Il fisco va in paradisoLe tasse minime globali sono una cosa bellissima (ma ci vorrà tempo)

I ministri delle Finanze del G7 riuniti a Londra hanno trovato un accordo un po’ al ribasso, ma storico: le multinazionali che hanno sedi di comodo in tax havens e in posti a bassissimo prelievo dovranno versare un’ulteriore quota di imposte anche al Paese dove hanno la loro sede “reale”, fino a raggiungere un’aliquota minima del 15 per cento. Ma la strada perché questo principio entri in funzione è ancora lunga

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L’ottimismo della vigilia va incontro a una conferma al G7 di Londra, dove si sono riuniti venerdì e sabato i ministri delle Finanze dei sette grandi Paesi dell’ex blocco occidentale. E se è mancata un po’ di ambizione, certamente l’entusiasmo ha messo una pezza. L’intesa sulla riforma della tassazione globale delle società è stata salutata con estremo compiacimento dai leader che hanno preso parte ai negoziati: per il padrone di casa Rishi Sunak, titolare del Tesoro nel governo di Boris Johnson, si tratta di un «accordo storico»; «una svolta che capita una volta ogni cento anni», ha ribadito Paolo Gentiloni; e secondo la vera artefice del consenso, la segretaria al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, «questo accordo senza precedenti metterà fine alla corsa della tassazione al ribasso» (la cosiddetta “race to the bottom” che logora i gettiti fiscali da almeno un trentennio). Beninteso, dopo quasi dieci anni di negoziati in sede Ocse il passo avanti è innegabile. Ma il diavolo si nasconde nei dettagli e, come ha ammesso anche il ministro dell’Economia italiano, Daniele Franco, «ci vorranno anni affinché ciò venga implementato».

L’intesa raggiunta punta a sciogliere un nodo balzato rapidamente in vetta all’agenda politica mondiale negli ultimi mesi: quello dell’elusione fiscale delle aziende – soprattutto multinazionali – che fissano la domiciliazione legale in paradisi fiscali o comunque in Paesi con aliquote particolarmente favorevoli. Solo pochi giorni fa ha sollevato un polverone la notizia che la sussidiaria irlandese di Microsoft, Round Island One Limited, controllata dal gruppo fondato da Bill Gates, non ha versato un solo centesimo di tasse nel 2020, a fronte di profitti realizzati pari a 315 miliardi di dollari. Un giro d’affari non lontano dall’ammontare del Pil dell’intera Irlanda. L’indirizzo fiscale della società? L’arcipelago delle Bermuda, con zero dipendenti e tre amministratori tutti residenti negli Stati Uniti.

Le ragioni di equità di una simile riforma sono inoppugnabili, ma le finanze pubbliche martoriate dalla pandemia hanno creato l’urgenza che finora era mancata. «Introdurre questo sistema di tassazione internazionale più equo e più efficiente era già una priorità prima dell’attuale crisi economica, e sarà ancor più necessario nel momento in cui ne verremo fuori», era un passaggio dell’appello lanciato venerdì mattina sul Guardian da tre dei ministri invitati al vertice – quelli di Germania, Francia e Italia – insieme alla collega della Spagna. Con allegata una esplicita richiesta di contributo a chi, come i giganti tecnologici Amazon, Facebook, Google e Apple, ha visto i propri profitti schizzare alle stelle grazie ai cambiamenti di abitudini indotti dai lockdown. Divenendo peraltro il simbolo di una diseguaglianza nella società ritenuta ormai intollerabile.

L’impegno preso dai ministri del G7 a Lancaster House si fonda su due pilastri. Il primo, quello che più sta a cuore agli Stati Uniti: l’introduzione del principio di un’aliquota globale di almeno il 15 per cento per le grandi imprese. Che tradotto significa che, digitale o no, se una multinazionale sposta i propri profitti in uno Stato a basso prelievo o in un paradiso fiscale, dovrà pagare al Paese dove ha la casa madre (gli Stati Uniti spesso e volentieri) la quota che manca a raggiungere l’imposta effettiva minima del 15 per cento.

Sul secondo pilastro, complementare al primo, l’intesa è stata possibile grazie a una concessione da parte di Washington: in base al comunicato finale, per le «multinazionali più grandi e più redditizie», almeno il 20 per cento degli utili che superano un margine del 10 per cento saranno tassati dove le aziende fanno business – cioè dove vengono realizzate le vendite, e non dove hanno la sede legale – e «riallocati» secondo un meccanismo ancora da definire. Era questa la linea rossa dei grandi Paesi europei: adeguare il fisco internazionale alla smaterializzazione delle transazioni economiche, propria dell’era digitale. Ma a ogni concessione corrisponde una contropartita: l’applicazione di questo criterio si porta dietro l’abrogazione delle web tax, già approvate in alcuni Stati – tra cui l’Italia – contro le quali gli Stati Uniti minacciano ritorsioni a colpi di dazi. Non a caso l’attuazione tecnica richiederà alcuni anni, e non a caso Francia e Italia hanno accettato con riserva: manteniamo le web tax fino alla definizione di tutti i dettagli.

C’è poi un terzo aspetto dell’accordo che ha destato meno scalpore, in chiave clima: le aziende saranno costrette a pubblicare nero su bianco l’impatto ambientale delle loro politiche.

Se il presidente Joe Biden con il suo impegno a un rinnovato multilateralismo è stato la mente politica dell’intesa, la mente economica è quella di Janet Yellen, che già nel marzo scorso si era mossa inviando una proposta di 21 pagine ai Paesi del G20 per un’imposta minima globale al 21 per cento, insieme a una serie di tabelle dell’Ocse, che di riforma della tassazione internazionale sulle imprese discute a vuoto dal 2013. L’iniziativa americana si inseriva nel quadro dell’agenda fiscale dell’Amministrazione Biden, che prevede tra le altre cose l’aumento dal 10,5 al 21 per cento dell’imposta sugli utili realizzati all’estero dalle aziende statunitensi.

Un obiettivo ben presto ridimensionato, visto che pochi giorni fa gli Stati Uniti si sono detti “disposti ad accettare” un’aliquota minima del 15 per cento nei negoziati internazionali, per agevolare il raggiungimento di un accordo. Troppo ambiziosa la soglia del 21 per cento per molti Paesi chiave, tra cui lo stesso padrone di casa del G7 (nel Regno Unito la corporate tax è del 19 per cento). E non è poi di gran consolazione che il dibattito in sede Ocse si fosse precedentemente arenato su una soglia ancora più bassa del 12,5 per cento, sul modello dell’imposta in vigore in Irlanda. Certo, con un’aliquota al 15 per cento tutti i Paesi del G7 sono saliti a bordo, e in prospettiva si potrà raccogliere il consenso unanime anche nel summit finanziario del G20 in programma a luglio a Venezia. E la nuova linea potrebbe prosciugare anche le sacche di opposizione all’interno dell’Ocse: lo stesso ministro delle Finanze irlandese, Pascal Donohoe, è stato conciliante, anche se ha richiamato il principio della «legittima concorrenza fiscale» dei Paesi più piccoli. Insomma, il vento spirava inesorabilmente verso il basso e Yellen è stata costretta a ingoiare il rospo, pur riconoscendo che un’imposta del 15 per cento aumenterà le entrate dei governi molto meno del previsto.

Quanto meno lo ha calcolato l’Osservatorio fiscale europeo, l’organismo lanciato dalla Commissione circa un anno fa e presentato ufficialmente il 1° giugno, alla vigilia del G7. Per gli Stati Uniti l’accordo raggiunto rappresenta un’entrata potenziale di 40,7 miliardi (in euro), contro i 104,4 miliardi che si raccoglierebbero fissando al 21 per cento il pavimento fiscale. Mentre per l’Italia il gettito si attesterebbe a 2,7 miliardi invece di 7,6. Non parliamo quindi di spiccioli.

Senza contare che difficilmente la tassa minima riuscirà nell’intento di smantellare i paradisi fiscali, dalle Barbados alle Cayman, dove si stima siano parcheggiati centinaia di miliardi di dollari. D’altronde in molti Paesi occidentali l’aliquota è già ben superiore a quella concordata. E il noto economista francese Thomas Piketty ha già commentato al Festival dell’Economia di Trento sabato pomeriggio che «le multinazionali saranno ben felici di pagare il 15 per cento di tasse, dopo aver spostato i loro profitti in un paradiso fiscale».

Certo è che lo scenario non deve essere troppo infausto per le Big Tech, che si sono schierate essenzialmente a favore dell’intesa di Londra. Per Amazon si tratta di un «gradito passo avanti» nello sforzo di raggiungere un sistema globale stabile, mentre Google si augura che un accordo finale sia concluso presto e Facebook si dice favorevole a una riforma, pur riconoscendo che «questo potrebbe significare che pagheremo più tasse e in luoghi diversi».

Ancora molti i dettagli da definire, compreso il criterio per determinare quali multinazionali rientrino nel nuovo sistema (secondo Gentiloni saranno «un centinaio» di imprese). A oggi l’accordo è sui principi, ma potrà diventare vincolante qualora sia ratificato dai singoli Paesi del G7, dopo una discussione tra i capi di governo. Saranno loro a proporre ai Parlamenti nazionali l’introduzione della nuova tassazione minima.

Londra, Roma, Parigi e Madrid hanno già espresso l’intenzione di non perdere ulteriore tempo, per arrivare al vertice finanziario del G20 a luglio con un assetto definitivo e arruolare le altre grandi economie globali, tra cui Cina e Russia. E a chi teme l’opposizione da parte di Paesi con una corporate tax bassa, Gentiloni replica che «è difficile sottrarsi a un treno globale». Ma non sono soltanto Irlanda, Ungheria, Bulgaria e Cipro a minacciare un accordo scritto sulla sabbia e già più prudente di quanto avrebbe potuto essere: su questa costruzione precaria grava anche l’ipoteca del Congresso americano, che potrebbe fare muro sulla riforma fiscale. Questo per dire: un accordo «storico» nelle intenzioni forse, ma che per ora resta poco più di un annuncio.