Quattro anni dopoL’incontro tra i due leader indipendentisti catalani a Waterloo

Carles Puigdemont e Oriol Junqueras erano presidente e vice-presidente del governo che ha proclamà la secessione dalla Spagna nell’ottobre del 2017. Si sono rivisti, per la prima volta da allora. Il primo vive da latitante in Belgio, il secondo è stato appena graziato dopo aver passato alcuni anni in carcere. E tra i due non mancano le divergenze

LaPresse

Nel loro ultimo incontro avevano appena fondato una repubblica. Oggi sono esclusi da ogni carica e costretti a vedersi fuori dal proprio Paese. Carles Puigdemont e Oriol Junqueras si sono dati appuntamento a Waterloo, in Belgio, quasi quattro anni dopo il tentativo di secessione della Catalogna dalla Spagna. Fiaccati rispettivamente dall’esilio e dalla prigione, non hanno intenzione di rinunciare al loro obiettivo. Le strategie per conseguirlo, però, sono sempre più differenti. 

Ci sono stati momenti di cordialità, foto di rito e anche un abbraccio a porte chiuse, riporta il quotidiano La Vanguardia. Di politica si è discusso poco: «È stato un momento strettamente personale, avevano bisogno di parlarsi in maniera intima e scambiarsi le proprie impression», racconta a Linkiesta Toni Comín, eurodeputato catalano indipendentista presente all’appuntamento. 

La riunione è avvenuta nella Casa de la República Catalana, la residenza scelta da Puigdemont per il suo esilio volontario. Il giorno dopo aver proclamato l’indipendenza dalla Spagna, l’allora presidente della Generalitat catalana lasciò Barcellona per il Belgio, insieme ad altri tre membri del suo governo: Toni Comín, Lluis Puig e Meritxell Serret. Una quarta consigliera, Clara Ponsatí, volò in Scozia, mentre Ana Gabriel e Marta Rovira, altri due volti noti dell’indipendentismo, scelsero la Svizzera.

Mentre il presidente riparava all’estero, il suo vice decideva di restare in Catalogna. Fu arrestato pochi giorni dopo e chiuso in carcere per tutta la durata del processo, così come gli altri consiglieri rimasti, la presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell e i due presidenti delle principali organizzazioni civili catalane, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart. Nell’ottobre 2019 arrivarono le sentenze, dure per tutti, ma soprattutto per Junqueras: 13 anni di prigione e 13 d’inabilitazione dalle cariche politiche. L’ex vice-presidente ne ha trascorsi in carcere più di tre: il 22 giugno 2021 il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha concesso l’indulto ai politici prigionieri, o prigionieri politici (presos polítics), come li considera la narrativa indipendentista.

Da allora Junqueras non ha perso tempo: si è recato a Ginevra per salutare una delle esiliate, a Strasburgo per cercare appoggi alla sua causa nella politica europea e a Waterloo per l’incontro più atteso. Un’occasione dal forte impatto emotivo, perché è stata di fatto la prima riunione di due delegazioni che hanno vissuto insieme la sfida al governo spagnolo nel 2017, ma subito in modo diverso le sue conseguenze. Junqueras era accompagnato da Carme Forcadell, Raül Romeva e Dolors Bassa, come lui passati per processi e carceri. In Belgio li aspettavano, oltre a Puigdemont, Toni Comín, Meritxell Serret e il cantante Josep Valtònyc, condannato per per incitamento alla violenza, vilipendio alla corona e apologia del terrorismo: cioè quella parte del movimento secessionista che ha evitato il confronto con la giustizia spagnola. 

«Sono ammirato da chi è stato in carcere. Ne sono usciti senza amarezza e senza nessun rancore personale», afferma Comín. In questi anni, esiliati e prigionieri non hanno fatto trapelare critiche per le scelte altrui, rimarcando piuttosto il fatto di considerarsi tutti vittime della repressione spagnola. Anche all’uscita dalla Casa de la República Catalana, Junqueras ha assicurato ai giornalisti che tra lui e Puigdemont non ci sono stati rimproveri.

Rivali indispensabili
Quali che siano i rapporti personali fra i due, non eccellenti secondo la stampa spagnola, ciò che conta per i sostenitori dell’indipendentismo catalano è la collaborazione politica dei loro due partiti: Junts per Catalunya di Puigdemont, erede separatista della tradizione liberale della florida borghesia catalana, ed Esquerra Republicana de Catalunya, storico partito della sinistra nella regione. Alla battaglia comune si aggiunge infatti la competizione interna per la guida del fronte separatista.

I due generali della più bellicosa stagione secessionista continuano a guidare di fatto le rispettive compagini, ma hanno ora le armi spuntate a livello personale. Junqueras può girare per la Catalogna e l’Europa, ma non candidarsi per nessuna elezione: l’indulto che gli ha restituito la libertà non annulla i 13 anni d’inabilitazione a cui è stato condannato.

Puigdemont invece ha il problema opposto: può presentarsi nelle liste elettorali (è al momento parlamentare europeo), ma non mettere piede nella sua terra. La sua situazione giuridica è estremamente complessa: il Tribunal Supremo di Madrid ha spiccato per lui un nuovo Mandato d’arresto europeo, che però dev’essere autorizzato dalla giustizia belga. Nel frattempo i suoi colleghi all’Eurocamera hanno votato per revocargli l’immunità parlamentare, ma la Corte di Giustizia europea ha sospeso l’annullamento, in attesa di pronunciarsi definitivamente sul caso. Non è scontato che alla fine del contenzioso venga estradato in Spagna, ma se vi si recasse di sua spontanea volontà verrebbe immediatamente arrestato e processato. 

Per questo Waterloo sarà ancora per parecchio un luogo imprescindibile per la politica catalana. L’attuale presidente della Generalitat de Catalunya, Pere Aragonès, vi si è recato poche settimane fa, evidenziando la necessità di intensificare i colloqui con Puigdemont. Aragonès è stato nominato presidente proprio grazie a un patto tra Erc e JxCat, con i primi in posizione di forza per rappresentanza parlamentare. 

«Da anni governiamo insieme la Catalogna, mettendo in atto politiche progressiste a favore della giustizia sociale», dice a Linkiesta Jordi Solé, europarlamentare di Esquerra proprio in sostituzione di Junqueras, il cui seggio è stato riassegnato dopo la condanna alla prigione. 

Il matrimonio in effetti dura dal 2012, ma forse è dettato più dall’interesse che da una reale sintonia. Le due forze politiche non possono fare a meno l’una dell’altra se vogliono continuare a perseguire l’indipendenza dalla Spagna. «Condividiamo molte cose, ma evidentemente non tutte: altrimenti saremmo lo stesso partito», puntualizza Solé.

Come spiega l’eurodeputato, c’è diversità di vedute sulla strategia per arrivare all’obiettivo finale. Erc è più orientata al dialogo con l’esecutivo di Pedro Sánchez, anche per il comune orientamento politico. La decisione dell’indulto ha abbassato la tensione tra Barcellona e Madrid, nell’ottica del «Tavolo di dialogo» istituito da Generalitat e governo centrale, per trovare soluzioni a un conflitto politico che dura ormai da quattro anni. Il prossimo appuntamento è a metà settembre, ma nel negoziato resta un problema di fondo: gli indipendentisti non intendono rinunciare al diritto di autodeterminazione e i politici spagnoli non intendono concederglielo. 

«Per questo serve un “piano B” nel caso non si arrivasse a un accordo», dice a Linkiesta Toni Comín. Il suo partito, Junts per Catalunya, è fautore di una linea più dura: «Noi scommettiamo sul dialogo, ma non possiamo rinunciare all’indipendenza. Se dalla trattativa non esce un referendum concordato con il governo della Spagna, non possiamo considerarla un successo». 

La strategia alternativa a cui si riferisce è quella portata avanti da Puigdemont con l’istituzione del Consiglio per la Repubblica catalana. Si tratta di un’associazione non governativa, una sorta d’istituzione parallela che prepari il terreno a un nuovo tentativo di secessione, da mettere in atto questa volta con maggiore consapevolezza e preparazione.

Le prospettive di questa nuova stagione indipendentista sono molto incerte, così come gli effetti concreti del primo colloquio tra Puigdemont e Junqueras. A seconda dei punti di vista, Waterloo sarà ricordata come il luogo di una brillante vittoria o di una cocente delusione.