Il giorno della veritàL’11 settembre 2001 il mondo capì quanto sarebbe stato difficile il XXI secolo

Gli attacchi terroristici hanno stravolto le democrazie occidentali e gli errori politici degli anni successivi hanno peggiorato la situazione. Ora che il problema non sono più i “loro” attacchi armati ma il “nostro” populismo sovranista servirà tutta la saggezza interpretativa che non abbiamo avuto quando il nemico veniva da fuori

AP / Lapresse

Il Ventunesimo secolo è un condensato di crisi economiche, ondate populiste e sovraniste, epidemie e pandemie, assalti alla democrazia e attacchi terroristici. E sono trascorsi solo ventun anni. Ma c’è un punto sulla linea del tempo che rappresenta l’innesco per molti di questi eventi, concatenati tra loro.

L’11 settembre è una cesura storica fondamentale, quanto meno nel mondo occidentale. Ed è l’inizio di una nuova fase, come fa notare George Packer in un lungo articolo sull’Atlantic in cui gli attacchi terroristici sul suolo americano sono visti come una finestra sul mondo in cui avremmo vissuto.

«Durante i dieci anni compresi tra la fine della Guerra Fredda e gli attacchi terroristici, gli Stati Uniti hanno goduto di un livello di potere, ricchezza e sicurezza che, esclusa forse la Gran Bretagna negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, non ha eguali nella storia», si legge sul magazine statunitense.

Nell’ultimo decennio del secolo scorso tra New York e Los Angeles ci sono stati un costante aumento dei prezzi delle azioni in Borsa e uno sviluppo tecnologico impressionante, mentre l’economia dell’informazione sembrava aver trovato la formula per la crescita perpetua.

«Nelle elezioni del 2000, molte persone hanno votato, o non hanno votato, come se non importasse davvero chi fosse il presidente. Tanto potere, così poca responsabilità. Nessuno avrebbe mai immaginato che una mattina ci saremmo svegliati con macerie e cadaveri nelle nostre strade», scrive Packer.

Ma l’11 settembre ha squarciato il velo e ha costretto gli Stati Uniti e i suoi cittadini a comportarsi finalmente come se esistesse anche il resto del mondo.

«Non avevamo pensato ai dirottatori, ma loro avevano pensato a noi. Per quasi un decennio il radicalismo islamico ha cercato di attirare l’attenzione dell’America, dichiarando guerra ai cittadini statunitensi, bombardando le nostre ambasciate, le navi e lo stesso World Trade Center, con scarso successo. Il presidente Bill Clinton ha lanciato missili a lungo raggio contro i campi di addestramento jihadisti senza fare rumore. Quando il nome di al-Qaeda è emerso l’11 settembre, pochissimi americani lo avevano sentito prima», si legge nell’articolo.

Il racconto di Packer contiene anche una dimensione strettamente personale. L’autore ricorda le sensazioni del 12 e del 13 settembre, quei giorni successivi in cui tutto stava cambiando: le file insieme agli altri newyorkesi per donare il sangue, le veglie sul lungomare di Brooklyn Heights, le folle alle barriere su Canal Street che offrivano porzioni di cibo in alluminio ai soccorritori, la sensazione di dover fare qualcosa di solidale, di dover aiutare il prossimo. È solo dopo un po’, qualche giorno più tardi, che sarebbe arrivata la consapevolezza.

Gli attacchi terroristici di quel giorno hanno catapultato il mondo in una nuova dimensione. Gli Stati Uniti l’hanno vissuto direttamente sulla loro pelle, ma era sotto gli occhi di tutti. «Tutto è cambiato», dicevano gli esperti, ma non è facile adeguarsi a una nuova realtà.

Quando si è trattato di interpretare e rispondere agli attacchi di al-Qaeda, la maggior parte dei leader politici ha seguito un copione che, nel giro di una manciata di ore, era diventato obsoleto.

L’Atlantic individua tre approcci, evidentemente fallaci, tra le reazioni al terrorismo. Uno sosteneva che gli attacchi fossero come una punizione, una sorta di giustizia universale, per le azioni americane all’estero: il contraccolpo delle politiche imperialiste degli anni precedenti.

Un secondo approccio sbagliato vedeva l’America solamente come una vittima, per di più innocente: è quell’atteggiamento riassunto dialetticamente da George W. Bush nel discorso alla nazione del 7 ottobre in cui tracciò una linea di separazione tra il bene e il male.

Un terzo era a metà strada: l’America, nonostante tutti i suoi difetti, aveva l’obbligo di sostenere la democrazia e i diritti umani, ma nel farlo poteva fare ricorso al suo esercito per tentare di portare la democrazia in Afghanistan e provocare un cambio di regime in Iraq.

«L’11 settembre ha fatto nascere l’idea che la sicurezza in casa dipendesse dall’esportazione dei valori democratici nel mondo musulmano. Questa era l’opinione degli interventisti liberali – me compreso, prima che iniziassi a fare reportage dall’Iraq nel 2003 – e peccava dell’illusione che la guerra e la politica di potere potessero essere usate a scopi umanitari», scrive Packer nel suo articolo.

In un modo o nell’altro, tutti e tre questi punti di vista hanno provato a dare una continuità al sogno degli anni Novanta, hanno messo l’America al centro della storia e di ogni ragionamento: tutto ruotava ancora attorno all’idea che gli Stati Uniti potessero portare nel resto del mondo pace o distruzione a piacimento, senza tener conto del contesto.

Man mano che gli attacchi jihadisti diventavano globali e quotidiani, a Madrid, Mumbai, Boston, Parigi e Orlando, diventava sempre più evidente quanto una reazione eccessiva o di sottovalutazione del pericolo potesse essere dannosa.

L’islamismo radicale può essere compreso per quel che è: non un riflesso della politica estera degli Stati Uniti, né la reincarnazione della Germania nazista, ma un’ideologia estrema alimentata da politiche repressive in tutto un quadrante del mondo.

«I leader americani», si legge sull’Atlantic, «sono caduti nella trappola dei jihadisti e si sono imbarcati in una “Guerra al Terrore” indefinita e invincibile, immaginando, come ha dichiarato Bush, che “finirà in un modo e a un’ora da noi scelti”». Una frase che suona ancora più surreale a due decenni di distanza, mentre le truppe americane lasciano il Paese senza aver cavato un ragno dal buco.

Così gli anni dopo l’11 settembre hanno dato un nuovo ritmo alla storia. Al primo shock ne seguì un altro, poi un altro ancora: gli atteggiamenti muscolari degli Stati Uniti, la guerra in Iraq, l’uso della tortura, la crisi finanziaria del 2008, il ritorno dei talebani in Afghanistan, l’ascesa dell’Isis in Iraq e Siria e quella del populismo di destra in America, la presidenza di Donald Trump, l’ondata sovranista europea. E, in mezzo, tutte le crisi sanitarie regionali e la pandemia di coronavirus.

«Alla luce di tutto questo», scrive Packer, «l’11 settembre non è stato un evento sui generis uscito da un cielo azzurro e limpido. Fu il primo avvertimento che il XXI secolo non avrebbe portato pace e prosperità illimitate. Al-Qaeda non era tanto un primitivo ritorno al Medioevo quanto un presagio della politica antiliberale e del nazionalismo virulento che presto avrebbero raggiunto il mondo, persino l’America, dove un tempo i dirottatori avevano sferrato i loro colpi».

Eppure anche l’islamismo radicale che ha dominato le cronache post-11 settembre si è ritirato, almeno come minaccia strategica e almeno per ora. Negli ultimi vent’anni sul suolo americano non si è verificato nulla di simile all’11 settembre, e gli attacchi nel resto del mondo sono diventati sempre meno frequenti.

«Due decenni dopo l’11 settembre», conclude l’Atlantic, «non siamo più gli stessi che credevano in un benessere senza confini come all’inizio del millennio. Gli esperti ora vedono il terrorismo nazionalista bianco come una minaccia interna più grande del terrorismo islamista. La nuova battaglia è per la nostra democrazia. Richiederà tutta la moderazione e la saggezza che non abbiamo avuto quando il nemico non eravamo noi stessi».