MamsharingLa piattaforma con cui le madri possono ritagliarsi del tempo libero lontano dai figli

Il servizio consiste in un baratto del tempo tra mamme della stessa zona. Ogni donna che aderisce all’iniziativa può lasciare i propri bambini a una delle altre iscritte al circuito, a patto di ricambiare il favore con la stessa quantità di ore

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Sembrerà strano, ma a volte l’insonnia può produrre meraviglie. È successo a Paola Cimaroli, mamma 41enne di Flavio e Lorenzo Jacopo e fondatrice di “Mamsharing”, un baratto del tempo tra madri che vivono nella stessa zona. Ogni donna che aderisce al progetto ha a disposizione un massimo di 16 ore mensili in cui può lasciare i suoi bambini da una delle altre iscritte al circuito, in cambio di restituire loro il favore. Si paga in tempo e non in denaro e sul corretto funzionamento del meccanismo vigila una “responsabile di zona”, anello di congiunzione tra genitori e associazione. 

L’idea del “Mamsharing” prende forma nel 2017, Paola ha lasciato Roma da poco per trasferirsi in una cittadina in provincia dell’Aquila, Avezzano. È incinta del suo secondogenito e attraversa un periodo delicato: «Lontana da nonni e amiche avevo difficoltà a conciliare gli impegni e ho iniziato a pensare a come poter essere utile ad altre mamme che magari stavano nella mia stessa situazione». La banca del tempo delle madri inizia così, sfruttando l’esigenza, condivisa, di creare una rete tra persone che non si conoscono e garantendo un sostegno anche in una realtà dispersiva come quella di una grande città.

Cimaroli apre in contemporanea un blog e una pagina Facebook, continuando a studiare comunicazione anche dopo la nascita di Lorenzo Jacopo: «Per il primo anno mio figlio non ha mai dormito. La notte avevo tanto tempo libero e lo impiegavo per pensare, ricordo che lo cullavo mentre leggevo i libri». 

Per Paola sono giorni difficili: «Imbruniva e iniziavo a tremare all’idea di ricominciare il mio iter notturno. Io l’ho vissuto da sola». Eppure «un passetto alla volta» questo baratto tra madri si sviluppa, coniugando la figura antica della balia con il concetto moderno della sharing economy, basata sullo scambio e la condivisione di beni e servizi. Aggiungendo un elemento in più: «Nel “Mamsharing” conta la prossimità, cioè per portare il mio bambino da un’altra persona non devo prendere la macchina». La forza dell’intuizione di Cimaroli sta nella semplicità, come le piace dire: «La mia è un po’ la scoperta dell’acqua calda, perché l’aiuto tra amiche c’è sempre stato, ma nessuno aveva mai pensato di strutturarlo a livello nazionale».

Lei l’ha fatto, consapevole che poter contare su un intero circuito di madri offra più garanzie rispetto a fare affidamento su una sola persona: «Sai che ci sarà sempre qualcuna pronta a rispondere al tuo messaggio sul gruppo e disponibile ad aiutarti». 

“Mamsharing” parte nel 2018 in vari quartieri di Roma e Milano, poi Paola riesce a presentarlo a Bologna un mese prima che inizi la pandemia. Anche se il virus ha sospeso temporaneamente il servizio, non ha eroso i legami nati sulla pagina Facebook aperta quattro anni fa. Conta oltre seimila abbonati, per la maggior parte donne, disposte a confrontarsi sui temi più disparati: «La community è composta da madri che si barcamenano tra il lavoro, la famiglia e la loro realizzazione personale». 

Per quanto lodevole, l’iniziativa di Cimaroli evidenzia due degli aspetti che disincentivano il lavoro femminile nel nostro Paese: welfare insufficiente e conseguente difficoltà di bilanciare vita privata e professionale. Il Covid-19 ha accentuato il divario di genere – non a caso si è parlato di “Shecession”, neologismo che indica le donne come le più colpite dalla crisi economica scaturita da quella sanitaria – e ha contribuito al calo dell’occupazione femminile. 

Secondo le stime dell’Istat ora è al 49 per cento e registra una diminuzione del 4,8 rispetto al 2019, collocandosi al di sotto della media europea (67,3 per cento). Continuando il confronto con gli altri Paesi Ue, emerge che l’Italia raggiunge il divario occupazionale più ampio (19,6 per cento), preceduta solo da Malta e Grecia. Ma gli effetti maggiori della disparità di genere si annidano tra le pieghe degli inattivi, le persone che non lavorano né cercano un’occupazione.

Oltre il 39 per cento delle donne indica la cura di altri familiari come la principale ragione di questo stop forzato, il dato maschile è fermo al 4 per cento. Proprio la difficoltà di conciliare professione e gestione dei figli è il motivo principale di dimissioni, si legge nell’ultima relazione dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, l’agenzia del governo che si occupa di tutela e sicurezza in ambito lavorativo. Un deterrente per entrambi i sessi, ma nel 2019 il numero maggiore di convalide relative alla cessazione dell’attività lavorativa riguarda le donne: 37.611 (il 73 per cento) contro 13.947 uomini. 

Con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza il governo ha stanziato 4,6 miliardi per la creazione di nuovi asili nido e ha promesso di aumentare il numero di posti disponibili (al momento la media italiana è al di sotto di quella europea). Nel frattempo, ci si affida all’inventiva del singolo: «Con questo servizio – dice Paola – potrai avere due braccia in più pronte a cullare tuo figlio o confortarti».