La guerra sull’opinione pubblicaLo spirito cinese e l’arte della repressione del dissenso

Come spiega Beatrice Gallelli nel suo ultimo libro (pubblicato dal Mulino) la propaganda di Pechino ha trasformato un vocabolo dai connotati sfuggenti (jingshen) in una specie di scudo che protegge la sfera spirituale della nazione da principi e ideali considerati pericolosi e da «infiltrazioni» dall’estero: in particolare i valori occidentali

di Zhang Kaiyv, da Unsplash

Così come articolato nel discorso politico, lo spirito cinese vuole coniugare l’ideologia politica elevata a guida del paese – dal marxismo-leninismo al «socialismo con caratteristiche cinesi» – con il pragmatismo riformista, nonché con elementi ben selezionati della cultura tradizionale cinese.

Sotto Xi Jinping il ruolo della cultura nella società viene ulteriormente rivalutato ed enfatizzato: sin dal 2014, Xi Jinping si è fatto promotore della «fiducia nella propria cultura» (wenhua zixin). I dirigenti precedenti avevano fatto riferimento alle «tre fiducie», ovvero la «fiducia nella strada» del socialismo con caratteristiche cinesi, la «fiducia nelle teorie» guida del paese e la «fiducia nelle istituzioni».

La quarta fiducia, la «fiducia nella propria cultura», è stata aggiunta da Xi. Nel suo discorso in occasione della Conferenza sulla letteratura e sulle arti nel 2014, che per toni ha riecheggiato il succitato discorso di Mao Zedong a Yan’an, Xi Jinping si è premurato di richiamare gli scrittori e gli artisti alla loro missione di «raccontare la storia della Cina, diffonderne la voce, spiegarne lo spirito e mostrarne lo stile», sottolineando come appunto lo spirito cinese affondi le sue radici nella cultura tradizionale cinese.

Al di là dei contenuti, la sua funzione pragmatica è decisamente interessante: lo spirito cinese sembra voler essere uno scudo che protegge la sfera spirituale della nazione cinese da principi e ideali considerati come pericolosi dal Partito e da «infiltrazioni» dall’estero, in modo specifico dai valori occidentali. Questi ultimi, ovviamente, non includono il marxismo di matrice europea, seppure anche la fede nell’ideologia ufficiale a volte non venga tollerata (cfr. cap. VII, 4).

A distanza di circa un mese dalla XII Assemblea nazionale popolare, ovvero nell’aprile del 2013, Li Zhanshu stilò il famigerato «Documento n. 9». All’epoca Li, oggi il numero tre nella gerarchia del Partito dopo Xi Jinping e Li Keqiang, era un membro del Comitato centrale del Pcc. Il «Documento n. 9» fuoriuscì dal sistema interno per ragioni e in modi misteriosi.

In esso si esortava il Partito a restare vigile nei confronti dei «sette pericoli» politici, tra cui il costituzionalismo, la società civile, le interpretazioni nichiliste della storia, i valori universali e la promozione della visione occidentale sui media. Invitava altresì i membri del Partito a rafforzare la loro capacità di resistenza a infiltrazioni da parte di idee esterne, a rinnovare il loro impegno a lavorare «nella sfera ideologica» e a gestire con rinnovata vigilanza tutte le idee, istituzioni e persone ritenute minacciose per il ruolo guida del Partito.

Alla luce di quanto esposto nei paragrafi precedenti appare chiaro come, in realtà, i contenuti del «Documento n. 9» non rappresentino affatto una novità; il documento reitera piuttosto i soliti cliché politici. Proprio la sua fuoriuscita, però, ha scatenato un’ulteriore stretta sul settore mediatico, sui social media e sulla Rete nel suo complesso, nonché sull’ambiente accademico: il settembre 2013 ha visto un giro di vite su Weibo e altri sociali media cinesi; nel novembre dello stesso anno, il processo di registrazione all’albo dei giornalisti è stato irrigidito introducendo un esame la cui preparazione prevede lo studio del «socialismo con caratteristiche cinesi»; nel gennaio 2015 Xi Jinping ha dichiarato la «sovranità cinese su Internet», bloccando l’uso di diversi Vpn usati per aggirare il Great Firewall.

Riguardo alla stretta sulle voci critiche nell’accademia, il caso di Xu Zhangrun, docente dell’Università Qinghua (Tsinghua University), uno degli atenei più importanti del paese, proprio per il prestigio del professore ha suscitato un ampio dibattito nella Rpc e all’estero. Xu, preoccupato per la deriva autoritaria intrapresa dalla politica cinese negli anni di Xi Jinping, l’ha denunciata in una serie di saggi, dallo stile raffinato ma diretto.

Dopo essere stato sospeso dall’insegnamento nel 2019, Xu non ha ceduto alle pressioni e ha continuato a scrivere saggi critici nei confronti della leadership di governo; in seguito all’ultimo, “Allarme virale, quando la rabbia supera la paura”, è stato arrestato con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione. Il caso di Xu Zhangrun non vuole suggerire che in passato, nel periodo precedente alla «nuova era» di Xi Jinping, le voci dei dissidenti venissero tollerate. Ne è riprova la sedia vuota del vincitore del premio Nobel del 2010, Liu Xiaobo, incarcerato dal 2009 con l’accusa di sovversione a causa del suo coinvolgimento nella stesura della Charta 08, che auspicava una riforma del sistema politico cinese. Tuttavia, sono l’intensità e l’estensione della repressione a costituire una novità.

L’oggetto della repressione non sono più soltanto le voci critiche nei confronti dell’intero sistema politico, ma altresì coloro che ne invocano un miglioramento senza minarne i presupposti fondanti, ossia la legittimità del Partito. Nel decennio della dirigenza Hu-Wen, ad esempio, vi era una certa tolleranza verso quelle organizzazioni non governative (Ong) che si facevano promotrici di istanze specifiche a livello sociale o ambientale, a patto che evitassero di invocare riforme del sistema politico.

Secondo Chlöé Froissart, durante l’era Hu-Wen la società civile svolgeva un ruolo funzionale al regime cinese, poiché, da una parte, guidava il Partito nell’elaborazione di politiche più sintonizzate sui bisogni e sulle aspettative della popolazione e, dall’altra, lo esentava dall’attuare le riforme strutturali o formali delle istituzioni politiche.

La maggiore libertà nel dibattito pubblico durante il decennio di Hu Jintao e Wen Jiabao non implica che periodi di «apertura» (fang) non fossero seguiti da altri di «chiusura» (shou) nei confronti della società civile, secondo una ciclicità che in Cina caratterizza il rapporto tra Stato e società civile sin dagli anni Ottanta. Tuttavia, da quando Xi Jinping ha preso in mano le redini del paese, si è assistito a una crescente stretta sul dibattito pubblico. Dal 2016 le Ong sono diventate oggetto di almeno due provvedimenti che ne limitano le capacità: la prima, la Legge sulle organizzazioni caritatevoli, impedisce alle Ong cinesi di essere finanziate da organizzazioni straniere e le trasforma ufficialmente in, appunto, «organizzazioni caritatevoli» (cishan zuzhi); la seconda, invece, pone le Ong straniere sotto la supervisione del ministero per la Pubblica sicurezza lasciando ampio spazio per forme di controllo da parte dello Stato sulle attività, sui fondi, nonché sui soggetti coinvolti nelle Ong, di fatto scoraggiandole dall’operare nella Cina popolare.

Un ulteriore esempio della stretta sul dibattito pubblico è rappresentato dall’arresto di Shen Hao, ex redattore del popolare «Shiji Jingji Baodao» di Shanghai, e fonte di ispirazione per molti giornalisti cinesi che si sforzano di condurre inchieste professionali. Shen è stato arrestato nel 2015 con accuse di corruzione e in un secondo momento è comparso sulla China Central Television (Cctv) pronunciando una confessione forzata, che riecheggia il formato delle sedute di autocritica adoperate durante la Rivoluzione culturale.

Alla repressione si è affiancata una rinnovata enfasi sull’importanza del controllo da parte del Partito sulla sfera ideologica. Il 19 agosto 2013, nella sua prolusione alla Conferenza nazionale sulla propaganda e il lavoro ideologico, Xi Jinping spronò i media a diffondere «energia positiva» (zheng nengliang).

A partire da questo discorso, alcune testate ufficiali hanno iniziato a discutere circa la necessità di vincere la «guerra sull’opinione pubblica» (yulun douzheng). Sebbene Xi Jinping non sia il primo leader a enfatizzare il ruolo dei media di «portavoce» (houshe) del Partito, egli l’ha ribadito in modo ancora più energico. Alla fine di febbraio del 2016 Xi ha visitato le sedi dei principali media ufficiali, tra cui la Cctv, la Xinhua News e il «Quotidiano del popolo», reclamando «fedeltà assoluta» al Partito da parte degli operatori nel settore dell’informazione; sottolineando il ruolo chiave dei media nel guidare l’opinione pubblica, li ha spronati a «raccontare bene la storia della Cina e a diffonderne la voce». Il suo predecessore, Hu Jintao, aveva visitato una sola volta il «Quotidiano del popolo» nel 2008.

Oltre al settore mediatico, l’enfasi sulla sfera ideologica ha riguardato altresì l’accademia e il settore dell’istruzione in generale. Già nel 2014, in occasione del suo discorso all’Università di Pechino per l’anniversario del Movimento del quattro maggio, attraverso un linguaggio figurato ormai diventato una caratteristica portante della sua retorica, Xi Jinping enfatizzò l’importanza dell’indottrinamento politico e morale nelle università. «Come i bottoni di una camicia, […] allo stesso modo i bottoni della vita devono essere chiusi bene sin dal principio», spiegò il presidente.

Nel luglio del 2018 è stata lanciata una campagna mirata agli intellettuali e finalizzata a «rafforzare lo spirito della lotta patriottica e a raggiungere nuovi traguardi nella nuova era»: in altre parole, gli intellettuali devono essere promotori del «patriottismo» plasmato dall’alto. Nell’autunno dell’anno successivo è stata lanciata un’altra campagna, questa volta indirizzata ai giovani.

Le linee guida di questa campagna per l’«educazione patriottica» nella nuova era, pubblicate nel novembre 2019 dal Comitato centrale del Pcc, ribadiscono come, «nella Cina contemporanea, l’essenza del patriottismo sia la commistione dell’amore per il paese, dell’amore per il Partito e dell’amore per il socialismo».

In sintesi, si ribadisce ancora una volta l’equazione già menzionata: amare la patria significa amare lo Stato, amare lo Stato implica amare il Partito. Per farlo è necessario che il «Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» entri «nelle imprese, nei villaggi, nelle istituzioni, nei campus scolastici, nelle comunità di quartiere, nelle caserme militari, [e] nel mondo di Internet».

da “La Cina di oggi in otto parole”, di Beatrice Gallelli, Il Mulino, 2021, pagine 192, euro 14

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