Cortina di smogIl preoccupante inquinamento atmosferico che avvelena l’Europa dell’est

In tutta l’Unione europea, il problema interessa in particolare i Paesi ex comunisti, dove provoca il numero di morti più alto. Il dato è frutto di politiche governative mai portate a termine o del tutto inesistenti, ma anche di una condizione economica di povertà diffusa che spinge le popolazioni ad azioni letali per l’ambiente

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Una nuova cortina di ferro, costituita da smog e sostanze inquinanti, è scesa sull’Europa e minaccia la salute dei cittadini dell’Europa orientale e delle nazioni balcaniche.

Un report, realizzato nel 2017 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, aveva evidenziato come queste regioni avessero il più alto numero di morti provocate dall’inquinamento in Europa e come Bulgaria, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Polonia e Ungheria fossero tra le ultime della classe. I dati raccolti dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) tra il 2019 e il 2020 indicano che le città in Europa orientale, dove il carbone è un’importante fonte energetica, sono quelle messe peggio.

Nowy Sącz, in Polonia, è risultata essere la città più inquinata tra le 323 prese in esame ma anche Zgierz, Cracovia e Zory (tutte in Polonia) e Slavonski Brod (in Croazia) sono alle prese con alti livelli di particolato nell’aria. Le misure dei lockdown, che hanno portato a una forte riduzione del diossido di azoto, non si sono rivelate altrettanto efficaci contro il particolato, che deriva dall’inquinamento automobilistico e anche dagli impianti di riscaldamento domestico e quelli industriali.

Skopje, la capitale della Macedonia del Nord, è così inquinata che le persone con problemi respiratori sono costrette a rifugiarsi sulle montagne per cercare una via di fuga mentre i giovani sono spinti verso l’emigrazione. I fattori che provocano lo smog sono diversi ma hanno una matrice in comune, quella della povertà.

Lo stipendio medio, nel Paese, non supera i 250 euro al mese e molte persone possono riscaldare le proprie case solamente bruciando legna o persino plastica. Il trasporto pubblico è molto carente, le auto in circolazione molto vecchie e non a norma e anche gli impianti industriali giocano il loro ruolo.

La capitale della Bulgaria, Sofia, è molto vulnerabile all’inquinamento dell’aria anche per motivi geografici. La città è circondata da montagne che, in particolare modo nelle giornate invernali ed in presenza della nebbia, ostacolano la circolazione dell’aria e ne facilitano la stagnazione. La situazione è poi aggravata dalla presenza di una folta flotta di autovetture private inquinanti e con motore diesel.

Gli abitanti di Belgrado, Sarajevo e altre città dei Balcani occidentali respirano alcune tra le arie più inquinate del mondo e questa problematica è il principale fattore di rischio ambientale in grado di provocare morte e disabilità in questa parte d’Europa.

I danni alla salute provocati dall’inquinamento hanno delle ricadute economiche evidenti pari al 3.6 per cento del Prodotto Interno Lordo del Kosovo, al 6.9 per cento del PIL della Macedonia del Nord ed all’8.2 per cento di quello della Bosnia Erzegovina. Tutti, a prescindere da ricchezza, stato sociale ed età, sono toccati da un degrado che rischia di travolgerli e di impoverire le nazioni di appartenenza. La strada verso uno stile di vita più salutare appare in salita ma la trasformazione dei tessuti produttivi locali in economie verdi non è un miraggio.

La qualità dell’aria di Cracovia, come dimostrato da uno studio realizzato dall’Università AGH, è notevolmente migliorata tra il 2012 e il 2020 anche grazie a una serie di iniziative intraprese dalle autorità locali. Le concentrazioni di PM 2.5 e PM 10, due tipi di particolati pericolosi, sono diminuite del 45 per cento nell’arco temporale preso in esame e la città è diventata la prima in Polonia, nel 2019, a vietare la combustione di carbone e legna.

Nello stesso anno è stata creata e lanciata una app che, oltre ad aggiornare i residenti sulla qualità dell’aria, gli consente di segnalare chi sta bruciando materiali illegali inviando una foto a chi di dovere tramite il proprio telefono cellulare. In Serbia il governo ha dato vita a una Strategia di salute pubblica che sarà operativa sino al 2026 e che dovrebbe garantire la tutela dell’ambiente riducendo del 20 per cento, rispetto ai livelli del 2015, le emissioni di gas nocivi derivanti dalle industrie, dal riscaldamento domestico e dai trasporti. Questi obiettivi dovrebbero essere raggiunti (anche) grazie al supporto di elementi legislativi che consentono il monitoraggio dello stato di salute dei cittadini e la valutazione delle soglie di rischio presenti in base a quali sono le fonti di inquinamento.

L’Osservatorio per la Salute della Romania ha certificato che quanto fatto negli ultimi due anni da 15 grandi città per contrastare l’inquinamento non è stato sufficiente. Le zone a traffico limitato, considerate uno strumento efficiente, non sono state prese in considerazione da nessun centro urbano mentre appena otto municipi hanno acquistato bus elettrici per il trasporto pubblico. La lunghezza media delle piste ciclabili in queste città è pari a 29 chilometri e due sono prive di percorsi dedicati ai ciclisti.

Il governo romeno ha provato a risolvere il problema dell’inquinamento da traffico ma senza molto successo e persino un programma che avrebbe dovuto facilitare la dismissione di vecchie auto inquinanti e l’acquisto di nuove ( grazie ai voucher) non ha prodotto risultati. In Lituania, dove le emissioni di anidride carbonica affliggono le città, il governo ha valutato la possibilità di introdurre una tassa sulle auto più inquinanti e di utilizzarla per rendere il trasporto pubblico gratuito, proprio come fatto a Tallinn. La soluzione avrà però dei costi stimati in 35 milioni di euro dalla società che si occupa di gestire il trasporto pubblico nella capitale Vilnius. Ambiente ed economia non vanno, dunque, sempre d’accordo. 

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