Il nuovo moligopolioLe grandi aziende tecnologiche non sono dei monopolisti tradizionali

Big Tech come Amazon, Google, Microsoft, Netflix, Facebook e Apple operano in campi sempre più diversi, in concorrenza tra loro, e in molti settori hanno inoltre anche seri concorrenti. E solo nel 2018 hanno speso almeno 22,6 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo

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Molti rilievi mossi nei confronti dei monopoli dagli economisti e dalle autorità antitrust non si applicano alle grandi aziende tecnologiche. E anche quando si applicano, questo avviene solo in misura limitata. Usando Google, Facebook e Apple come esempi, l’economista Tyler Cowen ha dimostrato che queste aziende non sono affatto ostili all’innovazione, anzi è vero il contrario. «Nei fatti, le grandi compagnie tecnologiche hanno dimostrato di essere dei vigorosi innovatori. Inoltre, la prospettiva di essere comprati da Google o da uno dei giganti tecnologici ha aumentato gli incentivi, per gli altri, a innovare e ha dato alle aziende in difficoltà l’accesso al capitale e alle competenze quando altrimenti avrebbero potuto chiudere o non aver mai aperto». Le grandi aziende tecnologiche oggi spendono somme immense in ricerca e sviluppo. Solo nel 2018, l’economista Nicolas Petit ha stimato che Amazon, Google, Microsoft, Netflix, Facebook e Apple hanno speso almeno 22,6 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo (e si tratta di una stima conservativa).

Ma non è solo questa cifra sbalorditiva che contrasta con molte delle caratteristiche tradizionalmente attribuite ai monopoli. In un importante studio del 2020 (Big Tech and the Digital Economy), Petit ha presentato una serie di argomenti convincenti che mettono sotto una luce diversa l’intero concetto di monopolio. Ha persino coniato un nuovo termine: moligopolio (moligopoly). Big Tech come Amazon, Google, Microsoft, Netflix, Facebook e Apple operano in campi sempre più diversi, in concorrenza tra loro, e in molti settori hanno inoltre anche seri concorrenti. Petit cita i seguenti esempi: Google ha sviluppato un servizio di posta elettronica, un browser, un sistema operativo mobile e un social network. Amazon è passata dall’essere un rivenditore specializzato di libri online a un rivenditore online generalista, così come è diventata un fornitore di servizi di cloud computing e ora possiede anche una catena di negozi di alimentari. E Facebook è un’azienda strutturata su due segmenti di mercato: reti globali e messaggistica. 

E questi giganti tecnologici continuano a creare ed entrare in nuovi segmenti di mercato dove competono tra loro e con altre aziende: Microsoft nel segmento dei giochi per computer, Google nelle auto a guida autonoma, Facebook nei sistemi di pagamento e Amazon nella produzione di film. È interessante analizzare queste aziende dal punto di vista dell’analisi tecnica e fondamentale piuttosto che da quello dell’antitrust. Qualsiasi analisi del primo tipo rivela presto con quanti concorrenti esistenti o potenziali ciascuna di queste aziende sta combattendo contro. 

Petit conclude affermando che «l’immagine delle grandi aziende tecnologiche come monopolisti è intuitivamente attraente, ma analiticamente sbagliata. I risultati ottenuti da un’analisi sulla rivalità limitata nel mercato d’origine del gigante tecnologico si basano su di una visione ristretta della concorrenza. Nonostante le posizioni dominanti nel campo dei brevetti, le grandi aziende tecnologiche non vivono una vita tranquilla. Il loro intenso sforzo d’innovare non è coerente con la teoria standard del monopolio. Meglio allora considerare le grandi imprese tecnologiche come dei moligopolisti, cioè imprese che sono al tempo stesso dei monopolisti e oligopolisti».

Sono molti a chiedere una regolamentazione più forte verso il mondo Big Tech e che i monopoli vengano spezzati. Ciò che questi critici trascurano è però il fatto che i monopoli tendono a essere molto meno durevoli di quanto si creda. Dirk Auer e Nicolas Pitt hanno analizzato la copertura mediatica riservata ai monopoli per un periodo di 150 anni. Hanno considerato un totale di 1.399 articoli dal 1850 al 2000. Tra le loro scoperte, hanno mostrato che la copertura mediatica dei monopoli è in gran parte negativa: il 61% degli articoli valutati aveva un tenore negativo, il 30% era neutrale e solo il 9% evidenziava le caratteristiche positive dei monopoli. Questo non è sorprendente di per sé, soprattutto perché i media di solito tendono a concentrarsi sugli aspetti negativi delle cose piuttosto che su quelli positivi. Dovrebbe tuttavia far riflettere che i media si occupino più ampiamente e frequentemente della formazione dei monopoli che non della loro fine. Su questo tema, Auer e Pitt forniscono spunti di riflessione: in sintesi, la copertura della stampa e dei media è colpevole di sovrastimare massicciamente la durata dei monopoli. 

Tutto ciò conferma una delle osservazioni di Milton Friedman sui monopoli, cioè che la loro importanza è molto sopravvalutata, in parte a causa del fatto che le tendenze monopolistiche attirano più attenzione delle dinamiche concorrenziali. Gli strumenti più efficaci per tenere sotto controllo i monopoli, come dimostra la storia, sono il capitalismo, l’innovazione tecnologica e imprenditoriale, e non la regolamentazione statale e le leggi antitrust.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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