DisorientamentiConte si schiera contro Draghi e il Pd resta senza punti di riferimento

Sulla prescrizione, l’Avvocato del popolo boccia il tentativo di portare i Cinquestelle su una linea più compatibile col governo (e con la civiltà moderna) da parte di Di Maio. È già la seconda volta. Sarebbe ora che il Partito democratico ne prendesse atto

Unsplash

Non ci voleva molto per capire che Giuseppe Conte si sarebbe schierato con la parte del Movimento 5 stelle più ostile al governo, non appena l’inizio del semestre bianco li avesse messi al riparo dalla possibilità delle elezioni: bastava aver letto il Fatto quotidiano anche solo per un giorno, uno qualsiasi degli ultimi cinque mesi, cioè da quando il governo Draghi è nato.

Ci voleva ancora meno per capire che l’Avvocato del popolo, se anche avesse mai davvero voluto lavorare alla conversione democratica e progressista del movimento, non ne sarebbe mai stato capace: bastava aver letto un giornale qualsiasi, un qualunque giorno degli ultimi tre anni, cioè da quando Giuseppe Conte è comparso sulla scena politica.

L’arrivo di Enrico Letta alla guida del Partito democratico, in non casuale coincidenza con la caduta di Conte e con la misera figura fatta dai dirigenti del Pd impegnati nel disperato tentativo di puntellarlo, sembrava proprio l’occasione giusta per correggere la rotta. Che è stata invece puntualmente confermata, al di là di qualche primo incoraggiante segnale di sganciamento lanciato nella prima relazione del segretario all’Assemblea nazionale, cui purtroppo non ha dato alcun seguito.

E così, di fatto, il Pd se ne è rimasto abbracciato a Conte e appeso ai suoi fumosi progetti di rifondazione, continuando ad alimentare l’equivoco, non solo e non tanto sulla natura del populismo grillino, quanto sulla natura della sinistra.

Ora che «il punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste» che ignorano cosa sia la sinistra almeno quanto ignorano la sintassi si è schierato ufficialmente contro il governo – di più: contro quel pezzo dei Cinquestelle, guidato da Luigi Di Maio, che nel governo ha sottoscritto l’accordo sulla prescrizione – cosa diranno gli astuti strateghi del Partito democratico?

Ora che il grande leader sul quale avevano puntato per «democratizzare» i grillini e portarli nel centrosinistra si è schierato al fianco di Alessandro Di Battista e Alfonso Bonafede, sulla scia della virulenta campagna del Fatto contro il governo Draghi, come la metteranno?

Cosa racconteranno ai propri elettori e militanti? Che sta attraversando un brutto periodo, che non se lo sarebbero mai immaginato, che salutava sempre?

La doppiezza togliattiana aveva una sua tragica grandezza, e fu anche un modo per consentire al Partito comunista di svolgere una funzione democratica, persino pedagogica, rispetto a una parte del suo elettorato, pur restando entro i rigidi vincoli della guerra fredda.

La doppiezza lettiana, che da un lato lascia intendere di voler schierare il Pd su una linea diversa, tirandolo fuori dal vicolo cieco in cui era finito al grido di «Conte o morte», dall’altro non perde occasione per ribadire la propria vicinanza all’ex presidente del Consiglio e ai suoi inconsistenti progetti politici, ha sì qualcosa di tragico, ma ben poco di grande.

Somiglia semmai a una piccola furbizia con cui i democratici ingannano solo se stessi, disegnando scenari, alleanze e coalizioni privi della benché minima verosimiglianza. Ma soprattutto continuando ad alimentare una sorta di anti-pedagogia diseducativa e regressiva verso i propri elettori, che a questo punto finiranno per credere che i valori della sinistra consistano nell’abolizione della prescrizione, nella pubblica gogna e nel bonus monopattini, e che gli stessi democratici abbiano scientemente deciso di sacrificarli alla stabilità del governo.

Peraltro è già la seconda volta, a breve distanza, in cui tra i Cinquestelle è Di Maio a prendere l’iniziativa per andare su una linea appena un poco più compatibile con il governo attuale, oltre che con la civiltà moderna, ed è proprio Conte a scartare e a mettersi di traverso: è già successo all’indomani dell’uscita autocritica del ministro degli Esteri sulla «gogna mediatica». Succederà ancora.

È venuto il momento di sciogliere l’equivoco. Vorrei aggiungere: prima che sia troppo tardi. Ma è evidente che è già troppo tardi. Eppur bisogna andar.