Prendo quello che ha preso lei A parte la libertà, non c’è grande differenza tra talebani e occidente

L’Afghanistan, lo scontro di civiltà e altre sottili riflessioni geopolitiche sonciniane

Afghanistan

Certo, ci sono alcune eccezioni. Ma sono pochissime, davvero. Sono irrilevanti, davvero. Potrei farvene una lista, e sarebbe breve. Vediamo.

A parte la libertà di girare con le tette al vento (già vent’anni fa), o di fare il bagno in camicia e braghette, di indossare caftani o minigonne o addirittura pantaloni, chiome fluenti o la testa rapata come Sinéad O’Connor (sì, ho fatto anche quello).

A parte la libertà di andare a letto con tutti o con nessuno, a seconda di come mi girava, senza venire fornita come premio al contenuto delle mutande di qualche soldato.

A parte la libertà di farmi bocciare quattro volte all’esame per la patente perché la frizione non ho mai imparato a usarla, e il più grave cascame di questa lacuna è che dovetti ripiegare su un motorino in luogo della ben più à la page Vespa, che aveva le marce e mi si spegneva ogni due secondi; a parte la libertà di non guidare quindi la macchina non per divieto cromosomico ma per incapacità strutturale (che poi sarà cromosomica anche quella: papà – quel talebano mancato – lo diceva sempre che le donne non sapevano guidare, e non ci vuole una squadra di specialisti viennesi per diagnosticare che ho introiettato la sua convinzione, il che ha arricchito i tassisti di tutto il mondo).

A parte la libertà di studiare le cose che mi piacevano e ignorare le altre, di passare intere giornate in mondi di fantasia senza che nessuno giudicasse mai certe letture o certi audiovisivi inadatti a me, senza che nessuno pretendesse di decidere come dovessi impiegare le mie giornate, con la sola limitazione che il modo in cui le passavo dovevo trovare il modo di farmelo retribuire per pagarci un affitto, e una volta trovato il modo di farmi pagare per leggere e scrivere nessuno mai avrebbe avuto il diritto di obiettare al mio non saper cucire un bottone o far bollire l’acqua per la pasta.

A parte la libertà d’avere una carriera o di non avercela, di studiare o di non studiare, di credere o di non credere, di fare come mi dicono o di non farlo, di sposarmi o di restare zitella, di fare figli o di non farli; a parte le libertà che non esercito, sennò che libertà sarebbero.

A parte la libertà di ordinare a domicilio tutto quel che non volevo incomodarmi a produrre in proprio, persino il cappuccino la mattina, e quella di investire i proventi delle mie attività in frivolezze quali il sushi consegnato a casa e le vacanze da sola in luoghi nei quali al massimo un albergatore stupefatto avrebbe chiesto se aspettavo che mi raggiungesse mio marito, ma mai a nessuno sarebbe venuto in mente di dirmi che no, in quella matrimoniale da sola non ci potevo stare, era la legge religiosa (può una legge essere religiosa? Davvero? Credevo succedesse solo in certi libri molto antichi e molto fantasiosi).

A parte la libertà di considerare la religione una simpatica bizzarria, il prenderla sul serio una simpatica bizzarria, il prenderla sul serio di chi la contesta una simpatica bizzarria; a parte la possibilità di considerare la moglie del Gattopardo che dice il rosario o mia nonna con l’altare di padre Pio di fianco al letto uguali identiche agli invasati che si sbattezzano, che si fanno rilasciare un pezzo di carta che dica che quell’acqua che gli hanno versato in testa a sei mesi non vale, come io mi facessi certificare la rimozione dal vissuto di quegli anni di scuole di preti in cui ho imparato le preghiere in latino, come se non esistesse la memoria che trattiene quel che vuole lei et dimitte nobis debita nostra.

A parte la libertà di, quando qualcuno dice «libertà», avere riempimenti automatici frivolissimi, non la Resistenza e non le guerre, non la libertà di scelta rispetto al mio corpo né quella rispetto al mio stato civile, non la libertà di stampa, di espressione, di pensiero, di parola (opere e omissioni: ve l’avevo detto, le scuole dai preti); a parte la libertà di, quando in qualunque contesto serioso si ciancia di libertà, canticchiare silenziandomi a fatica «libertà risali a ieri, ma ricordo a malapena che eri tutti i miei pensieri, il mio pranzo e la mia cena»: a parte la libertà di considerare Claudio Baglioni prioritario rispetto al 25 aprile.

A parte la libertà di alzare gli occhi al cielo ogni volta che qualcuno dice che non è d’accordo ma difenderà fino alla morte la mia libertà di pensarla diversamente – che, non so se ci avete fatto caso, è una cosa che dicono sempre quelli che non difenderebbero alcunché non dico fino alla morte ma anche solo fino a un’unghia incarnita.

A parte la libertà di considerare gravissima un’unghia incarnita, o altra scemenza che la libertà dal dover difendere le proprie basilari libertà, date per scontate, mi rende libera di considerare il guaio del giorno.

A parte la libertà di sentir dire stronzate, pensare «ma che stronzata», e pensare che il punto sia proprio quello, che l’infettivologo in tv possa dire «sicuramente in Afghanistan è una guerra molto brutta e che dura da molto più tempo, ma anche la guerra che abbiamo combattuto anche noi in Italia contro il virus è comunque sempre una guerra», e io possa pensare «ma santa pazienza», e ognuno dei due sia libero di dire e pensare la sua e di considerare cretina la posizione dell’altro.

A parte queste poche cose, quindi, e qualche migliaio di altre che ognuno potrebbe aggiungere o che tutte potremmo dare per scontate, ci tenevo a dirvi che proprio non capisco in che cosa consista questa presunta superiorità dell’occidente e del suo modello di vita rispetto a quello propugnato da quelle care persone dei talebani.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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