le Toyota a quattro ruote motrici sconfissero un convoglio di carri armati». Questo disastro, tuttavia, non ebbe ripercussioni visibili sul prestigio o sul dominio di Gheddafi sulla Libia.

Iraq contro Kuwait, 1990. L’attacco iracheno al Kuwait fece seguito a mesi di minacce da parte di Baghdad; le forze kuwaitiane non erano in allerta e vennero rapidamente sopraffatte, spingendo immediatamente e ingloriosamente l’emiro Jaber al-Ahmad as-Sabah a fuggire oltre il confine in Arabia Saudita, dove supervisionò il governo kuwaitiano in esilio da una suite d’albergo. Nonostante la sua mancanza di preparazione e le azioni non eroiche, Jaber non affrontò sfidanti durante o dopo i combattimenti.

Hezbollah contro Israele, 2006. Hezbollah perse contro Israele, ma lo fece in modo rispettabile, rafforzando così la presa di Hassan Nasrallah sull’organizzazione. Parlando a una manifestazione di massa dopo i combattimenti, il leader di Hezbollah rivendicò una «vittoria divina e strategica». Paradossalmente, Nasrallah in seguito ammise di aver commesso un errore nell’iniziare il conflitto [16], ma si dette poca attenzione a ciò, e quindici anni dopo mantiene il controllo.

Hamas contro Israele, 2008-2009. Chiamata in Israele operazione “Piombo fuso”, questa guerra di 3 settimane vide Israele fare molto bene sul campo di battaglia (come simboleggiato dalla morte di circa cento volte più palestinesi che israeliani) e in modo schiacciante nell’arena politica (come simboleggiato dal Rapporto Goldstone delle Nazioni Unite e da una conferenza internazionale per la ricostruzione di Gaza che fruttò 4,5 miliardi di dollari). I leader di Hamas emersero dalla guerra rafforzati dalla sconfitta militare.

Hamas contro Israele, 2012. Le Forze di Difesa Israeliane potrebbero aver ucciso molti dei leader di Hamas, distrutto le sue infrastrutture e lasciato Gaza vacillante, ma, come previsto, il giorno dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Hamas indisse dei festeggiamenti di celebrazione che si conclusero drammaticamente con la morte di una persona e il ferimento di altre tre a causa di colpi di arma da fuoco sparati in aria. Non solo questo, ma Hamas sancì che il 22 novembre sarebbe stato un giorno da celebrare ogni anno da allora in poi: «Chiediamo a tutti di festeggiare, visitare le famiglie dei martiri, i feriti, coloro che hanno perso la casa».

Hamas contro Israele, 2014. La guerra devastò Gaza, ma un sondaggio condotto dai palestinesi dopo la fine delle ostilità rilevò che il 79 per cento affermava che Hamas aveva vinto; al contempo, Ismail Haniyeh risultò essere il preferito degli intervistati a ricoprire la carica di presidente palestinese, passando dal 41 per cento al 61 per cento. (Poche settimane dopo, queste percentuali scesero leggermente, rispettivamente al 69 e al 55 per cento). Quel sostegno si estese anche alle tattiche, con il 94 per cento degli intervistati a favore dello scontro militare con le truppe israeliane e l’86 per cento che si espresse a sostegno del lancio di razzi contro Israele.

Questo sondaggio mostra che i leader arabi possono perdere contro chiunque: una potenza occidentale (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia), Israele, una milizia africana, uno Stato musulmano non arabo (Iran) o uno Stato confinante arabo (Yemen, Siria, Iraq), e poco importa. Il prezzo politico è quasi sempre minimo e talvolta la sconfitta comporta un vantaggio effettivo.

Case study I: la guerra del Kuwait, 1991
L’invasione irachena del Kuwait portò alla formazione di una coalizione guidata dagli Stati Uniti di trentanove Stati che attaccò le forze irachene il 17 gennaio 1991 e le ostilità terminarono il successivo 28 febbraio, quando Baghdad capitolò. Emerse rapidamente un chiaro consenso sul fatto che il leader iracheno Saddam Hussein dovesse rassegnare le dimissioni o sarebbe stato deposto.

Il rais, però, non aveva tali intenzioni e aveva preparato il terreno per grandiose rivendicazioni. Il suo regime inizialmente parlò di una «battaglia veramente decisiva e storica» che segnò «l’inizio della fine dell’imperialismo mondiale». Dopo che ebbe inizio l’attacco guidato dagli Stati Uniti, Baghdad istituì la radio a onde corte “Mother of Battles Radio” (in arabo, : Idha’at Umm al-Ma’arik) per trasmettere la sua imminente vittoria sulle forze alleate.

In seguito, le cose non andarono così bene, con la disfatta delle forze irachene (tiro al tacchino) e il conseguente danno semi-apocalittico alle infrastrutture irachene. Nonostante ciò, i media del regime insistettero con sconsideratezza per ottenere una famosa vittoria sull’operazione “Tempesta del Deserto”. «Avete trionfato su tutti i leader del male messi insieme», informò Radio Baghdad le forze irachene, affermando di aver calpestato «nel fango» il prestigio dell’America.

Anche dopo aver ammesso formalmente la sconfitta, Baghdad continuò a rivendicare la vittoria. Un incredibile esempio di ciò, arrivò quattro anni dopo la fine dei combattimenti, quando il capo Stato maggiore Iyad ar-Rawi affermò: «La nostra vittoria è stata leggendaria. Il magnifico esercito iracheno ha inciso nel libro della Madre di Tutte le Battaglie il massacro più impressionante, quando ha schiacciato le forze americane e alleate durante la prima battaglia terrestre». Rawi proseguì parlando della battaglia (fittizia) dell’Aeroporto del Kuwait e di un enorme scontro di carri armati a sudovest di Bassora, definendolo come una delle «più feroci battaglie di carri armati che sia mai stata combattuta». George H.W. Bush, concluse Rawi fu «costretto a dichiarare un cessate il fuoco unilaterale il 28 febbraio 1991, perché sapeva che le forze statunitensi non potevano sostenere le perdite derivanti dalle battaglie terrestri».

I sostenitori all’estero approvarono queste pretese di vittoria. Nel novembre 1994, alla cerimonia di consegna dei diplomi della polizia palestinese, un coro intonò canzoni in omaggio a Saddam Hussein. Il fatto che ad alcuni sostenitori di Saddam non importasse se avesse effettivamente vinto o meno sul campo di battaglia, contribuì ad alimentare la finzione. Così Hichem Djaït, l’intellettuale più noto della Tunisia e fervido sostenitore di Saddam, rilevò: «Non abbiamo nulla da perdere da questa guerra, anche se finisce con una sconfitta».

Questa chiara mistificazione contribuì a tenere ancora in piedi il governo di Saddam, permettendogli di intimidire qualsiasi aspirante ribelle, fluttuando al di sopra dei disastri che colpirono il suo Paese, compreso un calo del 90 per cento del reddito pro capite, e a rimanere al potere per altri dodici anni. Solo quando le forze guidate dagli Stati Uniti tornarono nel 2003, questa volta con l’intento specifico di deporlo, cadde dal potere e finì in un buco.

Case Study II: Hamas contro Israele, 2021
Hamas e i suoi alleati concordano quasi all’unanimità sul fatto di aver vinto il conflitto con Israele del maggio 2021, nonostante quello che l’Associated Press ha definito «l’orribile peso che la guerra ha avuto su innumerevoli famiglie palestinesi che hanno perso i propri cari, le case e gli esercizi commerciali».

Appena due giorni dopo l’inizio dei combattimenti, il leader di Hamas Ismail Haniyah aveva già annunciato che la sua organizzazione aveva «conseguito la vittoria nella battaglia per Gerusalemme». Tali affermazioni si sono moltiplicate dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco il 21 maggio, quando Haniyah ha rivendicato una «vittoria strategica e divina» e ha inoltre annunciato che Hamas «ha sconfitto le illusioni dei negoziati, ha sconfitto l’affare del secolo, ha sconfitto la cultura della sconfitta, ha sconfitto i progetti di disperazione, ha sconfitto i progetti di insediamento, ha sconfitto i progetti di coesistenza con l’occupazione sionista e ha sconfitto i progetti di normalizzazione [delle relazioni] con l’occupazione sionista».

Allo stesso modo, Khalil al-Hayya, un leader di Hamas, partecipando a un raduno di massa a Gaza ha detto che «ci sono festeggiamenti in tutte le città della Palestina (…) perché noi abbiamo ottenuto questa vittoria insieme», aggiungendo: «Abbiamo il diritto di gioire. (…) Questa è l’euforia della vittoria». Ziad al-Nahala, leader della Jihad Islamica Palestinese (JIP), si è rallegrato del trionfo della sua organizzazione e ha minacciato di bombardare Tel Aviv come rappresaglia per «qualsiasi operazione omicida mirata ai nostri combattenti o leader».

Hanno festeggiato anche i sostenitori stranieri. Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha definito gli attacchi di Hamas contro Israele una «grande vittoria». L’ayatollah iraniano Ali Khamene’i si è congratulato per una «vittoria storica» ​​e il comandante della Forza Quds, forza speciale del Corpo della Guardia della Rivoluzione Islamica, Esmail Ghaani, ha acclamato i combattimenti perché hanno «distrutto l’orgoglio dell’esercito sionista». (A sua volta, un portavoce della JIP ha ringraziato il governo iraniano per essere «partner della nostra vittoria».) Anche il primo ministro marocchino Saad Eddine El Othmani, che mesi prima aveva firmato un accordo di normalizzazione delle relazioni con Israele, si è congratulato con Haniyeh per la «vittoria del popolo palestinese».

E pare che anche la popolazione palestinese ne fosse convinta. Infatti, non appena è entrato in vigore il cessate il fuoco delle due di notte, «per le strade di Gaza è tornata una frenesia di vita. La gente è uscita dalle proprie case, alcuni gridando Allahu Akbar o fischiando dai balconi. Molti hanno sparato in aria, festeggiando la fine dei combattimenti. Grandi folle hanno celebrato la fine del conflitto, elogiando Hamas». I festeggiamenti si sono diffusi ampiamente nel cuore della notte:

I residenti di Gaza hanno applaudito dalle loro terrazze. Spari celebrativi sono risuonati nei quartieri per lo più bui, alcuni clacson di auto strombazzavano, con i conducenti che hanno sfidato le strade butterate di crateri di bombe, e le lodi a Dio risuonavano dalle moschee intorno a Gaza City. I gaziani hanno sfilato in spiaggia, rivolgendo verso l’alto le luci dei loro telefonini.

Nei giorni successivi ci sono state celebrazioni su larga scala da parte di Hamas e del suo alleato più piccolo, la Jihad Islamica Palestinese.

Questi festeggiamenti hanno delle implicazioni politiche. «La reputazione di Hamas tra i palestinesi è cresciuta notevolmente», osserva Khaled Abu Toameh, «a causa del lancio di migliaia di razzi e missili in tutto Israele». I palestinesi, arguisce Toameh, «considerano i leader di Hamas come i veri eroi dei palestinesi e cercano di impegnarsi in una lotta armata contro Israele»: non sopportano Mahmoud Abbas e l’Autorità Palestinese. In altre parole, la sconfitta sul campo di battaglia ha apportato a Hamas importanti vantaggi politici.

Spiegazioni
Da dove deriva questa impunità? Sei fattori contribuiscono a spiegarlo: onore, fatalismo, cospirazionismo, retorica, propaganda e confusione.

Onore. L’onore riveste importanza tra gli arabofoni al punto che tenerlo alto può contare più del raggiungimento dell’obiettivo. «Per gli arabi, l’onore è più importante dei fatti», spiega Margaret K. Nydell, insomma, la causa conta più dei risultati ottenuti. Elie Salem concorda, e parlando degli arabi dice: «Sono stati glorificati per i loro intenti, non per i loro risultati». Questo spiega perché «nel perdere la guerra del giugno 1967, Jamal Abd al-Nasir divenne un eroe. Ottenendo la pace, ma dissentendo dalla prevalente psicologia araba, Anwar al-Sadat divenne un infame». Più in generale, Fouad Ajami spiega:

In una storia politica araba disseminata di sogni infranti poco onore sarebbe stato concesso ai pragmatici che conoscevano i limiti di ciò che si poteva e non si poteva fare. La cultura politica del nazionalismo ha riservato la sua approvazione a coloro che hanno condotto campagne rovinose perseguendo missioni impossibili.

Fatalismo. Il participio passato maktùb (scritto) riassume il fatalismo musulmano, pertanto, non il leader non va incolpato. As’ad Abu Khalil della California State University osserva la tendenza a spiegare in tempi di sconfitta che «le persone non hanno alcuna influenza né alcun effetto sulle loro azioni e sui loro comportamenti. È solo Dio che agisce». Invocando «l’ineluttabilità del destino», assolvono «i regimi e gli eserciti arabi da ogni responsabilità» per la sconfitta. Questo schema, osserva, «è diventato tipico al punto da essere prevedibile».

Così, all’indomani della disfatta israeliana delle forze armate egiziane nel giugno 1967, Nasser cercò di dimostrare che né lui né l’esercito avrebbero potuto evitare la sconfitta subita. Per assolvere il suo governo dalla colpa e segnalare che non avrebbe potuto fare altro che quello che aveva fatto, ricorse a un proverbio arabo («La precauzione non cambia il corso del destino») e a un’analogia quotidiana (l’Egitto era «come un uomo investito in strada da un’auto»). Al contempo, re Hussein di Giordania consolò i suoi sudditi con questa riflessione: «Se non siete stati ricompensati con la gloria, non è stato perché vi mancasse il coraggio, ma perché è volontà di Allah».

Cospirazionismo. Il cospirazionismo presuppone che ogni scontro con Israele o con le potenze occidentali implica che il nemico intende eliminare i loro governanti, occupare i loro Paesi, cambiare i loro sistemi politici e sfruttare le loro risorse. Quando queste implicazioni non si verificano, la loro elusione viene dipinta come una vittoria. Abdel-Moneim Said, un analista egiziano, osserva: «Abbiamo celebrato la vittoria perché il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi come li abbiamo definiti. Quanto ai nostri obiettivi, è stato dato per scontato fin dall’inizio che non sarebbero entrati nelle nostre equazioni di guerra e pace». Ad esempio, gli egiziani ritenevano che questo fosse l’obiettivo israeliano nel 1967, sostenuto dagli Stati Uniti, e Said ricorda la sua esperienza in una pubblicazione studentesca dopo quella perdita: «Con mia grande sorpresa, ho scoperto che alcuni dei miei colleghi di quel giornale credeva che avessimo vinto la guerra del 1967!».In che modo?

La logica era la seguente: lo scopo dell’aggressione israelo-americana era quello di rovesciare il glorioso presidente e il sistema socialista in Egitto, ma dato che il presidente era ancora al potere dopo che la popolazione aveva sfilato in manifestazioni di massa a suo sostegno e della sua saggia leadership, il 9 e il 10 giugno, e dato che il sistema socialista era ancora in vigore, i nemici non avevano raggiunto i loro obiettivi. Quindi, abbiamo vinto!

Said rileva che questa stessa “linea generale di logica” prevale in altri casi, come per Saddam Hussein dopo la guerra del Kuwait del 1991, per Hassan Nasrallah dopo la guerra tra Hezbollah e Israele del 2006, per Bashar Assad nella guerra civile siriana e i combattimenti del 2014 tra Hamas e Israele.

Nel caso del 2014, Said nota l’enorme disparità di morti in guerra (2.100 palestinesi contro 72 israeliani) e di distruzione, quindi conclude che «i risultati della recente guerra a Gaza difficilmente possono essere considerati una vittoria palestinese». Tuttavia, i leader di Hamas hanno proclamato la vittoria sulla base del fatto che «l’obiettivo israeliano era eliminare Hamas e porre fine al lancio di missili. Pertanto, finché sia ​​Hamas sia i missili esisteranno, i palestinesi dovrebbero gioire di questa clamorosa vittoria».

Retorica. La retorica è una caratteristica di spicco della vita politica araba, che fa sì che leader e seguaci siano affascinati dal potere delle parole anche se estranee alla realtà. E. Shouby, di madrelingua araba e psicologo, nel 1951, disse che gli arabofoni «enfatizzavano il significato delle parole in quanto tali, prestando meno attenzione al loro significato» rispetto a quanto avviene nelle lingue occidentali, portando a una «confusione tra le parole e le cose che rappresentano». Walter Laqueur notò nel 1968 la «capacità quasi illimitata [degli arabi] di credere ciò che vogliono credere».

Theodore Draper spiegò ulteriormente questa nozione nel 1973:
Ogni volta che vengono citate dichiarazioni arabe, sorge la questione della “retorica” ​​araba. Dovrebbe essere presa sul serio o gli arabi sono propriamente dediti a una retorica esagerata? Ogni volta che un portavoce arabo dice qualcosa di particolarmente provocatorio o di oltraggioso, c’è sempre qualcuno che dice che «non lo pensano mai veramente». (…) Ho perfino sentito il ministro degli Esteri di un Paese arabo informare un gruppo di americani che gli arabi sono allergici al razionalismo occidentale e che, se gli occidentali desiderano trattare con gli arabi, devono adottare l’apparentemente irrazionale modo di pensare arabo.

Propaganda. La propaganda induce alcuni leader arabi a cercare sostegno per la loro causa. Curiosamente, questo assume due forme opposte, una per gli arabi e i musulmani, l’altra per gli israeliani e la Sinistra globale. Nel primo caso entra in gioco l’adagio del “cavallo forte”: i governanti cercano di mostrarsi come figure eroiche che le masse dovrebbero seguire. I motivi per cui Saddam Hussein ha conquistato la maggior parte del mondo occidentale sono così spiegati da Hussein Sumaida, un iracheno: «Vincere non contava. Quello che importava era dare spettacolo e conquistare i cuori e le menti del mondo arabo focoso».

Gli israeliani e la Sinistra globale rispondono all’esatto contrario, vale a dire presentarsi come deboli e vittime comprensivi. A tal fine, Hamas attacca periodicamente (2008-2009, 2012, 2014, 2021) Israele, sapendo molto bene di perdere sul campo di battaglia militare, ma aspettandosi di ottenere un vantaggio nell’arena politica: tra la Sinistra israeliana, nei campus universitari di tutto il mondo, nella stampa internazionale, nelle organizzazioni internazionali, e non solo.

Barry Rubin la definisce la strategia del suicidio e ne parafrasa la logica: «Inizierò una guerra che non posso vincere per creare una situazione in cui l’altra parte distrugga la mia infrastruttura e uccida la mia gente. Allora perderò militarmente, ma vincerò la battaglia. Come?» Rubin elenca tre vantaggi: gli israeliani sono codardi, quindi qualsiasi danno subiscono li farà tirare indietro; la sofferenza degli abitanti di Gaza farà sentire in colpa gli israeliani e si ritireranno; la “comunità internazionale” spingerà gli israeliani a smettere di combattere e a concedere benefici a Hamas.

Confusione. Qual è la verità? Presi tra due resoconti contraddittori della realtà, gli esseri umani tendono a optare per quello che preferiscono, che si tratti di immigrazione (Angela Merkel: Wir schaffen das [“Ce la faremo!”]), di prospettive referendarie (Brexit), o di esito delle elezioni (Stop the steal [Fermate il furto]). Cosa pensare quando “Baghdad Bob” dice che gli americani troverebbero il loro “cimitero” a Baghdad nel momento in cui cominceranno a intravedersi i carri armati statunitensi? Naturalmente, quando Saddam Hussein venne catturato, alcuni arabi reagirono con incredulità, e un certo Hassan Abdel Hamid, un commerciante egiziano, si rifiutò di credere alla notizia, definendola «propaganda e bugie americane». Questo miasma incoraggia le popolazioni arabe a ignorare la realtà delle sconfitte militari, così come i massacri che provocano, e ad appoggiare piuttosto questi leader.

Conclusione
Questo modello di sopravvivenza o di beneficio dalla sconfitta si estende ad altri leader. Nella guerra indo-pakistana del 1965, ad esempio, il ministro degli Esteri pakistano Zulfikar Ali Bhutto guidò il suo governo in un disastroso conflitto con l’India e ne uscì più popolare che mai, e questo lo portò a ricoprire la carica di primo ministro otto anni dopo. Nelle parole del suo biografo, «Quanto più diventava oltraggiosa la sua retorica (…) tanto più Zulfi Bhutto appariva eroico al pubblico pakistano». Allo stesso modo, la leadership iraniana estese la sua guerra con l’Iraq e passò all’attacco dal luglio 1982 all’agosto 1988; fallita questa offensiva, l’Ayatollah Khomeini «bevve dal calice avvelenato» accettò un cessate il fuoco, e né lui né il suo regime soffrirono per i loro sei anni di follia. Più di recente, le cupe avventure militari di Recep Tayyip Erdoğan in Siria e in Libia non hanno intaccato il suo potere.

Al contrario, perdere le guerre di solito ha importanti implicazioni per un leader non musulmano. In Medio Oriente, Golda Meir e Moshe Dayan pagarono a caro prezzo la deludente prestazione israeliana del 1973, così come Nikol Pashinyan per la terribile esibizione armena del 2020. Anche le sconfitte nelle guerre periferiche di solito hanno un impatto importante: l’Algeria sulla politica francese, il Vietnam su quella americana e l’Afghanistan sulla politica sovietica. È particolarmente difficile immaginare leader non musulmani che sopravvivano a sconfitte così devastanti come quella dell’Egitto, nel 1967, e dell’Iraq, nel 1991.

Il fatto che i governanti sconfitti possano celebrare le disfatte invita al rischio morale e li rende più aggressivi. Perché preoccuparsi se una sconfitta e le sue terribili implicazioni non ti riguardano? Questo schema spiega ampiamente perché il Medio Oriente è teatro di così tante guerre. Il denaro per le armi è sempre abbondante, la sofferenza della popolazione è irrilevante, le perdite economiche sono insignificanti e il governante può aspettarsi di sopravvivere illeso. Con una posta in gioco così bassa, occorre dare una possibilità alla guerra e sperare per il meglio.

*Daniel Pipes e Middle East Quarterly, traduzione di Angelita La Spada