Isteria millenaristaQuell’insopportabile moralismo conformista verso chi non ha fatto ancora il vaccino

Le esigenze di tutela della sanità pubblica non c’entrano nulla. Non è per proteggere le possibili vittime che si attacca chi ha ancora non ha fatto la prima dose, quanto piuttosto il voler apporre un sigillo infamante dello stato peccaminoso in cui persevera il potenziale portatore dell’infezione

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Non serve credere che il vaccino sia l’invenzione degli usurai apolidi che vogliono impiantarci sotto pelle il chip globalista per osservare che c’è qualcosa che non va, una piega di smodatezza, un tratto d’isteria millenarista, un riflesso di conformismo fideistico e forsennato, nella pubblica riprovazione verso chi non si vaccina. Attenzione: qui non si tratta di far questione circa l’obbligo di vaccinarsi, obbligo sulla cui possibile introduzione, persino generalizzata, ciascuno può avere l’idea che vuole. Né è qui in discussione l’adozione di questa o quella misura (per esempio la cosiddetta certificazione verde) rivolta a più o meno surrettiziamente fare le veci di quell’obbligo che non c’è, e dunque a stimolare (altri direbbe a istigare) i riluttanti a farsi la dose.

Piuttosto, e su tutt’altro piano, è quell’osservazione a venire in conto, checché si pensi di quegli obblighi e di quelle misure d’induzione/persuasione: e cioè il rilievo del carattere moraleggiante e inquisitorio del giudizio riservato all’inadempiente, all’insubordinato, al bandito dal consorzio vax friendly, uno che quando va bene è aspirante suicida e se no è oggettivamente una specie di assassino. A incurvare in questo modo l’atteggiamento giudicante è quel che oscuramente lavora in profundo: il terrore bestiale per la capacità infettiva del contaminato, l’orrore primitivo per la sua idoneità a ledere senza che il male si veda, la paura dell’intimo maligno che si dissimula nell’irriconoscibilità del corpo apparentemente sano.

Le esigenze di tutela della sanità pubblica non c’entrano nulla. E non nel senso che l’infetto scorrazzante non possa metterla a rischio, ma nel senso che non sono quelle esigenze a eccitare lo strillo dell’incolpazione. Non è cioè il nocumento che può arrecare il non vaccinato a determinarne la condanna, ma l’origine subdola e impercettibile di quel danno; non è a tutela delle possibili vittime che si eleva l’accusa d’inottemperanza vaccinale: è a sigillo infamante dello stato peccaminoso in cui persevera il potenziale portatore dell’infezione.

Immagino a questo punto l’obiezione alata: «Ma che cazzo stai dicendo?». Dico, dico. Perché l’abuso di alcol, in puri termini di danno arrecato agli altri (a tacere del danno che si infligge chi beve troppo, che a sua volta arreca sofferenza economica alla società), espone a bilancio voci altrettanto se non più nefaste: ma gli alcolisti che producono incidenti stradali, rapine, stupri, omicidi, sono semmai riguardati dalla medesima società come criminali punto e basta, magari pure da linciare, ma non come toccati dal male. Dice ancora: «E che, l’alcolismo si trasmette?». A parte che un po’ sì, ma il punto non è questo: il punto è che fa indubbiamente danni anche agli altri, molti danni e molto gravi, senza che chi ne è responsabile sia destinatario della sanzione moralista e confessionale invece irrogata al trasgressore della regola vaccinista. 

Ferma restando la perfetta ammissibilità, anche per chi scrive, di regolamentazioni obbligatorie anche rigidissime, ha il profilo del barbaro analfabeta l’adoratore della compiutezza immunitaria. E sa di castigo, sa di comando all’espiazione, la pubblica pretesa sanzionatoria nei confronti di quelli che vi si sottraggono. E – eccoci – sa di purificazione il processo inoculatorio che dovrebbe condurre loro e noi a salvezza.

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