Il futuro in giocoLa vera emergenza post Covid in Italia sarà la crisi demografica

La riduzione del numero di abitanti è ormai irreversibile e bisogna iniziare a considerarne le implicazioni pratiche. Dal rapporto studenti/professori all’assenza di lavoratori in alcuni settori, dall’inflazione al crollo del valore degli immobili, i fattori di crisi sociale, economica e politica sono pronti a esplodere. Dovremo ricordarci però che per farcela serviranno leadership, chiarezza di pensiero e risorse morali

Cecilia Fabiano/LaPresse

La vera emergenza post Covid in Italia è la crisi demografica che sta rapidamente assumendo contorni così significativi da provocare un grande impatto sul futuro del Paese. Il dibattito politico si concentra su temi assolutamente irrilevanti o di modestissimo impatto da “Bella ciao”, al voto ai sedicenni, alla pur legittima tassa di successione, allo ius soli, ma trascura un fenomeno la cui portata e durata nel tempo cambieranno in modo sensibile il nostro modello sociale.

I dati
Nel decennio 1961-1970 sono nati ogni anno mediamente 950mila bambini. L’età media per una donna che ha figli in Italia era sotto i 30 anni, adesso supera i 33. Quindi i nati in quel periodo hanno già superato l’età riproduttiva generando un minuscolo incremento di nascite nel periodo 2000-2010.

Nel 2019 le nascite sono state invece 420mila, nel 2020 sono state 404mila, con un calo del 4% e nei primi 2 mesi del 2021 – i primi in cui l’impatto Covid emerge – il calo è prodigiosamente alto intorno al 10%, già corretto per l’anno bisestile 2020. Anche ipotizzando che il calo si riduca si va verso una natalità 2021 intorno a 370mila nati cioè un crollo del 60% rispetto al decennio 1961-70.

Solo per fare qualche estrapolazione, presupponendo una vita media di 83 anni come oggi e un rapidissimo incremento della natalità da 1,24 figli per donna a 2,05 figli per donna (un incremento totalmente irrealistico nelle condizioni attuali), nei prossimi 83 anni saranno nati 30 milioni di italiani al ritmo di 370mila l’anno. E il Paese, al netto dell’immigrazione, avrà una popolazione dimezzata rispetto a oggi.

Se invece più realisticamente i figli per donna saliranno da 1,24 a 1,5, significa che nel 2050 i nuovi nati saranno solo 270mila, e poi 208mila l’anno nel 2080. La popolazione italiana quindi alla fine di questo secolo potrebbe essere tra 20 e 25 milioni. Uno scenario quasi apocalittico nelle sue conseguenze.

Il numero di figli per donna
La statistica fondamentale nella demografia è il tasso di fertilità cioè il numero di figli per donna. Un equilibrio della popolazione è raggiunto considerando la mortalità nei primi anni di vita a 2,1 figli per donna.

In Italia il tasso di fertilità è stato tra 2,1 e 2,5 fino al 1976. Poi è repentinamente calato in modo molto evidente nei successivi 20 anni e si è assestato dal 1995 in poi tra 1,2 e 1,4. Nel 2021 probabilmente assisteremo a un minimo storico intorno a 1,15.

Il problema è comune a tutte le democrazie occidentali e negli ultimi anni sta emergendo anche in Cina e in India, dove il tasso di fertilità è rispettivamente sceso a 1,6 e 2,1. Quindi nemmeno l’India, in questo momento, è sopra il tasso 2,1 e vede l’aumento della popolazione solo per effetto del numero maggiore di donne in età fertile oggi adulte e nate 30 anni fa. Un effetto che si esaurirà ovviamente tra 20-25 anni.

È molto realistico che dopo il 2050 la popolazione mondiale inizi a scendere dopo avere toccato un picco di 9-9,5 miliardi di persone. La rapidità della discesa dipende essenzialmente dall’Africa dove i tassi di fertilità sono ancora elevatissimi. In tutto il mondo occidentale e sviluppato la discesa è già iniziata o sta iniziando.

Le cause del crollo della fertilità sono assai note, ma a me pare che si stia inserendo un nuovo grandissimo elemento portato dal Covid: l’incertezza. La disponibilità diffusa e semplice di anticoncezionali è stato il primo passo per il crollo delle nascite.

Poi è subentrato il costo elevatissimo dell’educazione di un bambino e la volontà di molti giovani di non assoggettarsi alle rinunce che questo comporta. La disgregazione della famiglia tradizionale, i cicli di studio allungati, la convinzione di potere ritardare il primo figlio (indipendentemente dalla migliore età riproduttiva biologica che è invece intorno ai 20-25 anni) per costruire una posizione di lavoro più solida, sono tutti elementi che spingono nella stessa direzione.

Nel 2020 si è aggiunto il Covid con il suo pesante carico di incertezza nella vita futura, incertezza aumentata dalla sensazione di potere perdere il lavoro per effetto del Covid, di avere un reddito molto inferiore, insomma di non potersi permettere un figlio. Vedremo i dati 2021 nei vari Paesi, ma è una mia (facile) previsione che proprio nei Paesi come l’Italia – dove le incertezze sul lavoro sono maggiori, il debito pubblico è elevato e anche a causa di una dissennata politica di gestione catastrofista del Covid da parte del governo Conte – il calo della natalità sarà più marcato.

Qualsiasi studioso di demografia può rimarcare che sostenuti e importanti incrementi del tasso di fertilità sono sconosciuti da 60 anni a questa parte. L’impatto della medicina che ha fortemente allungato l’aspettativa di vita e quasi azzerato la mortalità infantile ha sostanzialmente ridotto il tasso di fertilità e in nessun Paese si è assistito a un incremento sostenuto. Quindi l’idea che in Italia si possa andare da 1,2 anche solo a 1,5 o 1,6 è assolutamente aprioristica e direi velleitaria. Non è mai successo e non si vedono oggi le condizioni perché succeda.

Inversamente i giovani sanno che essendo in pochi dovranno farsi carico di un welfare generosissimo per gli anziani che sono un numero enorme. Come tale sanno che saranno violentemente tassati e vedranno il loro welfare molto ridotto. La fiducia che oggi un trentenne ha sulla propria capacità di avere una pensione è minima, come emerge chiaramente dai numeri. La disgregazione della famiglia e la società dei diritti senza doveri di cui l’Italia è la massima espressione mondiale, fanno sì che nessuno pensa ai figli come ammortizzatore della vecchiaia, semmai l’opposto vale a dire a pesanti assorbitori di risorse economiche nella loro gioventù.

Io temo che l’effetto di tutto questo sarà un lungo periodo in cui il tasso di fertilità rimarrà eccezionalmente basso tra 1,2 e 1,5 al massimo, con conseguenze molto rilevanti sull’economia, la società e in ultima analisi anche sulla politica.

Le implicazioni immediate (e sicure)
Le conseguenze più ovvie di questa situazione demografica, che si può definire estrema, sono queste:

• Il deficit di strutture scolastiche e a livello di asili nido crolla immediatamente. Passare da oltre 550mila nati a 370mila nati è come costruire in pochi anni il 40% di asili nido e scuole in più. Come Paese non abbiamo fatto nulla di tutto ciò, ma l’impatto è lo stesso. Di certo scuole e asili nido servono solo ai bambini e il calo dei nati libera spazi a parità di strutture esistenti.

• A parità di rapporto studenti/professori crolla del 40% anche il fabbisogno di personale scolastico. Poi certamente succederà che diminuirà il numero di studenti per professore sotto la spinta di esigenze più conclamate che vere, dopo che è già calato moltissimo negli ultimi 20 anni. Siamo ai livelli minimi in Europa, con circa 10 studenti per professore contro 13 in Francia, 15 in Germania e 19 nel Regno Unito. Per contro, nei test PISA questo numero di professori molto elevato non corrisponde minimamente a risultati migliori. La nostra scuola è inefficiente, e tanto più lo diventerà sotto la pressione di un sindacato che preserva l’occupazione a fronte di un crollo della domanda e non si pone temi di efficacia. Esattamente l’opposto di quello che dovremmo fare. Avere tanti professori demotivati e non qualificati significa sprecare il più grande e prezioso asset del Paese, cioè l’istruzione dei pochi nati in questa crisi demografica. Ma sembra che l’unica priorità dei sindacati sia la stabilizzazione dei precari e la creazione di sempre nuove posizioni di lavoro, a fronte di un crollo degli studenti.

• La disoccupazione crollerà e anche abbastanza rapidamente. Nei prossimi 5 anni escono dal mondo del lavoro classi di età con circa 4 milioni di persone. Per contro entrano nel mondo del lavoro 3 milioni di persone. A parità di tasso di partecipazione al lavoro (circa il 60%) sono circa 600mila posti di lavoro che si liberano, cioè circa 3% di disoccupazione in meno. Il 2020 è un anno tremendamente anomalo ma è realistico prevedere nel 2021 e 2022 l’inizio di un’epoca di scarsità di lavoratori particolarmente nelle professioni in crescita e in generale un drastico calo del tasso di disoccupazione. Cosa si sta facendo per ovviare al problema, che sarà gigantesco? Blocco dei licenziamenti a difesa di lavori che non ci sono più, reddito di cittadinanza che disincentiva la ricerca di lavoro e per contro nessuna attività politica per formare categorie di lavoratori che saranno scarsissime. Si continua a inseguire qualcosa che non esisterà più a breve senza guardare il problema vero che avremo e cioè l’assoluta disparità tra numero di persone richieste in certi lavori a elevatissima scarsità e, al contempo, eccesso di lavoratori qualificati per lavori che non ci sono più. Il blocco dei licenziamenti invece che la difesa del lavoratore licenziato è quanto di più stupido si possa fare in questo contesto demografico. Il costo di questa politica dissennata e populista sarà elevatissimo nei prossimi anni. È il solito vizio italiano, la difesa del pregresso in nome dei diritti acquisiti mentre il mondo cambia con una rapidità sconvolgente, salvo scoprire tra 5 anni che il costo della difesa dell’esistente è stato enormemente superiore al costo del cambiamento. Alitalia è il massimo esempio nazionale di queste politiche folli e costosissime.

• Mancheranno lavori e persone nei settori non automatizzabili. La cura degli anziani su tutti. Avremo un’esplosione della popolazione oltre i 70 in pochi anni e mancheranno badanti, infermieri e anche medici, vista la dissennata politica di iscrizione a medicina. Ci vogliono 10 anni per formare un medico e tra 10 anni la struttura demografica avrà subito un cambiamento epocale, peraltro noto anche 10 anni fa. Nulla è stato programmato in tal senso. Adesso con il Covid si darà il via a un aumento delle iscrizioni a medicina, ma ci saranno abbastanza infermieri e personale ausiliario? Probabilmente no e saranno in gran parte extra comunitari perché la cultura di massa italiana ritiene quei lavori squalificanti: per questo li importiamo.

• Non avendo figli, infermieri, muratori e idraulici – ma una pletora di laureati in materie classiche o letterarie senza studenti – avremo bisogno di importare lavoratori disponibili a svolgere attività che i nostri laureati spesso disoccupati giustamente non si sognano nemmeno di svolgere. Il numero chiuso dovrebbe essere introdotto un po’ meno in medicina e un po’ di più nelle facoltà letterarie, ma non lo facciamo perché la casta dei professori universitari (anche essi ampiamente ridondanti in alcune facoltà) preferisce non affrontare il problema. Quindi l’immigrazione diventerà una necessità assoluta e semmai (la Germania lo ha già fatto egregiamente) dovremo cercare di incentivare una categoria di immigrati coerente con la nostra evoluzione sociale, piuttosto che proclamare la necessità di difendere i confini. Arriveremo rapidamente al 20% di non italiani, ma la storia insegna che la transizione verso una società multietnica e multirazziale è piena di ostacoli. Per citare il più grosso, come reagiremo se un partito politico si farà paladino degli interessi degli immigrati e ovviamente avrà un crescente consenso numerico? Quale sarà la risposta delle altre forze politiche a livello di alleanze? E quale la possibilità di strumentalizzare un contesto che ci chiederà adattamenti faticosissimi e del tutto innaturali? Nulla è stato fatto in questi anni per prepararci socialmente a quello che ci attende, anzi spesso il politically correct è il catalizzatore più importante della protesta, perché i penultimi incolpano sempre gli ultimi per le loro sfortune.

Le conseguenze meno ovvie
Alcune implicazioni di secondo ordine sono più incerte, ma potenzialmente più deflagranti a livello complessivo:

• Io credo che l’inflazione crescerà e anche in modo significativo. La scarsità di lavoro e il calo dell’incremento della produttività renderanno il rapporto tra disponibilità e costo del lavoro sbilanciato. Qualsiasi economista sa che lo shock inflattivo da costo del lavoro è molto più difficile da controllare rispetto all’incremento di prezzo delle materie prime, peraltro indotto e già evidente dall’effetto riduzione capacità da Covid. Quindi andiamo incontro ad anni in cui le tensioni inflazionistiche potrebbero essere consistenti, e ugualmente le banche centrali saranno molto restie ad agire alzando i tassi di interesse in un contesto di debito pubblico a livelli da record storico. Sono i governi che definiscono gli obiettivi della banca centrale e tutti i governi sono oggi i maggiori debitori sul pianeta con scarsa possibilità di rientrare dal debito esigendo nuove tasse. L’equazione è semplice e un po’ di inflazione è una tassa sul risparmio non esplicita ma molto efficace. Molto meno impopolare di qualsiasi altra tassa, con un gettito certo e tra l’altro senza difficoltà di riscossione. È anche una tassa molto iniqua, ma questo andrà, almeno in Italia, a controbilanciare decenni in cui il trasferimento intergenerazionale a carico dei giovani è stato così elevato da renderlo insostenibile. Sarà invece elevata la tensione con i Paesi virtuosi del Nord Europa (Olanda, Germania, Austria) che vedono l’inflazione come il nemico numero uno da sconfiggere per proteggere i loro risparmi. L’inflazione colpisce le classi più anziane e sarà all’opposto altamente popolare tra i giovani che vedranno una via di uscita dai loro problemi. Il male è sempre lo stesso si esasperano i populismi senza guardare al domani, ma poi il conto arriva e più si aspetta più il riequilibrio è doloroso e costoso.

• Ci sarà un eccesso di disponibilità di abitazioni e l’effetto Covid/smart working renderà meno interessante il costo del vivere in centro città rispetto ai benefici. Negli ultimi 10 anni i valori immobiliari (ad esclusione di Milano, mentre Roma ha visto un crollo verticale) in Italia sono scesi in modo sensibile e si è assistito a una notevolissima erosione del reddito immobiliare e anche del capitale di intere generazioni che hanno investito nel mattone. L’inflazione nominalmente aiuterà, ma in termini reali l’erosione dei valori immobiliari potrebbe essere ancora abbastanza cospicua. Questo significa che una generazione di risparmiatori verrà spazzata via e si ritroverà con un patrimonio che pensava essere di sicurezza e invece non lo sarà per nulla. Anche in questo caso nulla è stato fatto, anzi il poco che è stato fatto ha esasperato il problema. Tra 10 anni una persona di 75 anni cercherà di valutare la propria possibilità di accedere a cure mediche molto costose con il proprio patrimonio immobiliare e scoprirà con orrore che molti immobili di basso standing diventeranno invendibili e quindi a valore zero, proprio per mancanza di domanda. La rabbia sociale che ne deriva sarà un tema di rilevanza politica notevole.

• La tassazione dovrà necessariamente aumentare. Dove e su quali redditi/patrimoni è una scelta fondamentale e politica. Quello che si osserva oggi è che la creazione di lavoro ad alta produttività, l’unico antidoto vero a livelli di tassazione che saranno elevatissimi, comunque, non sembra scaldare gli animi, mentre le più svariate forme di sussidio sembrano pagare elettoralmente. Anche qui però la mia previsione (molto di minoranza, ammetto) è che progressivamente invece i voti andranno a chi privilegia il lavoro e lo sviluppo perché è già oggi più che evidente, in modo forse intuitivo ma pregnante, che di sussidi si muore. Lo spostamento a destra dell’elettorato, abbastanza evidente in questa fase storica in tutta Europa, sembra un segnale conclamato. Più la sinistra insegue politiche di tax and spend in un contesto di questo genere, presupponendo popolarità elettorale con canoni ormai antichi e anche sbagliati, più la risposta elettorale sarà esattamente opposta. Mi pare che l’attuale segretario Partito democratico non abbia invece per nulla colto l’avvertimento e prosegua verso il baratro inevitabile. Per quanto riguarda Conte e i Cinquestelle, la totale assenza di qualsiasi cultura economica rende inutile ogni analisi. Sceglieranno a caso o secondo le indicazioni di Rocco Casalino.

• Le tensioni sociali cresceranno. In regime di fortissima evoluzione, cambio demografico mai visto, eccesso di debito, concorrenza tra Paesi e modelli di sviluppo diversi che assumerà accenti molto duri e soprattutto, uscendo dall’epoca del diritto universale a tutto (studio, lavoro, pensione, sanità, cittadinanza, spettacoli, ecc.) contro il dovere universale a nulla, sarà difficile evitare la crescente rabbia sociale quando qualcuno o meglio molti scopriranno che gran parte dei diritti non esistono più e sono sostituiti da doveri pressanti. Molte categorie protesteranno anche vivacemente e il collante sociale in un contesto di demografia come quello che ci attende risulta difficilissimo da tenere. Serviranno leader illuminati e anche un po’ impopolari, non azzeccagarbugli populisti da strapazzo impreparati a tutto. Anche qui non siamo al momento messi bene almeno in Parlamento, mentre Draghi al Governo è la migliore cosa potesse capitarci come Paese e speriamo che duri pressoché all’infinito. Ci aspetta una lunga stagione di sacrifici. Li può richiedere solo chi ha una visione del futuro realistica e non velleitaria, chi è preparato a gestire il futuro e non chi disegna una sequenza di condizioni del tutto irrealistiche del mondo in cui nessuno paga e tutti vivono con il debito pagato dalle future generazioni. Il problema, il grosso insuperabile problema, è che le future generazioni non esistono. E quindi il conto da pagare ritorna molto rapidamente al mittente. Per anni il conto veniva rimandato a 20 anni dopo. Adesso per effetto dell’indebitamento Covid congiunto alla crisi demografica, il conto del debito futuro si scarica immediatamente su chi lo ha generato, spesso provocando la rovinosa caduta dei voti degli elettori in tempi abbastanza brevi. È una rivoluzione copernicana. Bisogna governare con i fatti e le realizzazioni, non più con le promesse da mercante o con il debito a carico di chi non è ancora nato perché questa volta non nascono abbastanza bambini per pagare i debiti che già abbiamo contratto.

Cosa fare
Il mantra dei prossimi 10 anni deve essere istruzione e lavoro ad alta produttività. Saremo in pochi a lavorare e quei pochi dovranno essere altamente produttivi per creare la ricchezza necessaria a sostenere il generosissimo welfare che oggi riteniamo scontato. Peccato che tutto il mondo ricercherà di essere competitivo su questi temi e la competizione globale non vive di sogni e velleità o ideali, bensì di realizzazioni concrete. Quindi ci confronteremo con altri sistemi Paese – la Germania, la Corea, la Cina, Regno Unito, la Francia – e laddove siamo svantaggiati nelle condizioni di competitività per creare questi lavori ad elevata produttività non potremo che soccombere a un tenore di vita inferiore.

Creare lavoro, migliorare le capacità professionali dei giovani, formare in apprendimento continuo chi lavora, aumentare la partecipazione del lavoro delle donne, diventeranno le sfide critiche per molti, molti anni. Il ruolo delle imprese è vitale perché sarà proprio nelle imprese che si creano i presupposti per ottenere questi risultati. Riformare la Pubblica Amministrazione e la Giustizia diventa prioritario per evitare che siano – come negli scorsi 30 anni – uno zaino pesantissimo da portare per le imprese e quindi non si creino le condizioni minimali per innovazione, investimenti e produttività.

Dalla nostra abbiamo una base industriale straordinariamente forte resa evidente anche dal rimbalzo post Covid, la possibilità di esportare turismo con numeri da leader mondiale (se solo impariamo a sfruttare meglio Roma, Venezia, Firenze, Milano e la moda e tutto il bel Paese) e un costo della manodopera ancora molto competitivo rispetto al Nord Europa.

Il cambio di mentalità e la necessità di affrontare i problemi con immediatezza sarà vitale. La discussione sul blocco dei licenziamenti non dovrebbe nemmeno iniziare, così come sarebbe auspicabile la consapevolezza della necessità di spingere in ogni modo la creazione di nuovo lavoro qualificato e di fare ripartire in ogni modo il turismo dall’estero. I tempi del futuro sono compressi e la discussione infinita (sull’orario del coprifuoco per dirne una, o sul numero di commensali) porta a un solo risultato vale a dire la sconfitta con sistemi Paese che fanno di più e discutono di meno, Cina in primis.

Il recupero della dimensione famiglia come elemento di base per affrontare e risolvere molti problemi di adattamento sarà anche essenziale. Famiglia non solo intesa come coppia e figli, ma anche come genitori che dovranno rientrare in una pianificazione attenta quando lo Stato non potrà più essere così generoso con i debiti di chi non è ancora nato.

Soprattutto non potremo più fare finta. Dovremo essere veri, nel senso di affrontare i gravi problemi che ci aspettano senza cercare facile consenso populista con frasi a effetto o proclami per lo più vuoti, ma appariscenti. Risentire le conferenze stampa di Conte a reti unificate a distanza di un anno piene di vuoto pneumatico e di prosopopea, dovrebbe essere il principale antidoto a un governo di incompetenti populisti.

I problemi elencati sono veri, ineludibili e saranno con noi per decenni, tanto quanto il Covid.

Meglio affrontarli e imparare a conviverci che pretendere che spariscano convincendo gli elettori che il conto da pagare non esiste o sarà pagato da altri. Gli anglosassoni dicono «there is no free lunch». Io penso che in Italia chiunque proietta un free lunch debba immediatamente essere messo alla gogna mediatica come un bugiardo o un mentecatto, in entrambi i casi politicamente inadatto a essere un leader.

L’Italia ce l’ha sempre fatta in condizioni di estrema difficoltà, ed è qui che dà il meglio. Oggi ci siamo di nuovo e dobbiamo trovare leadership, chiarezza di pensiero, risorse morali per farcela ancora una volta. È alla nostra portata ma la tolleranza per nani e ballerine non deve essere più della partita dopo 30 o 40 anni in cui è stata la cifra più comune della politica. Saremo troppo pochi per perdere tempo con i fumetti, le sceneggiature di Rocco Casalino, e gli inutili stati generali a Villa Pamphili. Dovremo invece lavorare e anche sodo per pagare i debiti accumulati. E dovremo dare spazio, riconoscimento e visibilità a chi genera opportunità di lavoro, non a chi promette sussidi senza preoccuparsi di dire chi li paga visto che i pochi che nasceranno avranno già abbastanza debiti senza nuove vacue promesse populistico-elettorali. Per sconfiggere la povertà non si va sul balcone col reddito di cittadinanza. Si lavora per creare ricchezza. Sarà utile ricordarlo nel segreto dell’urna.

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