Vent’anni di nation building I talebani non sono cambiati, ma l’Afghanistan sì

I fondamentalisti islamici ereditano un paese con istituzioni, una macchina statale funzionante e molte aspettative in più. Questo scenario spiega i toni distensivi dei guerriglieri, che sanno che per tenere in piedi il Paese dovranno dipendere dagli aiuti internazionali

AP Photo/Rahmat Gul

«I talebani hanno consolidato il loro controllo su Kabul dopo aver preso d’assalto il palazzo presidenziale, la sede del governo del Paese». Succede oggi, in Afghanistan. Eppure queste sono le parole della BBC, il 27 settembre 1996.

Allora il presidente in fuga non era Ashraf Ghani ma Burhanuddin Rabbani. Il suo predecessore, Mohammed Najibullah, era stato da poco prelevato dal palazzo delle Nazioni Unite e assassinato dai talebani, le milizie di opposizione cui fa riferimento il racconto dell’emittente britannica. «Centinaia sono stati uccisi nei combattimenti e molti sono fuggiti», «lasciandosi dietro una città in rovina, devastata dalla guerra e abbandonata dalla maggior parte delle organizzazioni internazionali che fino a pochi giorni prima ci lavoravano», scriveva ancora, in quei giorni di conquista talebana, la BBC.

Se il racconto somiglia molto a quello che accade in queste ore a Kabul, l’Afghanistan che eredita la nuova generazione di talebani non è quello del 1996, devastato da sette anni di guerra civile, iniziata con il ritiro sovietico del 1989.

Il fotografo Alan Chin, che in quei giorni viaggiava assieme a John Burns del New York Times, ha scritto proprio in queste ore come la Kabul di allora gli ricordasse la Grozny devastata dalla prima guerra in Cecenia o Sarajevo dopo quattro anni di assedio.

Oggi, il movimento di fanatici religiosi che torna al potere dopo 20 anni, mentre l’America non ha nemmeno terminato il ritiro dei propri soldati, non si trova in mano una capitale distrutta, ma ricostruita; non controlla un esercito, ma ha le chiavi delle basi di un soldati addestrati e armati dalle forze internazionali; lo Stato è certamente fra i più corrotti al mondo, ma ha una struttura amministrativa funzionante; e alcuni Paesi, come Russia, Cina, Iran hanno già aperto canali di discussione con i nuovi padroni, escludendo così la possibilità di un completo isolamento del futuro regime.

Molto è cambiato da quegli anni Novanta, quando Riccardo Redaelli, professore di Geopolitica e Storia e istituzioni dell’Asia all’Università Cattolica di Milano, viaggiava spesso attraverso l’Afghanistan. Nel 1996, quando i talebani hanno preso il potere, racconta, «il giocattolo era distrutto non tanto dai sovietici, ma dai mujaheddin. Oggi, i talebani si trovano tra le mani un giocattolo che funziona e vogliono tenerselo». L’amnistia per i funzionari dell’ex governo annunciata in una formale conferenza stampa – poco di lotta e molto di governo, degna della più noiosa burocrazia statale – ha l’aria di mossa politica e tecnica.

Negli anni Novanta i talebani hanno gestito un sistema statuale debole e quasi inesistente. Fu un disastro. Oggi, come ripetuto dal volto delle comunicazioni pubbliche del movimento talebano Zabihullah Mujahid nelle settimane di conquista di territorio, ai nuovi padroni servono le competenze di chi ha fatto funzionare la macchina dello Stato per gli ultimi 20 anni, di chi ha le chiavi della burocrazia. È un vecchio copione.

«Hanno in mano molto di più di quanto avevano in passato, ma è anche vero che le aspettative della popolazione sono più alte», ci dice Giuliano Battiston, ricercatore, esperto di Afghanistan. Negli anni ’90, quando i talebani hanno conquistato il Paese sparpagliandosi dalle campagne e avanzando città per città dopo anni di una guerra civile distruttiva, «le richieste erano stabilità e pace. Oggi la popolazione si aspetta qualcosa di diverso, proprio a causa dell’esistenza di istituzioni» che hanno lavorato per anni.

«I talebani tornano al potere ereditando un governo con tutte le sue risorse e la sua portata territoriale: il più vasto bottino di guerra di sempre per un’organizzazione jihadista», ha scritto in un recente Tweet Hassan Hassan, autore esperto di gruppi estremisti. Il bottino più impressionante è quello rinchiuso nelle basi militari abbandonate dall’esercito regolare in fuga: le armi per 300mila soldati, nuove e moderne, un investimento americano da 83 miliardi di dollari. Novecento fucili automatici, 30 humvee, i veicoli militari americani da ricognizione, 20 camion: l’emittente NBC fa un conto approssimativo di quello che una sua reporter vede all’interno di una base abbandonata e controllata oggi dai talebani, ma le immagini delle telecamere mostrano decine di fucili, munizioni, RPG e granate ancora imballati e casse di legno ancora sigillate.

I talebani, nati nel vuoto di potere di una guerra civile nei primi anni Novanta, le feroci milizie in ciabatte armate di Ak-47 d’era sovietica, si trovano oggi ad avere elicotteri e aerei, una piccola aviazione che probabilmente non sapranno per ora usare e soprattutto mantenere. Anche questo è un copione già usato: davanti alla rapida avanzata dello Stato islamico nel 2014 su Falluja, Tikrit e Mosul i militari iracheni addestrati e armati dagli americani si levarono di fretta la divisa abbandonando basi, armi, munizioni, veicoli blindati.

È per togliere linfa a un’infrastruttura statale e militare lasciata dal frettoloso ritiro nelle mani del movimento oscurantista che l’Amministrazione Biden domenica ha congelato le riserve del governo afgano depositate negli Stati Uniti. L’obiettivo è impedire ai talebani l’accesso a una somma che secondo il governatore della Banca centrale afgana Ajmal Ahmady è pari a  9 miliardi di dollari di cui sette presso la Fed, la Federal Reserve americana. «Hanno vinto dal punto di vista militare, ma ora devono governare. E non è facile», ha detto.

I talebani, fino a qui un gruppo clandestino che ha operato attraverso fonti diverse come la tassazione dei suoi territori, i dazi su contrabbandi e commerci illeciti, la produzione di oppio e l’estrazione mineraria illegale si trova adesso a dover pagare gli stipendi non più di 80mila miliziani, ma di migliaia di funzionari pubblici in tutto il Paese. Le casse dello Stato si reggono però sulle donazioni internazionali e, come spiega Battiston, diventa per questo vitale un qualsiasi riconoscimento internazionale. Da qui, lo sforzo dei portavoce di proiettare un’immagine di “moderazione” rispetto alle brutalità crudamente esposte in passato.

In pochi sembrano crederci, primi fra tutti gli afghani che si barricano in casa, tentano la fuga, e che in queste ore, in città come Jalalabad all’est, sono scesi in strada non con la bandiera bianca dell’emirato ma con quella nazionale e si sono fatti ammazzare. Potenze regionali come Cina, Russia e Iran, pragmatiche e interessate e che non vogliono problemi nelle aree di confine, potrebbero però presto guardare con gusto, nel vuoto lasciato dal resto del mondo, a concessioni minerarie ed energetiche.

I talebani hanno imparato molto di più su di noi di quanto noi abbiamo imparato sui di loro, ci dice Redaelli: «Hanno imparato le parole d’ordine con cui prendere il sistema internazionale, anche se noi sappiamo benissimo che laggiù, nelle province, quello che accade è tale e quale a 20 anni fa».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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