Tipping points Il costo dei punti di non ritorno climatici

Secondo i dati emersi da uno studio pubblicato sulla rivista statunitense Pnas, le ricadute internazionali del climate change potrebbero, se combinate, far lievitare del 25% il costo delle emissioni di CO2

Pixabay

Il degrado della foresta amazzonica, la fusione del ghiaccio artico, della calotta della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, lo scioglimento del permafrost e degli idrati di metano subacquei, il rallentamento del capovolgimento meridionale della circolazione atlantica (AMOC), che include e influenza anche la Corrente del Golfo, e la variabilità del monsone estivo indiano con i conseguenti periodi di siccità e alluvioni.

Sono gli otto tipping points, o punti di non ritorno climatici, che in base ai dati emersi da una recente pubblicazione su Pnas potrebbero, se combinati, far lievitare il costo dell’emissione di una tonnellata aggiuntiva di anidride carbonica (chiamato anche SCC) fino a un +25%. Secondo gli esperti che hanno condotto lo studio, questo indicatore sugli effetti del climate change potrebbe essere determinante nei confronti politici per fissare i prezzi del carbonio e informare sugli sforzi attivati (e da attivare) nelle strategie di mitigazione.

Tra i principali motivi di preoccupazione per il cambiamento climatico, gli economisti del clima hanno iniziato solo di recente a incorporare i tipping points nei loro modelli e nella letteratura economici. «Salvo pochi studi frammentari, l’economia climatica li ha ignorati o li ha rappresentati in modi altamente stilizzati», si legge nello studio.

Nel loro report, i ricercatori hanno fornito stime unificate degli impatti economici di tutti gli otto punti critici sul clima utilizzando un modello di valutazione integrato meta-analitico (chiamato IAM) con una struttura modulare. «Il modello – hanno spiegato gli studiosi -, calibrato su prove econometriche dettagliate e modelli di simulazione, include i danni climatici rilevati a livello nazionale dovuti all’innalzamento delle temperature e del livello del mare per 180 Paesi».

Dal lavoro pubblicato sulla rivista scientifica statunitense è emerso che le perdite economiche associate ai punti di non ritorno climatici si possono verificare quasi ovunque nel mondo. La dissociazione degli idrati di metano e lo scongelamento del permafrost sono i tipping points che causerebbero i maggiori impatti economici, con aumenti rispettivamente del 13,1% e dell’8,4%.

I ricercatori hanno inoltre osservato che l’SCC non è distribuito in modo omogeneo bensì tende ad essere più alto nelle regioni più calde e più povere, come l’Asia meridionale e sudorientale e l’Africa sub-sahariana.

Gli autori dello studio invitano a non tralasciare gli tutti gli scenari proposti nello studio, compresi i cosiddetti low probabilityhigh impact, che ineriscono a eventi improbabili ma di grande portata, capaci di trasformare profondamente il quadro ambientale, sociale ed economico internazionale. Secondo le elaborazioni del modello impiegato, ci sarebbe una probabilità non così piccola – il 10% – che il superamento dei tipping points comporti un raddoppio dei costi dei danni climatici, e una possibilità del 5% che i costi triplichino.

«La nostra ricerca – confessano i ricercatori nella conclusione del report – presenta una serie di limiti che aiutano a identificare le future esigenze di ricerca. Ad esempio, sebbene siamo stati in grado di combinare otto diversi punti critici climatici, ne sono stati identificati altri che devono ancora essere inclusi nel modello IAM: è il caso del deperimento della foresta boreale, della variabilità del monsone dell’Africa occidentale e dell’oscillazione meridionale di El Niño».

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