Logica di mercatoL’uscita miliardaria dei Benetton da Autostrade non porta automaticamente alla nazionalizzazione

La famiglia di Ponzano Veneto si trova in tasca 2,4 miliardi di euro: un premio conferitogli dai Cinquestelle, che continuano a parlare di esproprio punitivo ma non capiscono che adesso si apre il problema della gestione infrastrutturale. E non sarebbe una sorpresa se Cdp decidesse in futuro di vendere l’asset a un privato

Pexels

Due miliardi e quattrocento milioni di euro entrano da oggi nelle tasche dei Benetton per la cessione di Autostrade. Questo è il risultato della decisione – da parte della assemblea dei soci Atlantia (della quale i Benetton possiedono il 30,25%) – di vendere a Cassa Depositi e Prestiti e ai fondi Blakstone e Macquaire la quota dell’88,06% posseduta in Autostrade, per la somma di 9,1 miliardi che diventeranno 9,5 miliardi quando la vendita sarà completata.

Così i Cinquestelle hanno premiato ad abundantiam la famiglia di Ponzano Veneto. Ora si attende una nuova lettera di autocritica di Di Maio (che non arriverà) per la conclusione da loro non prevista, e per loro del tutto contraddittoria, “dell’esproprio” punitivo dei Benetton – preteso all’indomani del crollo del Ponte Morandi.

Conclusione che arriva con un consistente premio per i Benetton, non certo con una punizione. È bene ricordare infatti che grazie al meccanismo del Leverage Buyout, nel 1999 e nel 2003 i Benetton acquisirono Autostrade a poco più che a costo zero, e che a oggi la società ha prodotto per loro e per i loro soci utili per più di 10 miliardi. Uscirne oggi con 2,4 miliardi in tasca è un nuovo risultato premiale.

Invano Di Maio si è vantato nel 2019 di «avere sottratto un bene strategico alla logica di mercato» così come invano Conte minacciò: «Avvieremo la revoca della concessione a Autostrade perché noi non possiamo aspettare i tempi della giustizia».

La logica di mercato, così invisa a Di Maio e ai Cinquestelle, si è invece e ovviamente imposta e della roboante – e impraticabile – revoca della concessione pretesa da Conte prima e senza un processo non si è fatto nulla.

Solo l’ultimo giapponese grillino, Alessandro Di Battista, continua a invocarla come bagno salvifico nel nulla finale della sua carriera politica. Dunque, un nuovo risultato grottesco del giustizialismo grillino, che premia i Benetton mentre pretendeva di punirli con la revoca e l’esproprio invece di punirli per il crollo del ponte Morandi, imponendo loro una nuova e ferrea gestione onerosa di Autostrade che erodesse totalmente i loro margini di profitto.

Per di più, la stessa nazionalizzazione di Autostrade pretesa dai Cinquestelle oggi è in forse. Col cambio della gestione di Cassa Depositi e Prestiti imposta da Mario Draghi che ha nominato amministratore delegato Dario Scannapieco al posto di Fabrizio Palermo non è affatto detto che Cdp (controllata dal ministero dell’Economia) mantenga il controllo pubblico di Autostrade.

Si apre ora il problema della gestione della rete autostradale a fronte della pessima prova data dalla gestione pubblica della rete stradale da parte dell’Anas. Come è noto, Autostrade fa gola a molti operatori autostradali italiani ed europei: lo prova l’interesse pubblico mostrato dallo spagnolo Florentino Pérez, proprietario della Acs, così come dal gruppo Gavio.

Dunque, non ci sarebbe da stupirsi se un prossimo domani Cdp rivendesse a un gruppo privato la concessione di questo asset, nella logica liberale e non statalista che caratterizza il pensiero economico di Mario Draghi.