Fuor di metaforaCosì la televisione ha cambiato il nostro modo di pensare

Nel suo “Divertirsi da morire”, nel 1985 Neil Postman affrontava l’impatto che il nuovo mezzo aveva avuto sul discorso pubblico, privilegiando l’immagine sulle idee. A distanza di 36 anni Luiss University Press ripresenta, tradotto, il libro dello studioso americano. Le sue idee non hanno perso il loro vigore originario

di Nabil Saleh, da Unsplash

Nei vari periodi della storia americana, lo spirito dell’America si è irradiato da città diverse. Alla fine del Settecento, fu a Boston che il radicalismo politico ha innescato la bomba il cui fragore fu udito in tutto il mondo: non avrebbe potuto scoppiare altrove. A quel rimbombo, tutti gli americani, persino i virginiani, si sentirono bostoniani in cuor loro.

A metà Ottocento, New York è stata il simbolo di un’America crogiolo – non più solo inglese quindi – all’epoca in cui i rifiuti umani di tutto il mondo sbarcavano a Ellis Island e diffondevano nel paese le loro lingue e i loro modi di vita.

All’inizio del Novecento, Chicago, città di spalle robuste e di venti gagliardi, è il simbolo dell’energia e del dinamismo dell’America industriale. Sorge qui il monumento al fabbricante di carne in scatola, a ricordarci il tempo in cui l’America era il paese della ferrovia, degli allevamenti, delle acciaierie, delle imprese avventurose. Se questo monumento non c’è, bisognerebbe costruirlo, come il monumento al Minute Man ricorda l’era di Boston, e la statua della Libertà ricorda l’era di New York.

Oggigiorno, è Las Vegas la metafora del carattere nazionale americano e delle sue aspirazioni; la gigantografia di una slot machine o di un balletto potrebbe esserne il simbolo. Perché Las Vegas esiste solo per il divertimento, e rappresenta bene lo spirito di una civiltà in cui ogni discorso pubblico prende sempre più la forma di spettacolo. Politica, religione, notizie, sport, educazione, economia, tutto è diventato un’appendice della grande industria dello spettacolo, e nessuno protesta, anzi nemmeno ci bada. Siamo tutti pronti a divertirci da morire.

Il nostro attuale [1985] presidente è un ex attore cinematografico. Nelle elezioni del 1984 gli è stato concorrente il protagonista di uno dei più spettacolari show televisivi degli anni Sessanta: un astronauta. Non per niente, di quell’avventura extraterrestre è stato subito girato un film. Un altro candidato alla presidenza, George McGovern, era apparso nel popolare programma televisivo Saturday Night Live [Sabato sera dal vivo], come pure il reverendo Jesse Jackson.

L’ex presidente Richard Nixon, che lamentava di aver perso le elezioni per colpa dei suoi visagisti, aveva suggerito al senatore Edward Kennedy come fare per restare in lizza: perdere una decina di chili. La Costituzione americana non lo dice, ma nessun ciccione potrebbe oggi concorrere per un alto incarico politico. Neanche un calvo lo potrebbe. Come pure nessuno che la cosmesi non riesca a rendere telegenico. Sui cosmetici, non sulle ideologie, gli uomini politici di oggi devono essere competenti.

I giornalisti televisivi sono aggiornatissimi. Sprecano più tempo con l’asciugacapelli che con i loro articoli, e sono perciò le persone più attraenti in questo mondo alla Las Vegas. La legge federale sulle comunicazioni non lo dice, ma chi non è dotato di fascino davanti alle telecamere è automaticamente escluso dai presentatori dei telegiornali. I più telegenici invece possono pretendere stipendi da oltre un milione di dollari l’anno.

Gli uomini d’affari hanno capito, prima di chiunque altro, che la qualità e l’utilità dei loro prodotti dipendono dal loro aspetto; almeno il 50 per cento dei principi del capitalismo decantati da Adam Smith e condannati da Marx non vale nulla. Persino i giapponesi, le cui automobili si dice siano migliori di quelle americane, sanno che l’economia è più un’arte da illusionisti che una scienza, come il budget pubblicitario annuo delle Toyota sta a dimostrare.

Qualche tempo fa, si è visto Billy Graham, con altri teologi, unirsi a Shecky Greene, Red Buttons, Dionne Warwick, Milton Berle nei festeggiamenti a George Burns, che celebrava i suoi ottant’anni di successi negli spettacoli di rivista. Il reverendo Graham si felicitava con Burns, che aveva aperto la strada verso l’Eternità. La Bibbia non lo dice, ma il reverendo Graham assicurava i telespettatori che Dio ama coloro che rallegrano il prossimo. Un errore scusabile: scambiava Dio con la NBC.

La psicologa Ruth Westheimer tiene un programma radiofonico molto popolare, in cui dà informazioni su tutte le infinite varietà del sesso, con un linguaggio riservato un tempo alle alcove e alle storielle da trivio. È divertente quasi quanto il reverendo Graham; ed è diventata famosa per aver affermato: «Non mi propongo di essere faceta. Ma se mi capita, ne approfitto. Mi trovano divertente? Benone! Se un professore durante la lezione usa un pizzico di umorismo, i suoi studenti ricordano meglio». Non dice che cosa ricordano o quale uso fanno di ciò che ricordano. Quel che conta è comunque divertire. In America Dio predilige coloro che possiedono, oltre al talento, la capacità di divertire, siano essi preti, atleti, imprenditori, politici, insegnanti o giornalisti. I meno divertenti finiscono per essere i comici di professione.

I colti e i pedanti – come quelli che leggono il mio libro – avranno già capito che questi esempi non sono delle aberrazioni ma dei cliché. Non sono mancati i critici che hanno rilevato il disfacimento del discorso pubblico in America e la sua trasformazione in spettacolo. La maggior parte però si è limitata a spiegarci l’origine e il significato di questa caduta nella frivolezza. Ci dicono, per esempio, che è la conseguenza degli ultimi aneliti del capitalismo; oppure, all’opposto, il frutto insipido del capitalismo maturo; o il prodotto nevrotico dell’età di Freud; o il risultato della morte di Dio; o l’effetto degli eterni peccati: la sete di potere e l’ambizione.

Ho esaminato attentamente queste spiegazioni, e non nego che in esse ci sia qualcosa di vero. Marxisti, freudiani, levistraussiani, persino creazionisti non possono esser presi alla leggera. Mi meraviglierebbe d’altronde se si pensasse che ciò che andrò dicendo contenga tutta la verità. Siamo diventati tutti, come dice Huxley, dei Grandi Riduttori, nel senso che nessuno possiede l’intera verità, e non ha né il tempo per spiegarla, ammesso che creda di possederla, né il pubblico disposto ad accettarla. Esporrò un’argomentazione che ritengo possa colpire più chiaramente nel segno di quelle precedenti. Il suo valore consiste nella prospettiva da cui mi son posto, e che trae origine da certe osservazioni fatte da Platone 2300 anni fa. Fissa la sua attenzione sulla forma della conversazione umana, e postula che il modo usato per condurla ha la massima influenza sulle idee che si vogliono esprimere. Quel che le idee intendono esprimere diventa, ovviamente, il contenuto della cultura.

Uso il termine “conversazione” metaforicamente, per connotare non soltanto i discorsi, ma qualsiasi tecnica usata da una certa cultura per trasmettere dei messaggi. In questo senso, tutta la cultura è conversazione, o, meglio, è un insieme di conversazioni, condotte con i più svariati mezzi simbolici. Mi propongo di spiegare come le forme del discorso pubblico regolano e determinano il tipo di contenuto.

Per fare un esempio semplice, consideriamo la tecnica molto primitiva dei segnali col fumo. Non so quale fosse esattamente il contenuto dei segnali usati dagli indiani d’America, ma possiamo senz’altro escludere che si proponessero di trasmettere discussioni filosofiche. Gli sbuffi di fumo non sono abbastanza complessi per esprimere delle opinioni sulla natura dell’esistenza, e anche se lo fossero, un filosofo cherokee avrebbe dovuto sprecare un bel po’ di legna prima di arrivare al secondo assioma. Decisamente non si può adoperare il fumo per filosofeggiare. La forma esclude il contenuto.

Prendiamo un esempio più vicino a noi: sarebbe impensabile oggi avere come candidato alla presidenza il panciuto William Howard Taft, ventisettesimo presidente, con i suoi centotrenta chili di stazza lorda. Le dimensioni del corpo non hanno nessun rapporto con le idee espresse, quando ci si rivolge al pubblico per iscritto o per radio, o, magari, con il fumo. Sono invece essenziali alla televisione. Centotrenta chili sono veramente troppi per le sottigliezze di qualsiasi logica. Con la televisione, il messaggio è in gran parte trasmesso per mezzo dell’immagine, che è come dire che la televisione parla per immagini. La comparsa sull’arena politica del responsabile dell’immagine e la scomparsa dell’estensore dei discorsi dimostrano che la TV provoca un tipo diverso di contenuti. Non si fa filosofia alla TV. La forma è contro il contenuto.

Prendiamo un altro esempio, un po’ più complesso: l’informazione, il contenuto, o, se preferite, la “materia” di quello che oggi si è soliti chiamare “le notizie del giorno” non esistevano – non potevano esistere – in un mondo in cui mancavano i mezzi per dar loro espressione. Non già che incendi, guerre, assassinii e vicende amorose non accadessero in ogni parte del mondo. Mancando però una tecnica per diffondere l’informazione, la gente non era in grado di occuparsene, non poteva includerle nella propria vita quotidiana. Semplicemente non entravano a far parte del contenuto della cultura. Questa idea – che esiste un contenuto chiamato “le notizie del giorno” – è stata creata dal telegrafo (e successivamente amplificata dagli altri mezzi di comunicazione), che ha reso possibile portare rapidamente e a grandi distanze le informazioni fuori del loro contesto. Le notizie del giorno sono un’invenzione della tecnica. Sono, ancor più precisamente, il prodotto del mezzo. Assistiamo a frammenti di ciò che accade in ogni parte del mondo, perché la molteplicità di mezzi di cui disponiamo sembra fatta apposta per trasmetterci informazioni frammentarie. Le culture prive di mezzi rapidi di comunicazione – le culture, cioè, nelle quali gli sbuffi di fumo sono gli unici strumenti disponibili a questo scopo – non hanno le notizie del giorno. Senza un mezzo adatto, le notizie del giorno non esistono.

Per dirla il più semplicemente possibile, il mio libro è una ricerca e una deplorazione sul fatto più significativo della seconda metà del XX secolo: il declino dell’era della tipografia e l’ascesa dell’era della televisione. Sono mutati in modo drammatico e irreversibile il contenuto e il significato del discorso pubblico, perché due mezzi così diversi non possono accordarsi con le stesse idee. Con il decadere dell’influenza della carta stampata, il contenuto della politica, della religione, dell’educazione, e di quant’altro sia oggetto di interesse pubblico deve cambiare ed essere rifondato in termini adatti alla televisione.

Se tutto ciò riecheggia l’aforisma di Marshall McLuhan, che il mezzo è il messaggio, non sarò io a rifiutare quest’associazione (anche se è di moda farlo tra studiosi rispettabili che, se non fosse per McLuhan, oggi sarebbero muti). Ho conosciuto McLuhan trent’anni fa, quando io ero studente e lui era uno sconosciuto professore. Pensavo allora, e lo penso tuttora, che parlasse nella tradizione di Orwell e di Huxley – cioè come un profeta – e sono rimasto legato al suo insegnamento, che il modo migliore per capire una cultura è quello di prestare attenzione agli strumenti di conversazione di cui si serve.

Potrei aggiungere che il mio interesse a questo punto di vista era stato suscitato assai prima da un profeta più importante di McLuhan e più antico di Platone. Leggendo la Bibbia, avevo già scoperto i primi accenni all’idea che le forme dei mezzi di comunicazione favoriscono particolari contenuti e perciò possono indirizzare tutta una cultura. Mi riferisco al secondo comandamento che proibisce agli ebrei di fare immagini concrete di qualsiasi cosa. «Non ti farai scultura e alcuna immagine né di quello che è su in cielo, né di quello che è quaggiù sulla terra, né di quello che è in acqua, sotto terra». Mi ha sempre meravigliato, e con me molti altri, il fatto che il Dio di questo popolo abbia dato istruzioni su come simbolizzare o non simbolizzare la propria esperienza. È strano che una simile ingiunzione venga inserita in un sistema etico, a meno che il suo autore veda una connessione tra le forme della comunicazione e la qualità di una cultura.

Si può avanzare l’ipotesi che un popolo cui venga chiesto di accettare una divinità universale e astratta non potrebbe farlo se avesse l’abitudine di dipingere quadri e modellare statue e comunque materializzare le proprie idee in forme iconografiche. Il Dio degli ebrei deve esistere nel Verbo e tramite il Verbo, una concezione senza precedenti, che richiede il più elevato livello di pensiero astratto. L’iconografia era diventata una bestemmia, e così un tipo nuovo di Dio ha potuto entrare in una cultura.

Un popolo che, come il nostro oggi, è sul punto di passare da una cultura imperniata sulla parola a una cultura imperniata sull’immagine, potrebbe trar giovamento riflettendo sull’ingiunzione mosaica. Anche se queste congetture sembrano azzardate, resta valida la supposizione che i mezzi di comunicazione disponibili hanno un’influenza decisiva sugli aspetti intellettuali e sociali.

La parola è naturalmente il mezzo primario e indispensabile. Ha fatto di noi degli esseri umani, continua a conservarci tali, definisce che cosa significa essere uomini. Questo non vuol dire che, se non ci fossero altri mezzi di comunicazione, tutti parlerebbero nello stesso modo delle stesse cose.

Ne sappiamo abbastanza sul linguaggio per capire che variazioni nella struttura delle lingue portano a variazioni di ciò che si definisce “visione del mondo”. Quello che la gente pensa intorno al tempo e allo spazio, intorno alle cose e ai loro sviluppi, è in larga misura influenzato dalle strutture grammaticali del linguaggio. Non osiamo supporre che tutti siano unanimi nel capire come va il mondo. Ma se consideriamo il numero e la varietà degli strumenti di conversazione, possiamo immaginare quanto sia forte la divergenza tra le varie culture.

Benché la cultura sia creazione della parola, essa è ogni volta ricreata dai vari mezzi di comunicazione – dalla pittura ai geroglifici, all’alfabeto, alla televisione. Ogni mezzo rende possibile un modo particolare di discorso fornendo nuovi orientamenti al pensiero, all’espressione, alla sensibilità. È proprio questo che McLuhan intendeva, dicendo che il mezzo è il messaggio.

Il suo aforisma, però, ha bisogno di essere corretto perché, così come è enunciato, può indurre a confondere il messaggio con una metafora. Un messaggio contiene un’affermazione precisa, concreta sul mondo. Le forme dei nostri mezzi, invece, compresi i simboli che permettono la conversazione, non conducono allo stesso tipo di affermazioni. Sono piuttosto metafore, che agiscono in modo discreto ma potente per imporre la propria particolare definizione di realtà. Sia che si osservi il mondo con l’ottica della parola o della stampa, sia che lo si osservi con quello della televisione, i mezzi-metafora classificano il mondo per noi, lo analizzano, lo modellano, lo ingrandiscono, lo riducono, lo colorano, propongono delle ipotesi su come è. Notava in proposito Ernst Cassirer:

La realtà fisica sembra retrocedere via via che l’attività simbolica dell’uomo avanza. Invece di avere a che fare con le cose stesse, in un certo senso l’uomo è continuamente a colloquio con sé medesimo. Si è circondato di forme linguistiche, di immagini artistiche, di simboli mitici e di riti religiosi, a tal segno da non poter vedere e conoscere più nulla se non per il tramite di questa artificiale mediazione.

È caratteristico dei mezzi di comunicazione che ben raramente si avverta il loro ruolo nell’indirizzarci verso ciò che vedremo o sapremo. Una persona che legge un libro o guarda la televisione o dà un’occhiata al suo orologio di solito non si interessa del modo con cui l’idea del mondo è rappresentata dal libro, dalla televisione o dall’orologio.

Ci sono però uomini che se ne sono interessati, specie ultimamente. Lewis Mumford è stato uno di essi. Non era uomo da guardare l’orologio soltanto per vedere che ora è. Non che non gli interessasse il contenuto dell’orologio, che per ciascuno vuol dire passare da un momento all’altro, ma era molto più interessato a come l’orologio crea l’idea di “momento per momento”. Si è occupato della filosofia dell’orologio, cioè dell’orologio come metafora, tutte questioni sulle quali la scuola ha sempre avuto ben poco da dire e i fabbricanti di orologi ancora meno.

«L’orologio», conclude Mumford, «è una macchina che “produce” secondi e minuti». Con questa produzione, l’orologio ottiene l’effetto di separare il tempo dagli eventi umani e perciò fa nascere la credenza in un mondo di sequenze misurabili matematicamente. Momento per momento non è creazione di Dio o della natura. È l’uomo che conversa con sé stesso per mezzo di una macchina da lui stesso creata.

Nel suo libro Tecnica e civilizzazione, Mumford mostra come, a partire dal Trecento, gli orologi hanno fatto di noi prima dei misuratori, poi dei risparmiatori, e ora degli schiavi del tempo. Siamo irriverenti verso il sole e le stagioni, perché in un mondo di minuti e di secondi, la natura è esautorata. Inoltre, osserva Mumford, con l’invenzione dell’orologio, l’Eternità cessa di servire da misura e da centro degli eventi umani.

Benché pochi l’avrebbero potuto immaginare, è stato l’inesorabile ticchettio dell’orologio a indebolire il primato di Dio, più che tutti i filosofi dell’Illuminismo; per dirla in altri termini, l’orologio ha introdotto una nuova forma di conversazione tra l’uomo e Dio, in cui Dio è stato il perdente. Forse Mosè avrebbe fatto bene ad aggiungere un altro comandamento: «Non farai nessuna rappresentazione meccanica del tempo».

Che l’alfabeto abbia introdotto una nuova forma di conversazione tra gli uomini è ora una nozione comune tra gli studiosi. Poter vedere le espressioni e non soltanto ascoltarle è cosa di non piccola importanza, benché anche di questo la scuola si sia ben poco interessata. È chiaro tuttavia che la scrittura fonetica ha creato una nuova concezione della conoscenza, come pure un nuovo significato di intelligenza, di pubblico e di posterità, di cui si era reso ben conto Platone. «Nessun uomo di senno», scrive nella sua Settima lettera, «oserà affidare i suoi pensieri filosofici ai discorsi e per di più a discorsi immobili, com’è il caso di quelli scritti con lettere».

Ciò nonostante, egli scrisse moltissimo e capì meglio di chiunque altro che esporre il pensiero per iscritto sarebbe stato l’inizio, e non la fine della filosofia. La filosofia non esiste senza critica, e scrivere offre ogni possibilità e opportunità di sottoporre il pensiero a continui e approfonditi giudizi. La scrittura consolida la parola e in tal modo dà vita al grammatico, al logico, al retore, allo storico, allo scienziato – a tutti coloro che devono mettersi davanti il linguaggio per vedere che cosa significa, dove sbaglia, e dove porta.

Platone sapeva tutto ciò, sapeva cioè che la scrittura avrebbe portato a una rivoluzione percettiva: uno spostamento dall’orecchio all’occhio come organo del linguaggio. È leggenda che, per incoraggiare questo spostamento, Platone pretendesse che i suoi studenti studiassero geometria, prima di essere ammessi all’Accademia. Se fosse vero sarebbe stata una buona idea perché, come dice Northrop Frye, «la parola scritta è molto più potente che non il semplice ricordare: essa ricrea il passato nel presente, e ci dà, non solo la cosa ricordata, ma l’intensità eccitante di un’allucinazione».

Ciò che Platone aveva intuito sulle conseguenze della scrittura è ora ben compreso dagli antropologi, specialmente da quelli che hanno studiato le culture in cui l’unica fonte di conversazione è la parola. Gli antropologi sanno che la scrittura, come dice il grande critico letterario Northrop Frye, non è soltanto un’eco della voce. È un’altra specie di voce, un gioco di prestigio di prim’ordine. Deve essere apparsa così a coloro che la inventarono, e perciò non dovremmo stupirci che il dio egiziano Theut, che si dice abbia insegnato la scrittura al re Thamus, fosse anche il dio delle arti magiche.

Oggigiorno la gente non vede probabilmente nulla di così meraviglioso nella scrittura, ma gli antropologi sanno quanto essa appaia strana e magica a una popolazione di cultura soltanto orale: una conversazione con nessuno, eppure con tutti. Che cosa c’è di più strano del silenzio che si riceve in risposta a una domanda affidata a un testo scritto? Che cosa c’è di più imbarazzante in senso metafisico che rivolgersi ad ascoltatori invisibili, come fa ogni scrittore? E correggersi da sé stessi perché si sa che un lettore sconosciuto disapproverebbe o non capirebbe?

Dico questo perché il mio libro tratta di come la nostra tribù sta affrontando un cambiamento altrettanto forte, dalla magia della scrittura alla magia dell’elettronica.

Voglio dire che l’introduzione di una tecnica nuova come la scrittura o l’orologio non è soltanto l’estensione della facoltà umana di imbrigliare il tempo, ma è una trasformazione del suo modo di pensare: e, perciò, del contenuto della sua cultura.

Ecco che cosa intendo quando dico che ogni mezzo è una metafora. Per metafora – ci è stato insegnato a scuola – si intende ciò cui assomiglia una cosa quando la paragoniamo a un’altra. La forza della suggestione fissa nella nostra mente un concetto in modo tale che non ci è possibile immaginare quella cosa senza l’altra. La luce è un’onda; il linguaggio, un albero; Dio, un vecchio saggio e venerabile; la mente, una caverna illuminata dalla conoscenza. Se queste metafore non ci servono più, dobbiamo per forza trovarne altre. La luce è una particella; il linguaggio, un fiume; Dio (come affermava Bertrand Russell), un’equazione differenziale; la mente, un giardino che aspetta di essere coltivato.

I mezzi di comunicazione, in quanto metafore, non hanno la stessa evidenza delle metafore ora citate, e sono molto più complessi. Per capirne la funzione metaforica, dobbiamo prendere in considerazione la forma simbolica e la fonte dell’informazione, la sua quantità e rapidità, il contesto in cui è inserita. Bisogna perciò scavare bene addentro, per ricavare, ad esempio, che l’orologio rifonda il tempo come una sequenza indipendente e matematicamente precisa; che la scrittura fa della mente una lavagna su cui sta scritta l’esperienza; che il telegrafo trasforma le notizie in merce.

Questo approfondimento diventa più facile se partiamo dall’assunto che in ogni strumento che noi creiamo si nasconde un’idea che trascende la funzione della cosa stessa. È stato, ad esempio, messo in rilievo che l’invenzione degli occhiali nel XII secolo non soltanto ha reso possibile il miglioramento della vista difettosa, ma ha suggerito l’idea che gli esseri umani non sono costretti per forza a subire quello che la natura assegna a ciascuno né le devastazioni dell’età. Gli occhiali hanno portato a rifiutare l’opinione che l’anatomia sia un destino, sviluppando l’idea che il nostro corpo è perfettibile come la nostra mente. Non credo di esagerare se affermo che c’è un rapporto tra l’invenzione degli occhiali nel XII secolo e le ricerche sulle manipolazioni genetiche nel XX secolo.

Anche uno strumento come il microscopio, strumento certamente non di uso quotidiano, conteneva in sé un’idea sorprendente, non in biologia ma in psicologia. Rivelando un mondo un tempo invisibile, il microscopio ha suggerito le possibilità di conoscere la struttura della mente.

Se le cose non sono quello che sembrano, se i microbi agiscono, non visti, sopra e sotto la pelle, se l’invisibile controlla il visibile, non è allora possibile che l’id, l’ego, e il superego agiscano anch’essi, non visti, in qualche luogo? Che altro è la psicoanalisi se non un microscopio della mente? Da dove vengono le nostre nozioni sulla mente se non dalle metafore generate dai nostri strumenti? Che cosa significa dire che uno ha un QI di 126? Non ci sono numeri dentro le teste. L’intelligenza non ha quantità, se non perché noi crediamo che ce l’abbia. Perché lo crediamo? Perché abbiamo degli strumenti che impongono che a essi si assimili la mente.

In realtà, gli strumenti che adoperiamo per misurare il pensiero suggeriscono a che cosa somigliano i nostri corpi, per esempio quando parliamo di “orologio biologico”, o di “codice genetico”, o quando leggiamo sulla faccia di qualcuno come su un libro, o quando l’espressione del nostro volto telegrafa le nostre intenzioni.

Quando Galileo notava che il linguaggio della natura è un linguaggio matematico, usava evidentemente una metafora. La natura non parla. Come non parla la nostra mente né il nostro corpo, così come, per restare in tema, non parlano i corpi politici. I discorsi che facciamo sulla natura e su noi stessi sono fatti con “linguaggi” che troviamo utile adoperare. Non vediamo come sono la natura, l’intelligenza, la motivazione umana, l’ideologia, ma come sono i nostri linguaggi. I linguaggi sono i mezzi di comunicazione. I mezzi sono le nostre metafore. Le metafore creano il contenuto della nostra cultura.

da “Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo”, di Neil Postman, Luiss University Press, 2021, pagine 176, euro 16

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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