Stessa spiaggia, stesso mareLa direttiva Bolkestein e l’Italia che non investe abbastanza sul turismo

Il problema delle concessioni delle spiagge demaniali attraversa solo di lato la questione principale: come ricorda Leonardo Panetta nel suo ultimo libro, attirare visitatori è il nostro petrolio, ma di governo in governo i sostegni economici e le cure dedicate sono sempre state pochissime

AP Photo/Armando Franca

È il 2004, si avvia alla fine il mandato di Romano Prodi alla guida della Commissione europea. Un’esperienza importante, coincisa, per altro, con l’entrata in vigore dell’Euro che ha rafforzato l’immagine stessa della Commissione dato che, quella precedente, la Commissione Santer era stata costretta a dimettersi per l’accusa di corruzione ad alcuni dei suoi membri.

Proprio negli ultimi mesi dell’Eurogoverno di Prodi, viene varata una direttiva che, forse come poche altre, farà esplodere un’irrisolta conflittualità tra l’Italia e Bruxelles.

A vararla è il Commissario al mercato interno Frits Bolkestein. Il Professor Bolkestein è un economista, liberale, olandese e a lui si deve uno dei principali interventi dell’Europa in materia di concorrenza: una proposta per la libera circolazione dei servizi all’interno dell’Unione.

Nelle intenzioni dell’ex Commissario si vuole consentire che qualunque cittadino europeo possa svolgere un’attività «temporanea» in un altro Stato Ue, senza che procedure amministrative e burocratiche lo impediscano.

I primi a scagliarsi contro questa proposta sono i francesi. Qualcuno di voi ricorderà forse il fenomeno del cosiddetto «idraulico polacco» (i primi a parlarne furono i giornalisti di Charlie Hebdo): un prestatore di servizi che si muove in un altro Paese per svolgere un’attività circoscritta a minor prezzo. La direttiva viene approvata dal Parlamento europeo nel 2006.

Per l’Italia, i problemi, più che dall’idraulico di Varsavia arrivano da un altro aspetto della direttiva: in nome della libera concorrenza, si chiede di istituire un bando per tutte le concessioni pubbliche nel territorio dell’Unione. Come ad esempio gli spazi assegnati agli ambulanti o le spiagge.

La norma europea che, ricordiamolo, a livello giuridico prevale su quella di un Paese membro, in Italia entra in collisione con l’articolo 37 comma 2 del Codice della navigazione. In sostanza essendo le spiagge territorio del demanio pubblico, lo Stato affida a terzi la concessione attraverso il «diritto d’insistenza».

In occasione dell’assegnazione della concessione da parte degli enti pubblici è prevista la preferenza del concessionario uscente rispetto ad altri eventuali pretendenti. Altro che bando.

Questo articolo viene soppresso nel 2008 con alla guida del governo Romano Prodi che aveva tenuto a battesimo la Bolkestein. La Corte di Giustizia Ue stabilisce che il diritto d’insistenza è in contrasto con le normative europee e l’Italia si deve adeguare.

In Francia, Spagna e Portogallo, la direttiva non ha avuto lo stesso impatto per via della diversa gestione del demanio.

Il recepimento arriva solo nel 2010. I titolari degli stabilimenti balneari (oltre che gli ambulanti) protestano adducendo il rischio di una svendita agli stranieri delle nostre spiagge. Un rischio reale, certo, dietro il quale però si sbarra la strada anche a un possibile concorrente italiano.

Quindi, da una parte il diritto d’insistenza viene abrogato, dall’altra le concessioni vengono via via prorogate dai governi prima fino al 2020 e, nel 2019, nuovamente fino al 2033.

E così, il 3 dicembre 2020, 16 anni dopo la proposta di Bolkestein, 14 dopo il voto in Parlamento, 10 dopo il recepimento nell’ordinamento italiano, la Commissione europea avvia una procedura d’infrazione verso l’Italia inviando una lettera di «messa in mora» in merito al rilascio di autorizzazioni relative all’uso del demanio marittimo per il turismo balneare e i servizi ricreativi.

Secondo Bruxelles la misura italiana crea incertezza giuridica e scoraggia gli investimenti, causando una perdita significativa per le autorità locali italiane.

Per la Commissione, gli Stati membri sono tenuti a garantire che le autorizzazioni, il cui numero è limitato per via della scarsità delle risorse naturali, siano rilasciate per un periodo limitato e mediante procedura di selezione aperta. L’Europa chiede di privilegiare la concorrenza rispetto alla monopolizzazione.

Il tempo per rispondere è di tre mesi. Il calendario cozza con la crisi di governo e così la replica alla missiva si riduce a una lettera senza “orientamento politico”, a cavallo dell’avvicendamento tra Giuseppe Conte e Mario Draghi, affidata ai tecnici ministeriali.

Nel carteggio, i cui dettagli non sono stati resi noti, si spiega solo il perché delle diverse proroghe alle concessioni che, nel frattempo, vengono spesso confermate dai Tribunali Amministrativi Regionali. Non è previsto nessun intervento nemmeno nella riforma sulla concorrenza inserita nel Recovery Plan, a conferma della difficoltà di gestire questo dossier.

Un caos di competenze che non agevola la soluzione del problema in tempi brevi. Tanto più se pensiamo alle parole che lo stesso Frits Bolkestein pronuncia in un convegno presso la Camera dei deputati il 18 aprile 2018 intitolato “L’Euro, l’Europa, e la Bolkestein spiegate da Mr. Bolkestein”. Di fronte a un uditorio sul “piede di guerra”, l’ex Commissario europeo se l’è cavata così: «Per quanto mi riguarda le concessioni balneari non sono servizi ma beni e quindi la direttiva sulla libera circolazione dei servizi non va applicata alle spiagge».

Il nostro petrolio

Non spetta a noi (fortunatamente) risolvere la questione, ma di certo intervenire su questo settore in un momento di crisi del turismo a causa del coronavirus è un’operazione a cuore aperto che richiede mano ferma per evitare di “perdere il paziente” sotto i ferri.

Ci limitiamo però a sottolineare come il settore in Italia fosse già in crisi prima del Covid, a causa forse di un atteggiamento ondivago dei diversi governi che hanno investito poco in quella che dovrebbe essere un’industria per il nostro Paese e invece resta un’impresa lasciata all’iniziativa dei singoli.

Nelle previsioni economiche del 13 febbraio 2020, Bruxelles lancia un allarme, relativo al turismo. Nel documento si legge: «I rischi sono principalmente esterni e da legarsi a un potenziale rallentamento della domanda estera di residenze e servizi turistici».

Quelle previsioni non tengono ancora conto degli effetti della pandemia che, anzi, vengono considerate circoscrivibili a un trimestre. Ancora prima delle restrizioni legate al coronavirus, l’Italia si trova in difficoltà anche in quel settore dove non dovrebbe potenzialmente avere competitor.

Facendo un balzo in avanti, un flash-forward al gennaio 2021, troviamo un rapporto di Bankitalia che precisa come da agosto a ottobre 2020 la spesa dei viaggiatori stranieri si sia contratta al 49,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. A ottobre poi, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, le spese dei viaggiatori stranieri in Italia, pari a 1.193 milioni, risultavano inferiori del 70,4 per cento con un avanzo della bilancia dei pagamenti turistici di 620 milioni, contro i 1.697 milioni del 20197.

Il turismo è il nostro petrolio. Una frase che sentiamo dire spesso alla luce del patrimonio unico che offre il Belpaese. Secondo un rapporto Eurostat del gennaio 2020 questo settore in Italia genera fino a 4,2 milioni di posti di lavoro, come nessun altro in Europa.

Nella classifica della rilevanza del turismo sul Pil, l’Italia si posiziona però al settimo posto, con un peso sull’economia di circa il quattro per cento. In testa la Croazia, seguita da Malta e Portogallo.

Per quanto concerne la spesa dei turisti, è la Francia a registrare gli introiti maggiori: Italia solo terza.

Il calo della quota di mercato nel 2018 è stato superiore a quello dei concorrenti storici (-3,4 per cento).

A fronte di questi segnali preoccupanti già prima della pandemia, nella primavera del 2020 molto poco viene fatto dal governo Conte II per sostenere il settore.

Ad esempio in Grecia, il premier Mitsotakis vara misure che prevedono sussidi, sgravi fiscali e taglio dell’Iva su merci e servizi relativi all’industria turistica, in vigore dal primo giugno a fine ottobre. Lo stanziamento per il settore è di 25 miliardi. A maggio 2020, la Francia stanzia 18 miliardi per sostenere il turismo. La Spagna istituisce un finanziamento di 10 miliardi per dare liquidità al settore, concedendo una moratoria per il pagamento delle rate dei mutui più vulnerabili.

E l’Italia? Beh l’Italia nel Decreto Rilancio 70 milioni di euro per il 2020. No, non c’è un refuso. 70 milioni a differenza dei tanti miliardi stanziati dagli altri Stati. Siamo quindi noi storicamente ad aver fatto poco per sviluppare e sostenere questo importante settore. Non tralasciamo l’aspetto di non avere avuto un ministero del turismo per circa 30 anni. Ministero abolito con un referendum nel ’93, perché poco efficiente nel suo occuparsi anche, tanto e male, di spettacolo.

L’idea di accorpare i due settori si basa sulla convinzione del governo Segni, che crea il dicastero nel 1953, di una «intima affinità» tra il turismo e lo spettacolo, intendendo per spettacolo anche attività itineranti come il teatro, la danza e il circo. Dopo l’abolizione per via referendaria, ogni regione ha fatto da sé, anche se la delega al turismo è stata via via assegnata, come un figlio in affidamento, ai ministeri dell’industria, dell’agricoltura e dei beni culturali.

Il governo Draghi lo ha ripristinato con pieni poteri (il precedente ministero del turismo, sotto il governo Berlusconi IV, assegnato a Michela Brambilla era senza portafoglio) con grande sollievo delle associazioni di categoria. Purtroppo, la prima comunicazione che il titolare Massimo Garavaglia ha dovuto fare è stato l’annuncio della fine anticipata della stagione sciistica 2021, dopo il pasticcio della chiusura degli impianti, annunciata una sera prima della riapertura prevista.

Una scelta arrivata a cavallo della crisi di governo che ha penalizzato fortemente il turismo invernale. Non forse il modo migliore per cominciare. Alla luce di queste difficoltà sembrano inoltre pochi i circa 7 miliardi complessivi che verranno stanziati dal Recovery Plan (su una dotazione complessiva che tra fondi vari ammonta a 248 complessivi) per quella che dovrebbe essere considerata un’industria strategica ma resta ancora spesso confinata, almeno nella mente della classe politica, alla dimensione di impresa secondaria.

da “Recovery Italia. Perché siamo il malato d’Europa?”, di Leonardo Panetta, Mimesis, 2021, pagine 226, euro 18