L’ultima parolaLa guerra culturale di Kiev per far parlare l’ucraino ai suoi cittadini

Dopo la guerra di Crimea del 2014, il Parlamento ucraino ha bandito i libri importati dalla Russia e il Consiglio Supremo ha eliminato l’uso del russo dalle comunicazioni ufficiali. Nelle aree urbane del centro-nord del Paese non si parla la lingua ucraina, diffusa solo in campagna e nelle regioni meridionali e orientali. Non la conosce bene neanche il presidente Volodymyr Zelenskij

LaPresse

L’ucraino, appartenente al sottogruppo delle lingue slave dell’Est, sta riemergendo da un lungo periodo di declino. Perlopiù osteggiato e soppresso durante buona parte dei sette decenni sovietici, quando il russo aveva assunto un ruolo predominante in tutta l’Unione, è molto parlato nelle regioni dell’Ucraina occidentale mentre è poco diffuso nelle aree meridionali e orientali e quasi assente in Crimea. Nel centro e nel nord dell’Ucraina, invece, viene impiegato nelle aree rurali mentre in quelle urbane tende a prevalere il russo. 

Nella capitale Kiev sta iniziando a insidiare il predominio del russo anche grazie all’influsso dei migranti provenienti dalle campagne dell’Ucraina occidentale e al fatto che sempre più abitanti della città hanno scelto di traslarne l’uso dalle case private, dove è molto presente, agli spazi pubblici. Nel 2019, per il quinto anno consecutivo, il numero di libri pubblicati in ucraino è aumentato mentre il numero di quelli pubblicati in russo è diminuito.  Nel 2013 i libri pubblicati in Russia occupavano i tre quarti del mercato ucraino ma dopo sei anni questa frazione è crollata a un quarto. 

L’incremento non è legato unicamente ai nuovi titoli a disposizione dei lettori ma anche alla quantità di copie vendute. La rinascita della letteratura ucraina è consistente sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo. Numerosi autori ucraini contemporanei hanno preso parte a competizioni letterarie o sono entrati nelle classifiche  mondiali dei libri più venduti. Questi sviluppi sono stati facilitati (anche) dalle scelte politiche fatte dagli esecutivi ucraini che, in seguito alle tensioni con Mosca, hanno vietato l’importazione di libri russi.

Nel 2015 l’Ucraina ha bandito 38 libri pubblicati in Russia e scritti da autori nazionalisti come Alexander Dugin, Eduard Limonov e Sergei Glazyev. La lista nera, diffusa persino dalla Televisione di Stato, si univa alle accuse mosse a Mosca di fomentare il separatismo e aiutare gli insorti nell’Ucraina dell’Est. 

Gli scontri militari in Ucraina orientale, dove le forze pro-russe hanno occupato parti del territorio nel 2014, sono andati di pari passo a una guerra culturale che è esplosa nel  2017, con il bando dei libri importati dalla Russia votato dal Parlamento ucraino e soprattutto con la legge votata nell’aprile del 2019 dal Consiglio Supremo che ha esaltato il ruolo dell’ucraino come lingua ufficiale dello Stato. Il decreto mirava a eliminare l’uso del russo dalle comunicazioni ufficiali, da quelle riportate dai media e dall’ambito educativo e a ridimensionarlo come linguaggio di comunità. 

La legge, fortemente voluta dall’ex presidente Petro Poroshenko in carica dal 2014 al 2019 e parte dello schieramento politico anti-russo, proibisce, tra le altre cose, la proiezione di film senza sottotitoli e obbliga i cittadini a saper parlare l’ucraino. Una clausola, quest’ultima, dalla scarsa rilevanza pratica per i cittadini ma importante per chi cittadino ancora non lo è. Diventa infatti obbligatorio superare un apposito esame di lingua per ottenere la cittadinanza.

Il presidente Volodymyr Zelenskij, eletto nell’aprile del 2019 grazie a una serie di proposte politiche contro la corruzione, «non sapeva parlare ucraino durante la sua campagna elettorale ma si è impegnato molto per farlo» come confermato da Kateryna Pishchikova, Professoressa di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università eCampus. “Zelenskij” ha dichiarato Pishchikova «si è mosso con una certa continuità sul piano delle politiche linguistiche e culturali rispetto al suo predecessore Poroshenko e ciò dimostra che le politiche di promozione della lingua ucraina hanno ottenuto il sostegno della maggior parte dell’elettorato». «Nella legislatura attuale l’unico partito nazionalista con un programma di ucrainizzazione molto articolata è Svoboda, in passato radicale e ora consolidatosi come nazionalista moderato», spiega Pishchikova.

L’Ucraina orientale è il luogo in cui emerge, con molta evidenza, la linea di frattura tra i cittadini filo-occidentali ed europeisti e quelli che sostengono i partiti politici pro-russi. Questi ultimi vengono votati, con pedissequa fedeltà, dai più anziani mentre tra i giovani prevale la disillusione e la tendenza all’astensione. I legami con la Russia sono molto forti, come testimoniato dalla netta vittoria ottenuta dalle forze politiche vicine a Mosca alle elezioni locali svoltesi nell’ottobre del 2020. 

Una chiara maggioranza dei cittadini nutre sospetti nei confronti dei partiti politici di Kyiv e questo trend si è mostrato chiaramente anche a Slovyansk, oggetto di brutalità durante l’occupazione dell’aprile 2014 e poi liberata dalle forze ucraine. Persino qui, infatti, i due candidati che si sono contesi la poltrona di sindaco al ballottaggio erano filo-russi. Nella Repubblica Popolare di Donetsk e in quella di Lugansk, due entità secessioniste nate nel 2014 nella regione del Donbass  e non riconosciute dalla comunità internazionale, il russo è l’unica lingua ufficiale dalla primavera-estate del 2020 e la valuta in circolazione è il rublo. 

La Repubblica Popolare di Donetsk ha inoltre supplito all’assenza dello Stato assicurandosi il pagamento delle tasse da parte delle aziende che operano o che operavano nel suo territorio, pagando modeste pensioni di anzianità e creando una compagnia telefonica statale che assicura le comunicazioni all’interno del territorio separatista e con la Russia. 

Il supporto fornito dalla Russia ai territori secessionisti ha natura economica, diplomatica, militare, politica e dall’aprile del 2019 si è arricchito di un nuovo elemento, quello dell’acquisizione della cittadinanza. I residenti delle regioni separatiste possono, grazie a un decreto presidenziale di Vladimir Putin, diventare cittadini russi beneficiando di una procedura semplificata che taglia considerevolmente i tempi del processo di naturalizzazione da otto anni a meno di tre mesi. 

Questa mossa, secondo Mosca, ha natura umanitaria e intende facilitare la vita e la mobilità di chi non ha un passaporto ucraino o non può rinnovarlo mentre per Kiev si tratta di una violazione della sovranità. La Russia ritiene di avere il diritto di proteggere i propri cittadini e i russofoni ucraini, legati a Mosca da una relazione plurisecolare. Alcune parti dell’odierna Ucraina orientale caddero sotto il dominio russo nel tardo diciassettesimo secolo, molto prima dell’Ucraina occidentale che rimase sotto il controllo alternato di alcune potenze europee, come l’Impero Austro-Ungarico e la Polonia. 

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