Un passo avanti, due indietroL’anacronistica decisione di costruire una nuova miniera in Cumbria

Scavare il carbone per salvare il clima. È il motto dei sostenitori di un nuovo sito estrattivo nel nord ovest dell’Inghilterra. A loro dire, l’impresa aiuterebbe il contrasto al climate change e favorirebbe la creazione di nuovi posti di lavoro verdi. Non è così

Cumbria - Unsplash

Dopo trent’anni dall’attivazione dell’ultima miniera di carbone – la Haig – e dopo sei dalla chiusura della Kellingley, nel North Yorkshire, in terra inglese è stata rievocata l’idea di costruire un nuovo impianto – Woodhouse Colliery -, per la produzione di acciaio. Si tratterebbe di una struttura in grado di garantire un approvvigionamento annuale di circa 2,5 milioni di tonnellate di carbone da coke, utilizzato per alimentare gli altiforni.

Decenni fa, la costa occidentale della Cumbria era un vivace centro industriale, con miniere di carbone, impianti chimici, acciaierie, cantieri navali e energia nucleare. Oggi, tutte queste industrie sono in declino oppure non più attive.

È per questo che gran parte dei cittadini di Whitehaven, la città nella contea nord-occidentale della Cumbria dove il nuovo, contestato, sito potrebbe essere costruito, sono entusiasti. Gli attivisti per il clima, insieme a una parte significativa dell’opinione pubblica britannica, sono invece sconvolti.

Secondo i progetti, la miniera di Whitehaven dovrebbe produrre carbone, destinato soprattutto all’esportazione industriale, estratto sotto il mare d’Irlanda, per almeno 25 anni. Quindi ben oltre la data del 2030 fissata proprio in vista della Cop26, che chiede l’impegno di tutta la comunità internazionale a dimezzare le emissioni climalteranti entro quell’anno e abbatterle completamente entro il 2050.

La costruzione e attivazione del sito – per un costo complessivo di circa 185 milioni di dollari – si concluderebbe in due anni e il combustibile fossile estratto verrebbe trasportato via treno verso le acciaierie di Port Talbot, in Galles, e del Lincolnshine, nel nord dell’Inghilterra.

L’idea della nuova miniera nasce nel 2014, quando la società di venture capital con sede in Australia EMR Capital riscontra nella contea inglese il potenziale per estrarre carbone da coke. Decide così di finanziare la società locale West Cumbria Mining, per sviluppare un piano di costruzione.

Inizialmente, la proposta non solo viene accolta con entusiasmo dalla popolazione locale (e da gran parte dei politici della west coast), ma sembra anche passare incolume al radar del governo nazionale e dei gruppi ambientalisti.

Poi nell’ottobre 2020, il consiglio della contea di Cumbria approva il progetto della nuova miniera e il governo, a gennaio, lo conferma. Ma nel 9 febbraio arriva il dietro front: il consiglio dichiara che avrebbe riesaminato la decisione. E al governo arriva una lettera del suo organo consultivo, il Comitato per i cambiamenti climatici (CCC), che avverte che la miniera ostacolerebbe il raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica, lasciando «un’impressione negativa» del Regno Unito soprattutto in vista della sua presidenza in vista della COP26, a Glasgow, il prossimo novembre.

Chi è a favore della costruzione del sito, insiste sulla possibilità di creare nuovi posti di lavoro (500 direttamente all’interno della struttura stessa più altrettanti impiegati nella catena di approvvigionamento), dando impulso all’economia della cittadina. Tuttavia, secondo un sondaggio di YouGov commissionato da Greenpeace, un terzo dell’opinione pubblica britannica è favorevole a vietare del tutto la costruzione di nuove miniere di carbone, come per altro suggerito dall’agenzia internazionale dell’energia nella sua roadmap energetica.

Da parte sua, la società che attiverebbe la miniera ha proposto una sua narrativa ecofriendly. Infatti, come spiega il Guardian, sul sito web della West Cumbria Mining, sono state pubblicate una serie di schede informative in cui si sottolinea come il carbone – che altrimenti sarebbe importato, e questo implicherebbe l’emissione di gas climalteranti – sia necessario per la produzione di acciaio e come quest’ultimo sia indispensabile per produrre turbine eoliche.

Nei documenti, però, non compaiono riferimenti a forme di produzione a basso tenore di carbonio di questo metallo. Di più, in una delle rare citazioni sulle emissioni climalteranti si spiega che il sito minerario verrebbe dotato di punti di illuminazione e di ricarica a basso consumo energetico.

Insomma, secondo la dichiarazione ambientale sintetica di West Cumbria Mining non ci sarebbero impatti ambientali significativi.

In un successivo rapporto del 2020, viene proposta una valutazione dei gas serra implicati solo nelle fasi di costruzione, esercizio e smantellamento dell’impianto minerario, e non di quelli derivanti dalla combustione del carbone (emissioni stimati in 9 milioni di tonnellate l’anno). Inoltre, l’amministratore delegato della miniera, Mark Kirkbride, ha spiegato che «ogni tonnellata di carbone proveniente dalla West Cumbria Mining è una tonnellata che non verrà trasportata attraverso l’oceano, risparmiando così sulle emissioni di gas serra. Le affermazioni di un’emergenza climatica continuano a ignorare i benefici climatici di questo progetto».

Ad oggi, l’economia di Whitehaven dipende in gran parte dal sito di scorie nucleari di Sellafield (il più grande d’Europa), situato sulla costa. Risulta invece difficile trovare impieghi ben pagati al di fuori dell’industria energetica. Ma la Local Government Association ha stimato che il distretto di Copeland, che comprende Whitehaven, potrebbe creare 860 posti di lavoro verdi entro il 2050 in settori come l’efficienza energetica e la generazione di energia da fonti rinnovabili.

Come si legge sul Guardian, la diatriba intorno alla costruzione della miniera fa emergere due fondamentali problemi. Da una parte il mancato collegamento tra le politiche climatiche nazionali e il loro rispetto da parte dei governati dei singoli territori, svincolati da qualsiasi responsabilità in materia. Questa libertà, e incertezza, spiega il quotidiano inglese, rende più facile dire «dobbiamo ridurre le emissioni. Solo non qui».

Dall’altra parte, rimane il problema occupazionale. Infatti, nelle aree ex-industriali come la Cumbria occidentale, la necessità di buoni posti di lavoro è fondamentale. «Non era che la Cumbria occidentale volesse una miniera – si legge sul Guardian -: voleva semplicemente lavoro».

Nonostante tutte le polemiche, un futuro per il nuovo impianto minerario in Cumbria è ancora possibile.

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