L’altra BiennaleLa mostra di architettura di Venezia è una fonte inesauribile di idee sulla sostenibilità e sul futuro

Il tema scelto per la diciassettesima Esposizione Internazionale riflette su come sarà il mondo dopo la pandemia. La sfida del curatore Hashim Sarkis del MIT è quella di elaborare progetti che immaginino reti di distribuzione delle risorse più fluide, riorganizzate attraverso l’evoluzione di paesaggi urbani e rurali

LaPresse

Meno conosciuta e “clamorosa” della Biennale dedicata alle arti visive, la Biennale Architettura attualmente in corso a Venezia (sino al prossimo 21 novembre) fornisce tuttavia quel “cibo per la mente” di cui tutti, dopo il bruttissimo periodo trascorso abbiamo grande bisogno.

Intitolata Come vivremo insieme?” solleva domande sulla possibilità, in realtà sulla necessità assoluta, di evitare la sesta estinzione (la nostra) abbracciando modi sostenibili di vivere.

Sul pianeta le risorse a disposizione che si tratti di acqua o energia sono vicine all’esaurimento, mal gestite e mal distribuite dentro e fuori a confini nazionali che sono il frutto di ideologie rivelatesi alla prova dei fatti fallimentari. La loro scarsità ispira nuove forme di consumo e di comportamento, soprattutto tra le generazioni più giovani.

Nella convinzione (forse un po’ ingenua, ma comunque intrigante) che sia l’architettura la chiave di molte – se non tutte – le soluzioni al gigantesco problema che attanaglia il pianeta, il curatore di questa 17° edizione – l’architetto libanese Hashim Sakris, docente presso il Massachusetts Institute of Technology – ha invitato i suoi stakeholder a elaborare progetti che, tenendo conto delle diverse culture dei popoli, immaginino reti di distribuzione delle risorse più fluide, riorganizzate attraverso l’evoluzione di paesaggi urbani e rurali.

Un cerchio perfetto realizzato in acciaio posto al centro del Padiglione centrale ai Giardini ricorda che il sottile strato abitato dagli umani sul pianeta è profondo poco più di 5 chilometri e rispetto al diametro della terra rappresenta in scala 1:5.000.000, solo un millimetro. È in questo spazio in continua metamorfosi che l’uomo ha costruito la propria modernità, spesso in maniera dissennata.

Tra i contributi provenienti dai singoli padiglioni nazionali quello di Israele non lascia indifferenti. E non poteva che essere così vista la situazione straordinaria in cui vive questa complessa nazione.

Terra. Latte. Miele. (questo il titolo dell’esposizione) racconta la storia del territorio di Palestina che si estende tra il fiume Giordano e il Mare Mediterraneo. Per più di cento anni, prima con la colonizzazione britannica del 1917 e più intensamente e con quella dello Stato di Israele dal 1947 è stato il banco di prova degli sforzi di assecondare gli ideali europei di abbondanza.

Un display straordinario illustra come la metamorfosi della regione ispirata all’immagine biblica di “una terra stillante latte e miele” si sia trasformata in un piano d’azione realizzato attraverso insediamenti, costruzione di massicce infrastrutture e agricoltura meccanizzata. Risultato: un danno irreparabile per la fauna e la flora locali, oltre alla distruzione di comunità e modi di vivere.

Nello specifico il progetto ha causato la perdita di un grande specchio d’acqua dolce, la scomparsa di un habitat ricco e unico e gravi danni alle popolazioni vegetali e animali locali. Alcun specie endemiche di pesci si sono estinte per sempre.

Le drammatiche trasformazioni subite dalla regione sono qui ritratte attraverso le storie di cinque animali locali: la mucca, la capra, l’ape da miele, il bufalo acquatico e il pipistrello. Il display dell’esposizione utilizza installazioni, brevi filmati, foto di archivio e una colonna sonora che restituiscono questa storia straordinaria.

Fa riflettere? Di più: i cassetti da obitorio programmati per aprirsi in maniera alternata rivelando al posto di salme umane quelle di specie animali estinte ispirano un forte sentimento di soggezione.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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