Landini, grillini & SalviniIl populismo anti green pass e l’insopportabile ipocrisia dell’approccio montessoriano al virus

Dal segretario della Cgil al sottosegretario all’Istruzione del M5s, nella lotta contro la pandemia si diffonde una forma di renitenza alla leva fondata su giochi di parole, formule ipocrite, demagogia e corporativismo

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Ci sono piccole spie del linguaggio che non vanno sopravvalutate, perché ovviamente non si tratta di matematica, ma che possono rappresentare comunque un utile segnale di pericolo. Una di queste si incontra spesso quando un personaggio pubblico – generalmente un politico, o anche, come nel caso di cui vorrei parlare, un sindacalista – comincia una frase con: «Sia chiaro». Nove volte su dieci, fateci caso, sta per dire qualcosa che non è chiaro per niente.

Figuriamoci poi se il concetto da chiarire in premessa è che chi parla non ha nulla contro questo o quello – nel caso in questione: il green pass – che ha tanti amici con il green pass, che li trova persino simpatici, lui, i green pass.

Ecco dunque l’incipit dell’intervista al segretario della Cgil, Maurizio Landini, uscita ieri su Repubblica: «Sia chiaro, il sindacato sta invitando tutti i lavoratori a vaccinarsi e non abbiamo nulla contro il green pass, ma in nome di ciò non è accettabile introdurre una logica punitiva e sanzionatoria nei confronti di chi lavora».

Il seguito però è ancora meglio. Dice infatti Landini: «Non deve passare il messaggio sbagliato che i vaccini e il green pass, pur fondamentali, da soli siano sufficienti a sconfiggere il virus». Giustissimo. E quale esempio fa, per dimostrare l’esistenza di un tale pericolo? «Guardi il caso delle mense aziendali: il governo dice di volerle regolare al pari delle attività di ristorazione. Ma le mense aziendali hanno i turni, il plexiglass, la sanificazione periodica. Non sono un ristorante ma un servizio per chi lavora». Insomma, il ristorante aziendale non è un ristorante, e il ristorante non aziendale, secondo Landini, evidentemente non fa e non può fare né turni né sanificazioni (né usare del plexiglass). Ma soprattutto: per evitare il rischio che qualcuno consideri il green pass sufficiente a sconfiggere il virus, la soluzione sarebbe toglierlo dalle mense aziendali? Che senso ha?

Il problema è che questo genere di paralogismi – l’intervista di Landini ne è interamente infarcita, neanche fosse un articolo di Giorgio Agamben, ma se proprio ci tenete gli altri andateveli a leggere su Repubblica – rappresentano ormai la nuova forma del disfattismo nella lotta contro la pandemia, che unisce Landini, Salvini e grillini. Una forma di renitenza alla leva fondata su giochi di parole, formule ipocrite, demagogia e corporativismo, che si nasconde dietro questa specie di approccio montessoriano al virus, per ovvie ragioni condiviso anzitutto dai populisti al governo. Basta leggere l’intervista del sottosegretario all’Istruzione Barbara Floridia (M5s) pubblicata ieri sul Corriere della sera.

Se infatti il segretario della Cgil, dopo avere premesso di essere favorevolissimo al green pass, dice che per i lavoratori non è accettabile «introdurre una logica punitiva e sanzionatoria», la sottosegretaria all’Istruzione, occupandosi di scuola, ritiene ovviamente che «le sanzioni contro i dirigenti scolastici e il personale scolastico siano un accanimento».

Prima però di approfondire la sua posizione sente il bisogno di mettere bene in chiaro una cosa. Indovinate un po’? «Faccio una premessa: sono favorevole al green pass e anche al fatto che si debbano prendere provvedimenti per omesso controllo o per assenza del green pass. Ma non con le sanzioni amministrative. Ci sono tanti metodi». Quali? Per esempio «spostare le persone senza il green pass in luoghi dove non ci sono contatti con i ragazzi». E se adesso state pensando che un professore che non stia a contatto con i ragazzi forse non serve a molto, sentite qua: «Penso alle biblioteche, alle segreterie per programmazione e progettualità didattiche».

In altre parole, dalla logica non punitiva e sanzionatoria siamo già arrivati a una logica premiale. Qualora un simile approccio fosse adottato dal governo, è facile prevedere che finirebbe come con l’applicazione della 194, cioè con una moltiplicazione degli obiettori di coscienza e con i pochi rimasti al lavoro costretti a riempire i vuoti lasciati dagli altri, incentivando ulteriormente il rifiuto, in un circolo vizioso che renderebbe la situazione praticamente ingestibile.