Beppe e GiuseppeIl finto wrestling politico dei due nuovi Stanlio e Ollio del grillismo

È ancora presto per dire che tutto è bene quel che finisce bene. Lo Statuto va ancora scritto. Il ruolo di Casalino va precisato. La disputa era, è e sarà sui limiti del potere dell’uno e dell’altro. Chi decide le liste? Chi decide i componenti della segreteria? Tuttavia, primum vivere, poi si vede

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Sarà un ossimoro ma questo happy ending è abbastanza triste, almeno nella misura in cui è scontato. Tanto tuonò che piovve, e dunque dopo tanti annunci (finti) su strappi clamorosi ecco che Beppe Grillo e Giuseppe Conte fanno l’unica cosa che ragionevolmente potevano fare: la pace. Non è finita ma la strada sembra in discesa. Lo scontro di potere che gli spin doctor del duo hanno dipinto negli scorsi giorni come la fine del sodalizio, l’addio per sempre, il clamoroso divorzio definitivo – nemmeno si trattasse dei Beatles – in realtà finirà, come abbiamo scritto giorni fa, con la presa d’atto che Grillo ha bisogno di Conte e Conte ha bisogno di Grillo. E per ragioni molto semplici. Senza il comico verrebbe a mancare non solo la sua fantasia, stramba quanto si vuole ma che in questi anni ha funzionato da propellente; e senza l’avvocato ex del popolo verrebbe a mancare la faccia mezzo furbo mezzo ingenua di uno che essendo stato due volte presidente del Consiglio dunque un peso alla fine ce l’ha.

Non staremmo qui appresso alle cronache che raccontano di un Grillo che esclude di «essere un coglione» e che rivendica il ruolo di Garante e altre amenità, meglio sottolineare la modalità assolutamente tradizionale di procedere da parte di chi voleva e vuole rivoluzionare le regole della politica. Gli ingredienti ci sono tutti, compresa l’immancabile telefonata di chiarimento, come si dice in politichese, accompagnata dalla duplice scena dei due capi che a 24 ore di distanza arringano i parlamentari. Una sceneggiatura che si conosce da decenni, nulla di nuovo sotto il sole – e d’altronde che il Movimento 5 stelle sia identico agli altri partiti di ogni latitudine è cosa evidente da diversi anni – ed è possibilissimo che nelle prossime ore i due si vedranno faccia a faccia per concordare il futuro, loro e del Movimento.

La disputa era, è e sarà sui limiti del potere dell’uno e dell’altro. Ovviamente non si tratta di una discussione kantiana ma di roba molto concreta: chi decide le liste? Chi decide i componenti della segreteria o come si chiamerà il caminetto di vertice? Chi mette bocca su come utilizzare i denari? Soprattutto: chi gestisce la comunicazione? E via dicendo. Troveranno prima o poi il modo di quadrare il cerchio, e d’altra parte chi meglio dell’avvocato che ha diretto due governi di segno opposto senza scomporsi può ricamare una trama formale che vada bene anche al comico genovese? Il quale si è sentito, anche comprensibilmente, sul punto di essere pugnalato da Bruto-Conte: «Ditemi se mi volete o no», ha sbottato ieri davanti agli onorevoli grillini.

Dall’altra parte, è molto probabile che l’ex presidente del Consiglio di fare un proprio partito personale non ha mai avuto molta voglia. Il partito di Conte è stato più che altro uno spaventapasseri manovrato abilmente da Rocco Casalino – che in questa fase si diverte più a seminare zizzania che a costruire, e Grillo non ne può più – per mettere un po’ di strizza a un comico meno lucido di altre fasi e a quei parlamentari sbandati come dopo una sbornia che vogliono capire che ne sarà della loro esistenza – perché di questo si tratta – del futuro di un movimento-partito che inevitabilmente porterà nel prossimo Parlamento la metà della metà della metà degli attuali onorevoli (anche grazie alla genialata della riduzione del numero dei parlamentari)

I grillini che occupano gli scranni di Camera e Senato, divisi per bande non certo in base a criteri politici ma di fedeltà a questo o quel capetto, sono effettivamente in balia di eventi che non governano loro. Il solo punto di riferimento con qualche credibilità (interna) è quel Luigi Di Maio che si diverte a fare il grande mediatore fra i due principali galli del pollaio, calato sempre più nei panni di un andreottiano 2.0 che parla con tutti e non litiga con nessuno, soprattutto a sinistra ora che fa parte di un governo presieduto da un riformista illuminato come Mario Draghi; e che nel M5s sta ben attento a tenere unite tutte le tribù e sottotribù con la promessa che rimarranno tutte nel giro buono del potere.

Ancora presto per dire che tutto è bene quel che finisce bene perché le lotte di potere non hanno mai veramente fine, basta leggere Shakespeare. Lo Statuto va ancora scritto bene. Il ruolo di Casalino va precisato. Il potere di Conte non è ancora chiaro. Tuttavia, primum vivere, poi si vede. E quindi come nei film di Laurel e Hardy dopo le burrasche fra i due nessuno dubita della riappacificazione finale fra Beppe e Giuseppe. Fino alla prossima comica.