Quesiti linguistici“Salvataggio” o “salvamento”? Risponde la Crusca

I due termini sono equivalenti solo nel senso di “salvare”. Ma uno non può essere usato nel senso di “salvezza”, avendo sviluppato il senso figurato di intervento per porre rimedio a una situazione gravemente compromessa

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci chiedono se ci sia differenza tra salvataggio e salvamento, termine, quest’ultimo, la cui presenza è stata rilevata nel nuoto e anche in una puntata di SuperQuark andata in onda tempo fa dedicata ai pericoli del mare.

Risposta
In italiano sono numerosi i sostantivi che indicano l’azione del salvare (o del salvarsi) oppure la condizione di chi si salva (o si è salvato), tanto che proprio con riferimento ad essi in un articolo di qualche anno fa ho parlato di “polimorfia derivativa” (cfr. Paolo D’Achille, Un caso di polimorfia derivativa nella storia dell’italiano: l’azione di salvare/salvarsi e la condizione di essere salvo, in “Studi di filologia italiana”, LXXII, 2014, pp. 239-252). In verità, non tutti sono direttamente derivati dal verbo salvare, visto che tra essi figurano anche latinismi e prestiti, ma tutti condividono la radice salv , che immediatamente li riconduce al verbo salvare. Oltre a salvamento e a salvataggio, ricordati dai nostri lettori, la lessicografia sincronica registra anche salvezza, che indica, se non un’azione, almeno una condizione, e non una qualità, come le altre formazioni deaggettivali in  ezza e che nel corso dei secoli è diventata la parola più diffusa (il GRADIT la colloca nel Vocabolario di base, nella sezione del lessico di “alto uso”, mentre salvataggio e salvamento sono fatti rientrare nel vocabolario comune), l’ormai obsoleto salvazione (con diverse varianti tra cui salvagione) e salvo (in uso solo nella locuzione in salvo). La lessicografia storica (GDLI) registra anche varie altre forme: salvanza (accolta anche nel GRADIT), salva, salvigia, salvità, nonché il desueto tecnicismo salvaggio ‘compenso offerto ai marinai che si sono adoperati per proteggere la nave o hanno recuperato attrezzi caduti in acqua’.

Per concentrarci sui due vocaboli al centro dell’attenzione dei nostri lettori, salvamento è il termine più antico, documentato già nella prima metà del sec. XII nel Conto navale pisano, dove – vista anche la semantica (si parla di “Salvamento di taule”, che può significare ‘custodia’ oppure ‘restauro’) – è ipotizzabile la derivazione per suffissazione da salvare e non dal latino (ecclesiastico) salvamĕntum, come viene generalmente indicato nella lessicografia. Ben documentato nei primi secoli, in cui era in concorrenza con salvazione, salvamento ha poi subito un progressivo declino e nell’italiano di oggi sopravvive nell’uso colto, specie con riferimento alla salvezza dell’anima (in particolare nell’espressione trarre a salvamento) ma anche come termine specialistico del nuoto, come “disciplina sportiva e agonistica che insegna tecniche e operazioni di salvataggio in acqua” (GRADIT). Anche secondo il Vocabolario Treccani online salvamento è “Ormai raro col sign. di salvataggio, fuorché nel nuoto”, nel cui ambito si citano la sezione salvamento della Federazione Italiana Nuoto, il nuoto per salvamento (o anche semplicemente salvamento), i brevetti di abilità nel salvamento. Quanto a salvataggio, si tratta di un francesismo entrato in italiano nell’Ottocento, modellato sul francese sauvetage, derivato dal verbo sauver ‘salvare’, in cui tra la base e il suffisso si è inserito il segmento  et , tratto da sauveté ‘salvezza’, per evitare l’omonimia con sauvage ‘selvaggio’.

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