Sudditi non obbedientiL’Europa ribelle, vivace e anticonformista dell’epoca delle aristocrazie

Con “Il cacciatore di corte” (Laterza) Serena Luzzi racconta la storia di Ferdinando Carlo Thun di Croviana, figlio della migliore aristocrazia imperiale, che alla fine del Seicento preferì una vita avventurosa e alle pressioni familiari e alle convenzioni sociali. La sua vicenda è esemplare di tutte le strategie messe in piedi ai tempi per sfuggire agli obblighi e alle convenzioni

da Wikimedia Commons

Perché mai occuparsi di un conte dell’impero, bigamo, morto prigioniero in una fortezza di Luigi XIV? Di una moglie che si vendica come può del coniuge che l’ha abbandonata? Di un arcivescovo padre di quindici (forse sedici) figli? Di un uomo rinchiuso in una cella da vent’anni e più, perseguitato per causa di fede? Di una donna prigioniera alla Bastiglia?

Tutti sono accomunati da almeno un agente: la volontà, se non la capacità, di sfuggire ai condizionamenti sociali, agli obblighi che il ruolo impone, alle norme, giuste o ingiuste che siano. Tutti marcano uno scarto. Il loro è, come è stato scritto ad altro proposito, un «eccezionale normale» che parla di insofferenze crescenti di fronte a un modello di vita precedentemente assestato o creduto tale.

Chi pensasse che il mondo di ieri è una realtà fatta di sudditi obbedienti e disciplinati dovrà ricredersi o quantomeno correggere la visione che ha maturato. Perché, al contrario, la realtà che si impone è oltremodo dinamica e per molti aspetti trasgressiva. Se può esser vero che Chiesa e Stato hanno perseguito il modello del disciplinamento – un concetto fortunato, che a lungo ha ispirato una linea della ricerca e della discussione storica, guardando in particolare al Concilio di Trento –, se dunque è vero che fu avviato il controllo dei comportamenti umani in virtù di valori politici e spirituali, bisogna però riconoscere che un tale obiettivo si è scontrato con forti resistenze, quando non con veri e propri fallimenti.

Il motore originario della vicenda di cui qui si dà conto è una trasgressione per nulla inconsueta, beninteso, ma non senza significato: una giovane coppia, figlia dell’aristocrazia, consuma un rapporto sessuale al di fuori del matrimonio, indifferente alla condanna che viene dalle convenzioni sociali prima ancora che dalla Chiesa, che da tempo vigila sul vincolo nuziale e sulla sessualità. Ebbene: gli studi più avvertiti segnalano come l’inosservanza delle norme sia piuttosto la regola che l’eccezione. Il concubinato può risultare l’opzione più vantaggiosa per un aspirante canonico con compagna e figli a carico. Perfino la bigamia è condizione tutt’altro che rara, per quanto severamente punita dalle autorità civili ed ecclesiastiche, in difficoltà quando si tratta di accertare un simile reato.

La ricostruzione del contesto ha finito per assumere proporzioni più ampie del previsto: sulla scena si sono via via imposti un gran numero di trasgressori pienamente consapevoli – singoli individui e comunità intere, basso e alto clero, laici – e trasgressioni le più varie, alcune poco appariscenti, altre decisamente eclatanti. Tutte mosse da bisogni, sentimenti, emozioni, interessi.

In alcuni casi si tratta di strategie per sopravvivere alla solitudine di una cella. Il quaderno di stoffa composto da Marie – la seconda moglie del nostro protagonista, la sola riconosciuta come tale –, mentre è costretta all’isolamento alla Bastiglia, è la prova di una violazione degli ordini regi e insieme la testimonianza di una sofferenza che trova consolazione e sollievo nella scrittura (vietata). Allo stesso modo, sono un atto di ingegnosa trasgressione e di resistenza le tavole di ardesia utilizzate a mo’ di lettera da due detenuti per dialogare a distanza, dalla cella. La volontà di escludere i trasgressori dal consorzio umano e dalla comunicazione urta con una trasgressione ulteriore, generata da un bisogno insopprimibile di rapporti sociali e affettivi.

Non sono percorsi che catturano l’attenzione per la loro coerenza. E, d’altra parte, non importa se lo siano o meno. L’incoerenza drammatica di un’abiura subita nella violenza della persecuzione è ugualmente capace di elaborare forme di resistenza, disobbedienza, infrazione delle norme, di cui resta il segno imperituro sulle pareti di una prigione, alle quali si affida l’espressione di un’identità religiosa mai realmente abbandonata, anzi, sostegno imprescindibile nella reclusione.

Il palco è affollato di figure femminili: alcune ribelli, come Anna Giuditta, la moglie respinta, e la stessa Marie; altre come la zia Anna Massenza, amministratrice capace degli scarni beni della famiglia e libera da preconcetti; altre ancora come Caterina, vulnerabile e determinata. Tutte assumono un ruolo fondamentale nel proteggere affetti e stabilità finanziaria, subentrando al coniuge o ai fratelli, mentre la guerra infuria, il clima implacabilmente freddo brucia i raccolti e le entrate di contadini e signori, le pandemie paralizzano i commerci.

Sentimenti, si diceva. Quella riportata è anche una vicenda di sentimenti. Il cuore disegnato nella lettera stesa da un marito innamorato sul finire del Seicento e il lessico d’amore suggeriscono di riconsiderare i tempi, le fonti stesse e le manifestazioni dell’affetto coniugale, quando ancora non aveva conquistato la visibilità che una diversa sensibilità e una nuova letteratura assicurano nel corso del Settecento. Anche la figura paterna andrebbe, forse, rivista alla luce degli indizi che le circostanze analizzate offrono.

La società aristocratica è, naturalmente, presente. Le corti di famiglia di un parente principe e vescovo sono lo spazio ideale per chi aspira a una carriera, ecclesiastica o laica che sia. Un vero e proprio sistema di sostentamento a beneficio dei membri del casato. Le logiche politiche e sociali di un lignaggio autorevole e potente si manifestano robuste anche nell’assistere una linea in difficoltà o nel favorire, attraverso un’attività lobbistica condotta lungo i corridoi del potere, una supplica inoltrata all’imperatore.

È bene ricordare che non si tratta di un contesto omogeneo. Osserviamo anche la realtà di un’aristocrazia impoverita, segnata dalla guerra che per decenni sconvolge l’Europa intera, e quella di una generazione di giovani cadetti titolati che trova negli interstizi un qualche ruolo: colti e raffinati, si offrono come spie e poi come abili mediatori dalla dubbia identità, nell’attesa di una collocazione adeguata per rendite e per mansione. Assistiamo a declini drammatici e inarrestabili, anticamera di una definitiva estinzione.

da “Il cacciatore di corte. Una vita ribelle nell’Europa del Seicento”, di Serena Luzzi, Laterza, 2021, pagine 176, euro 18

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