Battute e capricci I talebani inclusivi e l’umorismofobia dei nostri valorosi cancellettisti

La vignetta di Andrea Bozzo che critica l’ipocrisia talebana diventa lo scandale du jour un po’ per la solita confusione tra oggetto e bersaglio, un po’ perché i militanti postmoderni hanno la coda di paglia

La vignetta di Andrea Bozzo

Pur essendo la massima studiosa vivente di scandali da 36/48 ore dell’internet, mi sono – in coincidenza col penultimo scandale du jour – resa conto d’aver trascurato una statistica importante: quanti degli sdegni occorsi negli ultimi anni sono dovuti alla confusione tra oggetto e bersaglio d’una battuta? 

Capitò alla capostipite delle linciate dall’internet, Justine Sacco. Era il 2013, e il bersaglio della battuta «vado in Africa, spero di non prendermi l’Aids, ah no: sono bianca» erano chiaramente i razzisti e i tic del loro ragionamento. «Chiaramente» è chiaramente l’avverbio sbagliato, considerato che, come spessissimo sarebbe accaduto in seguito, la confusione fu grande e la Sacco tuttora è quella che, per carità, ha pagato un prezzo troppo alto, ma aveva comunque fatto un’inaccettabile battuta razzista. 

(Ci sarebbe da discutere del concetto di «battuta inaccettabile», sensato come le lasagne vegane: se non disturba nessuno, che battuta è?). 

Nel mio minuscolo, capitò a me una volta che qualche passante chiese a Elena Stancanelli se conoscesse (di fama, suppongo) Pasolini e se Pasolini, al posto della Stancanelli, avrebbe rimproverato quel ragazzino di borgata che, nel discutere coi neofascisti, dimostrava la scarsa familiarità con la lingua italiana che è tipica dei romani. M’intromisi dicendo che no, Pasolini sarebbe stato impegnato a ingropparselo, il ragazzino. 

In mezzo a moltissimi offesi in-quanto-fan-di-Pasolini, che è un tic scemo ma aveva una sua logica nell’occasione, venni redarguita per giorni da gente che, scambiando oggetto e bersaglio della battuta, riteneva avessi insultato il ragazzino. 

Andrea Bozzo è un disegnatore che non conoscevo fino all’altroieri, e il fatto che ora sappia chi è dimostra che ha ragione lui quando dice che «diventi un marchio a costo zero»: i linciaggi dell’internet sono un aggiornamento del vecchio detto secondo cui non esiste la cattiva pubblicità. 

L’altro giorno i talebani hanno promesso un governo «inclusivo». Inclusivo è una parola totem del postmoderno. Sei inclusivo se non abbandoni i cani in autostrada e non declini le parole secondo generi escludenti. Sei inclusivo se per recitare nel tuo film scritturi un nero un cinese un indiano un paio di trans e una paraplegica, senza farti distrarre dal fatto che il tuo film parla della squadra olimpionica della Germania nazista. 

«Inclusivo» rappresenta tutto ciò che immaginiamo come opposto ai talebani nello spettro della civiltà. Siamo inclusivi perché rispetto ai diritti fondamentali siamo così coperti che ci resta lo spazio mentale per scandalizzarci se un’opera d’arte non è accessibile in sedia a rotelle. 

Se di mestiere osservi lo scarto, non quello tra la sedia a rotelle e i gradini dell’opera d’arte ma quello tra le buone intenzioni e la logica, o tra le cattive intenzioni e la nostra capacità di notarle, il talebano che parla d’inclusività non può non farti ridere. 

Bozzo ha fatto una vignetta che ha messo sulla sua pagina Facebook. Chi fa mestieri che hanno a che fare con l’esprimersi lo sa: i social sono una palestra. Li usi per vedere l’effetto che fa, per calibrare, per capire come funzionano le cose. Se sei intelligente, lo fai essendo consapevole che la stragrande maggioranza del pubblico affronterà quel che vede come fosse l’opera finita; ma, se quella cosa lì la fai per lavoro, non ne avrai certo concesso il primo sfruttamento a Mark Zuckerberg o a Jack Dorsey, che non ti pagano. 

Ma non voglio che questa sembri una scusa, facciamo che della confusione tra prove generali e première parliamo un’altra volta, e oggi restiamo alla confusione tra oggetto e bersaglio. Nella vignetta di Bozzo, c’è un talebano così grandemente inclusivo che parla una lingua senza generi: «Tranquill*, stavolta facciamo i brav*» (sì, «i» è articolo maschile, ma l’italiano non riescono a renderlo neutro quelli – quell* – che ci provano sul serio, possiamo pretendere ci riescano le vignette?). 

La vignetta, il cui bersaglio è ovviamente l’ipocrisia talebana, diventa lo scandale du jour un po’ per la solita confusione tra oggetto e bersaglio, un po’ perché i militanti postmoderni hanno un fienile in fiamme in luogo del culo (versione breve: la coda di paglia). Invece di dire che l’occidente serve a questo – a difendere i capricci, le stronzate, la libertà di fare come ci pare in tema d’irrilevanze – hanno deciso d’indispettirsi moltissimo con chi fa notare che i capricci sono tali. Rubo la battuta a qualcuno su Twitter: chissà quanti uomini afgani in questo momento si percepiscono donne. Ma torniamo alla vignetta di Bozzo. 

Su GayPost (chissà chi è il loro social media manager) esce un articolo dai toni così deliranti che non saprei renderli riassumendolo, quindi ne ricopierò stralci. «Una vignetta rilanciata dalle solite realtà transescludenti e queerofobe» (ma come parlate, nota di Soncini); «folklore ideologico, spacciato per esercizio di libero pensiero» (questa frase non ha alcun senso nella lingua italiana, chissà se ne sono consapevoli gli autori dell’articolo, ndS); «sulla pelle di donne che verranno cancellate realmente» («sulla pelle» sempre segno di scarsità dialettica, ndS); «vignette vergognose e sostanzialmente cretine sull’uso di asterischi e schwa» – eccetera, con tanto di mischione retoricamente pasticciatissimo con gli isterici della dittatura sanitaria, assai più vicini agli isterici della neutralizzazione della lingua di quanto lo siano a chiunque rida di qualunque cosa. 

Il fatto è che ridere è, attualmente, la più grave delle ipotesi. Che ci infilino in un burqa o ci privino dei diritti civili ci sembra meno devastante rispetto all’idea che qualcuno rida di noi: dei nostri diritti, desideri, tic, caratteri. Verrebbe da dire che si sta come nello Scherzo di Kundera, inquisiti all’idea che si sia osato fare una battuta, non fosse che a chi ha un qualche senso dell’umore viene da ridere all’idea di paragonarsi alla dittatura in cui è ambientato Lo scherzo. 

«C’è chi ha tempo e fantasia di ironizzare», ha stigmatizzato, condividendo l’articolo di Gaypost, Monica Cirinnà (chissà chi è il suo social media manager), la senatrice che ricordiamo perché, quando Carrefour stampò una maglietta in cui un marito uccideva la moglie, minacciò «chiariscano, o dovrò buttare la mia tessera», col piglio di Rosa Parks che cambia posto in autobus invece che di una che rinuncia ai punti sulla spesa. 

Mentre Bozzo veniva indicato come nemico del progresso da gente che si scrive in bio «Riot. Feminist. Foucaultian» (tutte le mancanze di senso del ridicolo portano a Foucault) e la definisce «una vignetta orrenda, atroce», mi sono procurata il suo numero di telefono. Anche per chiedergli se la vignetta rimossa da Facebook facesse di lui un martire, o il nuovo Gipi (che ebbe per analoghe ragioni una striscia oscurata da Instagram). 

Mi ha risposto uno che rideva molto, il che avrebbe fatto partire l’embolo ai militari di Kundera e ai militanti del cancelletto, e che era persino un po’ lieto d’essere il capro espiatorio del giorno, giacché ove c’è un’accusa arriva una difesa: «La solidarietà fa piacere perché siamo tutti un po’ narcisisti». E che trovava giustamente esilarante che Facebook gli avesse comunicato che lo riteneva responsabile d’incitamento al terrorismo (sotto il talebano, l’autore aveva scritto: «Diamogli una chance»). 

Il problema, però, trascende lui, e ci riguarda tutti: è lo svuotamento di senso delle parole. «Se quella è una vignetta vergognosa, la gente che cade dalla fusoliera dell’aereo cos’è? Non c’è una parola per dirlo». 

Bozzo ci tiene a precisare cose che gli potrebbero valere un supplemento di linciaggio: «Non sono una vittima di niente», ma anche «ci sta che non siamo d’accordo, mica è la negazione dell’individuo», ma soprattutto «pensi che ho fatto una battuta del cazzo? A me continua a far ridere ma vabbè, passiamo oltre». 

Metà della platea social gl’ingiungeva di scusarsi, l’altra metà se ne appropriava. «Ho unito il paese», ride, notando che, in chiave anticancellettista, l’avevano lodata da Marco Rizzo a Mario Adinolfi: il nemico del mio nemico, eccetera. 

Mentre si paragonava alla nonna di Gaber che non era lei che cambiava idea, erano i partiti che si spostavano, mi ha raccontato d’una volta in cui l’aveva seguito gente convinta fosse vicino ai Cinque stelle perché aveva fatto qualche battuta contro il Pd, poi «quando ho iniziato a prendere per il culo quegli scappati di casa mi scrivevano: sei cambiato, una volta non eri così» – un meccanismo noto a chiunque sia così balzano da non essere tifoso, vivendo nell’epoca delle curve di stadio. 

Pur essendo la massima studiosa eccetera, non ero ancora riuscita a capire come la sinistra potesse intestarsi una battaglia contro la libertà d’espressione e per quella che Guido Vitiello ha chiamato l’«umorismofobia». Me l’ha spiegato Bozzo, senza che neppure glielo domandassi: «Le cose serie le facciamo fare a Draghi, per fortuna; ai partiti che resta? Le battaglie identitarie». 

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