Un’offerta che non si poteva rifiutareIl gran pasticciaccio intorno alle autostrade

L’approvazione del piano economico-finanziario, condizione basilare perché Aspi possa adempiere agli obblighi della concessione, o la sua eventuale modifica, prescinde dalla natura della proprietà che probabilmente verrà ceduta. Aver creato una connessione politica tra le due cose rappresenta un cortocircuito incompatibile con lo stato di diritto; il governo dovrebbe augurarsi un intervento della magistratura per fare chiarezza. Con questo editoriale comincia la collaborazione tra Linkiesta e l’Istituto Bruno Leoni

LaPresse

Nel caso Autostrade, lo Stato ha fatto agli azionisti un’offerta che non potevano rifiutare. Non è un’iperbole. È scritto, nero su bianco, nella relazione del CdA di Atlantia all’Assemblea, che il prossimo 31 maggio dovrà dare un parere sulla cessione della partecipazione in Aspi alla cordata capeggiata da Cdp. In essa si riporta, verbatim (pag. 27), la posizione riferita dall’attuale ministro delle Infrastrutture al precedente governo.

Di fatto, questo aveva messo l’approvazione di alcuni atti di natura regolatoria, attinenti al rapporto concessorio tra il ministero concedente e la società, in relazione alla cessione delle quote alla suddetta cordata. Il CdA di Atlantia conclude che stante questa situazione «è remota la possibilità che si addivenga all’approvazione del Piano economico finanziario in mancanza di perfezionamento della cessione della partecipazione».

Comprendiamo come l’impegno principale della magistratura italiana sia in questi giorni quello di discutere di sé stessa. Ma è difficile non porsi una domanda banale: qual è il senso della espressione “obbligatorietà dell’azione penale”?  Stante il tenore della relazione del CdA di Atlantia ai suoi azionisti, c’è un magistrato della Repubblica non impegnato in vicende interne che avverta oggi la necessità quanto meno di appurare se nella fattispecie citata ricorrano i margini della estorsione (art. 629 CP) o, viceversa, quelli della diffamazione (art. 595 CP)? La reputazione della impresa privata italiana è stata seriamente intaccata dalla vicenda Autostrade.

Ma ora in gioco c’è anche la reputazione dell’esecutivo di questo paese. Se anche accadesse che, a conclusione delle indagini, non emergessero gli estremi di un qualunque reato, non sarebbe questo comunque un evento positivo in grado di dissipare la nebbia che la stessa vicenda inevitabilmente finirà per lasciare sui comportamenti del Governo della Repubblica?

Il problema è semplicemente questo: l’approvazione del piano economico-finanziario di Aspi e le operazioni societarie relative al suo controllo sono due partite legalmente e concettualmente distinte. La prima riguarda le scelte in materia tariffaria e l’individuazione degli investimenti prioritari. La seconda riflette la volontà di estromettere Atlantia dall’azionariato della concessionaria, in modo da ricondurne il controllo in mani pubbliche.

Ma l’approvazione del piano economico-finanziario, che rappresenta la condizione basilare perché Aspi possa adempiere agli obblighi della concessione, o la sua eventuale modifica, prescinde dalla natura della proprietà. Aver creato una connessione politica tra le due cose, usando l’una come arma di ricatto per ottenere la seconda, rappresenta quel tipo di cortocircuito che è incompatibile con lo Stato di diritto.

Non solo, dunque, ci sarebbe lo spazio per un approfondimento da parte della magistratura, ma viene anche da chiedersi se e come siano ripartite le responsabilità di queste scelte tra i vertici politici dei governi passato e presente e le strutture tecniche che devono garantire, in ogni momento, il rispetto della legalità. 

L’articolo è disponibile su IBL