L’invenzione del veroEmanuele Trevi o di come uno scrittore scrive di un critico che ha scritto di scrittori

I saggi che il vincitore del Premio Strega ha preparato come introduzione per la riedizione di due libri di Cesare Garboli (uno su Pascoli, l’altro su Delfini) mostrano come si salta il fosso che divide finzione e realtà. E si approda così alla vera narrazione

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Il sottotitolo di “I cani del nulla” recita: “Una storia vera” – artificio, petizione di principio a indicare che si tratta di invenzione del vero. Se c’è un fatto che è indubitabile per uno scrittore (e lettore) è questo: tutto quel che passa dalla memoria è finzione. Emanuele Trevi lo sa bene e sa farne tesoro.

Come trar profitto da questo paradigma e così saltare il fosso che divide finzione e “realtà” (tra virgolette, come suggeriva Nabokov) e approdare alla pura narrazione, dove finzione memoria riflessione si intrecciano in naturalezza – ecco, tutto questo ha un nome e cognome che Trevi conosce bene: Cesare Garboli.

Non che ne abbia fatto mistero: a Garboli Trevi ha dedicato un capitolo, “Il grande critico” (appellativo che G. avrebbe respinto e titolo che avrebbe detestato, ma tant’è), del suo libro segnavia, “Sogni e favole”, e ora completa l’opera con due agili e utili saggi, pubblicati come saggio introduttivo e come prefazione alla ripubblicazione di un libro fondamentale e di un saggio del grande maieuta.

Si tratta di “Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli”, ripubblicato da Quodlibet nella celatiana collana Compagnia Extra (bello, l’incrocio Garboli-Celati) e di “Un uomo pieno di gioia” (titolo editoriale, ben scelto), già prefazione ai “Diari 1927-1961” di Antonio Delfini.

I “Diari” di Delfini sono del 1982; il gran libro pascoliano del 1985 (la prima edizione del 1985 con Pascoli come autore e Garboli curatore è nella blu Oscar Biblioteca, non nella “prestigiosa” NUE Einaudi, dove apparirà nel 1990 con Cesare Garboli come autore e il titolo “Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli” – “falegnameria”).

Erano i magnifici anni Ottanta: un apice, per la letteratura italiana. Garboli e Calasso reinventavano il saggio, l’essai; Magris usciva con lo splendido esercizio “Illazioni su una sciabola” e con il suo “Danubio”, nel 1986, conquistava i lettori al saggio narrativo; e intanto Gianni Celati con “Narratori delle pianure”, nel 1985, pubblicava un nuovo modo di scrivere racconti. Il gran merito del lavoro di Trevi è quello di porsi come epigono, in continuità con l’opera di Garboli, e così portare avanti una linea letteraria di valore, che allora ci poneva in evidenza nel panorama europeo. Tutto questo a modo suo e col proprio tono.

La prefazione al saggio delfiniano è indicativa. Trevi presenta con parole proprie Delfini, uno di quegli irregolari – Comisso, Delfini, D’Arzo – che a cavallo della Seconda guerra mondiale aprivano spiragli nella calma (omologata) della narrativa d’ordinanza moraviana. Poi affonda subito il colpo: «Garboli aveva sempre saputo cosa cercare». È il punto di partenza dello scrittore-lettore. Segue il comandamento primo e unico: «Era là, in un mondo oggettivo di fatti e persone reali, che [Garboli] aveva individuato il suo paesaggio narrativo, e non nell’invenzione romanzesca».

Sostituiamo “paesaggio” con “luogo narrativo” e abbiamo una perfetta definizione dell’attore (il termine non è casuale) in scena: il saggista, riportato nella posizione naturale e propria di narratore. Non è una tautologia: si veniva dagli anni della sbornia strutturalista e semiologica, della passione onanistica per la teoria letteraria e Garboli, in modo più convincente di Citati (l’antagonista), con gesto deciso e il piglio del protagonista, sgombrava il tavolo degli avanzi.

Nel saggio introduttivo al libro pascoliano, Trevi pare completare l’opera. Inizia con una storia di autori e titoli che, pur macchiata dall’imprecisione segnalata, è arguta e ben si presta a definire il campo. (La «usuale grandinata garboliana di improperi» seguiti alla conclusione di Trevi è comprensibile: è sbagliata – ma non è questo il punto, e neppure il luogo).

Si tratta del problema della libertà dell’interprete: fino a che punto l’interpretazione può sovrapporsi all’opera interpretata? Trevi conviene, (un po’ obtorto collo) sul fatto che «la fagocitazione di Pascoli, o di qualunque altro autore di cui Garboli si sia occupato, non era un fine da perseguire, ma un metodo integralmente, e in totale buona fede, messo al servizio dello scrittore indagato». Sostituiamo “indagato”, brutto termine positivista, con “interpretato”: siamo al punto, quello da cui è partito anche Trevi per la sua opera da “Qualcosa di scritto” in poi. Eppure manca ancora qualcosa: manca un testo.

Il testo in questione è anteriore: 1980, settembre, è fondante e ha a sua volta una rivelatrice storia di titoli. È un testo su Roberto Longhi, l’angelo nero del giacobbe Garboli. Viene dapprima pubblicato con il titolo (assegnato, parrebbe) “Longhi lettore” e poi, rivisto («scritto per Parigi, come dicevano le sarte in tempi migliori», chiosa G.) viene ripubblicato nel 1993, col titolo “Longhi scrittore”.

Lettore e poi scrittore: c’è da aggiungere altro? Sì: nel testo della prima versione (più interessante) Garboli, già nel primo geniale paragrafo, a un certo punto dice che forse sarebbe stato più giusto il titolo “Longhi traduttore” – come a dire, riportare in forma di parole un dipinto nel caso di Longhi, un testo letterario (e uno scrittore) nel caso dello scrittore-lettore. Non è finita, sempre nel primo paragrafo scrive: «La letteratura è un evento formale, un sortilegio, una recitazione». Una clausola e due parole, di cui una, “sortilegio”, ascrivibile a Elsa Morante, e l’altra, “recitazione”, che è il punto da cui ricominciare. Ma questa è un’altra storia, per un’altra volta.

«Se non fossero mai stati dipinti dei quadri, Longhi avrebbe mai scritto un rigo?» l’incipit del saggio garboliano; «Se non fossero mai stati scritti dei libri, Garboli avrebbe mai scritto un rigo?» la domanda per lui – io l’ho fatta, la prima volta che ci siamo incontrati, e ne era seguito un lungo pomeriggio a discorrere di libri e quadri, il primo di alcuni e preziosi. La risposta è: no. Ci sono scrittori che devono scrivere dopo aver letto un libro o riguardato un quadro (o percorso un’architettura) – gli scrittori-lettori, quelli per cui la lettura è un démone (conosco il problema) e la scrittura è una liberazione, non un piacere da calligrafo o un esercizio di sensibilità. Per costoro tutto il mondo è forma da leggere e tradurre in forma di parole, non ci sono confini se non di merito. Così torniamo a Baudelaire, il primo maestro del Moderno: lo scrittore torna al posto che gli spetta, senza tante storie e per sempre. Con tanti saluti agli statuti accademici ed editoriali.

Il Caravaggio e il Carlo Braccesco “di” Longhi, il Delfini e il Pascoli “di” Garboli, la Amalia Rosselli e l’Arturo Patten “di” Trevi sono inventati e veri come i personaggi del romanzo – e lo scrittore sa, dai personaggi nascono le storie e non viceversa. Tutto il mondo è forma: allo scrittore, raccontarlo.

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