I vaccini e le fazioni Critica ragionata sui difetti del green pass

Nonostante pochi casi e le vaccinazioni che procedono a gonfie vele, assistiamo all’allestimento di una farraginosa macchina burocratica dedita ai monitoraggi delle nostre libertà più ordinarie. Il lasciapassare verde avrebbe avuto forse qualche effetto se fosse stato messo come precondizione per riaprire attività e servizi. Mentre lo si è fatto percepire come una privazione per chi non ce l’ha

LaPresse

Non sembra che nel resto del mondo la discussione politica e filosofica sul green pass e i vaccini stia toccano vertici altrettanto surreali che da noi. Il che è interessante, perché aiuta a capire qualcosa sulla cultura nazionale nella quale nuotiamo e i suoi rapporti un po’ confusi con la libertà.

Si è prodotta una divisione culturale faziosa anche perché in larga parte artefatta. Sappiamo bene che anche questo giornale aderisce all’idea di una manifestazione pubblica contro l’ignoranza, ovvero contro la sponda offerta, per quanto con toni i più sfumati, da alcuni partiti ai no vax. Ma è rischioso, soprattutto in un Paese nel quale la campagna vaccinale è andata sorprendentemente bene e gli avversi per principio alla vaccinazione sono, secondo tutti i sondaggi, una modesta minoranza, insistere sull’atteggiamento verso il vaccino come segnale politico a più ampio spettro.

È difficile immaginare una deriva populista a partire dal possesso o meno di un Qr code. È facile invece riconoscere i connotati etico-politici, o ideologici se si vuole, delle fazioni sul campo. Non senza notare, d’acchito, l’anomalia di una manifestazione a favore di qualcosa che è scientificamente controllato: non ci viene in mente nella storia che siano mai state fatte manifestazioni a favore dell’eliocentrismo, ma nemmeno contro Stamina. Di regola sono quelli che non hanno prove scientifiche a scartare verso la politica.

Giovanni Orsina ha parlato di un «greenpassismo» alimentato da scientismo e moralismo, cioè da una nuova forma di settarismo laico per cui gli scienziati o esperti sono portatori di un verbo etico che il governo trasforma in regole di controllo dei comportamenti individuali. C’è una parte della società che ascolta e segue acriticamente, come si ascolta e si segue la musica di un pifferaio magico. Chi non si incammina dietro al suono incantatore viene tacciato di essere una minaccia per la salute pubblica. Da qui il moralismo. Il greenpassismo per Orsina è espressione del modo in cui la sinistra concepisce la convivenza civile al tempo della pandemia e l’espressione di una idea di libertà, potremmo dire, che è più vicina a quella degli antichi che a quella dei moderni.

Nel senso che sembra di essere tornati al tempo in cui essere liberi significava essere ammessi a partecipare alle pratiche e politiche collettive, in quanto riconosciuti e accettati come membri di un certo gruppo, all’interno di una più o meno stabile e rigida gerarchia sociale. La cultura borghese e liberale ha ridefinito la libertà come possibilità di compiere le proprie scelte senza interferenza altrui: ovvero le persone sono libere quando individualmente e responsabilmente rispettano una legge, e per quanto riguarda le scelte più ordinarie (se e quando uscire di casa, in quale negozio andare a comprare il pane, chi incontrare o amare, etc.), queste sono nella totale e indipendente disponibilità del singolo.

È un fatto non sorprendente, che la dice lunga sulle basi evolutive, cognitive ed emotive, dei nostri sentimenti di libertà, che le libertà più ordinarie e che sono considerate prive di costi, siano state messe senza troppe obiezioni nelle mani dello Stato paternalista, di fronte alla minaccia nuova e incomprensibile della pandemia – come i nostri antenati avrebbero fatto con le forme di governo dei tempi loro. Ebbene oggi, che quella minaccia è in una certa misura rientrata, con pochi casi e le vaccinazioni che procedono a gonfie vele, assistiamo, per esempio con il green pass, all’allestimento di una farraginosa macchina burocratica dedita ai monitoraggi delle nostre libertà più ordinarie. E chi anche solo si limita a evidenziare che ci sono profili discutibili, viene tacciato di essere un no vax o di non partecipare a qualche rito collettivo di linciaggio morale. Risuonano le parole del Manzoni nel capitolo 32 dei Promessi sposi: «Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Chi critica il green pass su basi filosofiche, lo considera un segnale di involuzione dispotica e lo paragona a varie situazioni in cui nel passato le persone sono state marchiate per separare i portatori dell’etichetta da chi non la aveva, e quindi discriminare a vantaggio o contro i primi e i secondi di volta in volta. A voler spaccare il capello in quattro, come già abbiamo scritto su  questo giornale, il paragone vale per certi aspetti e non vale per altri. Il fatto che noi siamo schedati e dobbiamo esibire i documenti di identità quando ci registriamo per usare decine di piattaforme di servizi online, argomento portato contro chi critica il green pass come schedatura, non è la stessa cosa di esibire un green pass. Anche perché quelle piattaforme offrono servizi e propongono un contratto con tanto di clausole che decidiamo se accettare o meno, contratto che possiamo rescindere, etc. e quindi bilanciamo più o meno consapevolmente vantaggi e rischi di essere inseriti in una serie di banche dati.

Avere il green pass significa essere completamente vaccinati contro il virus, mentre non averlo significa non avere ancora fatto la seconda dose, ovvero non potersi vaccinare per motivi medici, avere fatto una sola dose perché si è in precedenza contratto il virus, essersi vaccinati in un altro Paese e non essere riusciti a farsi registrare in Italia, non essersi vaccinati per pigrizia ma con l’intenzione di farlo e non volersi vaccinare proprio (no vax). La patente o la carta di identità non viene data solo a chi non ne ha un diritto stabilito per legge, mentre non avere il green pass in un contesto sociale espone solo a una etichettatura o a un giudizio, cioè a un pregiudizio.

Gli argomenti di Cacciari, Agamben e altri filosofi contro il green pass, anche se in alcune situazioni essi cercano di portare inesistenti prove epidemiologiche che il green pass non servirebbe o che le vaccinazioni presentano incertezze che non dovrebbero avere, non andrebbero ridicolizzati, perché importanti sono le preoccupazioni che li muovono. Se filosofi e intellettuali le cui opere non sono riconducibili alla tradizione di pensiero che istruisce e sviluppa la concezione della libertà intesa come libertà dei moderni, cioè come libertà personale e indipendenza da costrizioni esterne non previste dalla legge, affermano ora una posizione libertaria, è un segnale interessante. Chi meglio di loro può rendersi conto delle inclinazioni illiberali del greenpassismo! Fa piacere che essi ora apprezzino così tanto la libertà dei moderni ed è singolarmente divertente che qualcuno, con una piroetta carpiata, parli del green pass come espressione del totalitarismo «liberal-liberista» (Franco Cardini).

Invece di guardare come al solito il dito, forse sarebbe il caso di cercare la luna. I filosofi contrari al green pass sostengono che si sta facendo una discriminazione tale per cui chi ha il documento che attesta il possesso di una certa proprietà biologica (vaccinato) gode di maggiori libertà di chi non ha quella proprietà biologica. Per cui si creerebbe una comunità fatta da cittadini di serie A e di serie B. Cioè, saremmo in un regime dispotico. In realtà, non si può parlare di cittadini di serie A o di serie B perché la caratteristica sulla base della quale sono discriminati non è naturale, ma è nelle loro disponibilità. Nello stesso tempo non ha senso paragonare il green pass alla patente, anche perché mentre le esternalità negative di mettersi alla guida sono chiare, chi non ha il green pass può tranquillamente essere un cittadino sano e non ha senso considerarlo un untore fino a prova contraria.

Probabilmente non si può nemmeno definire autoritario o dispotico un governo che usa questo strumento. Si può dire che è confuso, che lo è stato sin dall’inizio della pandemia per quanto riguarda le misure da prendere ma soprattutto per la comunicazione. Si può dire che intercetta un’inclinazione nel Paese a trattare gli altri o i cittadini come bambini. E che non si rende conto che la misura genera disagi inutili, proteste e costi che non sono minimamente compensati dallo scopo dichiarato con il quale è stato introdotto.

Perché apparentemente la misura della certificazione verde non è stata introdotta per rendere sicuri i luoghi pubblici dove è in vigore, dato che si devono tenere distanze, mascherine e quindi presenze diradate di avventori nei locali – anzi, la paura per i vaccinati che anch’essi trasmettono l’infezione sta diventando la nuova paranoia da emergenza – mentre questa misura dovrebbe essere un incentivo per convincere esitanti e no vax a vaccinarsi.

Il green pass avrebbe avuto forse qualche effetto se fosse stato messo come precondizione per riaprire attività e servizi, ovvero come mezzo per riavere qualcosa. Mentre lo si è fatto percepire come una privazione per chi non ce l’ha. Questa seconda strategia non pare stia funzionando, dato che le persone che volevano ripristinare in sicurezza la loro vita sociale sono state fra le prime a vaccinarsi. Peraltro, nel mondo quasi nessuno usa incentivi comunicati in modi negativi, se non ti vaccini non ti lascio andare al ristorante, ma positivi, se ti vaccini ti do dei soldi, un biglietto di una lotteria, eccetera.

Per una volta la parte del Paese che non è ostile alla scienza dovrebbe guardare con gratitudine e compiacimento ai propri concittadini, che hanno mostrato disponibilità e fiducia verso la ricerca, a dispetto della comunicazione ondivaga e ogni tanto ambigua dello stesso governo. Le élite italiane si definiscono per la loro vocazione ortopedica. Ma attenzione, se per raddrizzare un legno storto si applica troppa pressione si finisce, ben che vada, per distorcerlo nell’altro verso.