Imbarazzo intellettualeLo zen e l’arte di analizzare per ore i pedali per chitarra (ma un libro in pochi minuti)

I “creatori di contenuti” nei loro video su YouTube approfondiscono i macinacaffè e i rye whisky con impensabili livelli di concentrazione. Ma se si analizza un romanzo con quello stesso assorbimento assoluto si rischia quasi di passare per degli hater. Da Linkiesta Magazine in edicola, in libreria o su Linkiesta Store

Illustrazione di Fulvia Monguzzi

I pedali per chitarra elettrica sono quelle scatoline in cui si fa passare il suono tra lo strumento e l’amplificatore, un cavetto dopo l’altro, per modificarlo con effetti di echo, distorsione, modulazione. Sono cose magiche ed è bello collezionarli.

Lo facevo negli anni Novanta e ho ricominciato a farlo nei mesi in cui mi è stato impedito di uscire la sera. Prima, per affrontare certi argomenti c’erano le riviste di settore e i negozianti, ora si testano e recensiscono pedali su YouTube. Il creatore di contenuti di turno descrive quali effetti e quale amplificatore sta usando, addirittura con quale microfono sta prendendo il suono dal cono dell’amplificatore, poi comincia a girare le manopoline del pedale con la concentrazione mistica dello stalker nella zona tarkovskijana.

I creatori di contenuti che spiegano i pedali sono un cosmo dove è possibile trovare lo zen e un tipo di concentrazione che i pezzi sul declino dell’Occidente causa telefonini e social darebbero per persa.

Uno dei video più zen che ho visto ha come oggetto il Klon, un pedale distorsore che fu venduto in pochi esemplari negli anni Novanta. Gli originali oggi circolano nel mercato mondiale dell’usato a prezzi assurdi: 3.ooo euro, mettiamo, contro i 150 euro che costano pedali ottimi di marca o boutique. Ma nel mondo dei pedali esiste la pratica dei cloni: come omaggio alla tradizione, marchi e boutique e inventori privati copiano i circuiti dei pedali famosi cercando di riprodurne il suono ed eventualmente perfezionarlo. Questi creatori di contenuti allora dedicano un video ai cloni del Klon testando una decina di pedali il cui prezzo oscilla tra 5.000 e 40 sterline (io ho quello da 40).

Uno dei due conduttori sottopone l’altro alla tortura di dover provare, senza guardarli, tutti i pedali, per votare quello che riesce meglio a replicare il suono, e capire dunque se le differenze di prezzo sono giustificate. Immaginate il livello di sottigliezza e approfondimento. La cavia, uno dei due creatori, ha una chitarra in mano, intanto che la suona si fa cambiare un pedale dopo l’altro dal socio e intanto medita sul suono, sembra un sommelier, sembra uno che mastica cacao da degustazione.

Il video dura cinquanta minuti, l’ho visto per intero. Ha quasi duecentomila visualizzazioni, per un canale che ha settecentomila abbonati. I commenti sono intorno ai milleduecento. Uno recente dice: «Klon is the bitcoin of guitar pedals».

La microscena dei pedali è fatta di centinaia di migliaia di fissati in giro per il mondo che hanno sviluppato il talento dell’abbandono adolescenziale, monacale: talento sconosciuto alla gran parte degli adulti fatti e finiti che di solito possono scegliere solo tra lavoro e intrattenimento.

Io vedo la cosa dal punto di vista della letteratura, che sarebbe l’amore della mia vita, e che con queste forme di estasi condividerebbe tutto: bastano delle cicale e la controra, e subito un lungo romanzo tradotto in un italiano desueto riesce a mandarti in paradiso. Ma negli ultimi anni ho notato che nel mondo della letteratura, a differenza che in quello dei pedali e dei creatori di contenuti, si chiede spesso scusa quando si impongono tempi lunghi e analisi ossessive.

C’è una sorta di etichetta, ci si deve vergognare se si richiede troppa attenzione. Se si scrive, per dire, un pezzo di critica letteraria troppo lungo. Se si indugia troppo nell’analisi. C’è una generale autoimposizione di sobrietà e velocità, quasi dovessimo giustificare con l’efficienza i nostri gusti antisociali di lettori e scrittori, quasi che per adattarsi al mondo moderno fosse necessario assumerne la (presunta) velocità.

L’evoluzione della tecnologia ha reso possibile una quantità di formati diversi. Il mondo culturale, va detto, ha approfondito sia la velocità – quello che viene chiamato “snack content” – sia la lentezza: con i long form, un po’ di podcast, i festival. Ma se i siti culturali sono pieni di approfondimenti, ho la sensazione che nella cultura non esista a livello diffuso quella dimensione abitata dai video sui pedali: una forma di assorbimento collettivo che non deve chiedere scusa, che non si vergogna di voler approfondire e approfondire fino a raggiungere l’estasi di monaci e artisti.

Come mai è andata così? Come mai la passione assoluta non ha un buon nome nel mondo culturale e, nel nostro piccolo, in quello letterario?

Scrivo recensioni su un quotidiano nazionale. C’è poco spazio, tre cartelle scarse, neanche una pagina di giornale, ma cerco sempre di citare più che posso dal testo che recensisco, e di fare dei ragionamenti su come suona il libro, che registri usa, di che pasta è fatto.

A volte queste recensioni disturbano gli editor dei libri stranieri che recensisco: mi contestano le analisi che faccio quando non sono entusiasta del libro o quando semplicemente voglio approfondire troppo le scelte di registri e lessico. A volte mi pare che i libri siano trattati come illusioni magiche da non sfruculiare pena la perdita della polvere di stelle. In molti altri campi, al contrario, l’approfondimento è trattato come una forma d’amore.
L’analisi approfondita da noi è considerata un fastidioso rallentamento del processo di consumo dei libri. Un atteggiamento in qualche modo da hater. Così che mi trovo nella strana posizione di aver realizzato il sogno di poter scrivere libri e di poter scrivere di libri altrui ma molte persone che lavorano nel mio mondo si straniscono per l’abbandono con cui mi dedico alle analisi.

E, in ogni caso, le lunghe analisi letterarie sembrano sempre dirette a pochi pazzi, e dunque in qualche modo vengono trattate come fuori luogo: «Sì però quant’era lungo… il succo l’avevo capito dopo due paragrafi».

Non voglio difendere la critica letteraria in sé, visto che le cose devono piacere alle persone a cui piacciono, e non è sano che si impongano agli altri i propri gusti. Ma nell’ultimo anno ho riflettuto molto su questo fatto: YouTube è pieno di scene di creatori che fanno video lunghi e – eufemismo – approfonditi, e questa forma di assorbimento collettivo (di un piccolo mondo autonomo, di solito, lontano dal mainstream, ma esistono creatori che analizzano la musica pop o le serie tv con metodi analoghi) è accettata, se sommiamo tutti i piccoli gruppi tra loro, da una massa di persone. Nel mondo della cultura non è avvenuta la stessa cosa.
I mondi a cui ho accesso mi restituiscono la sensazione che l’analisi letteraria e in generale dell’arte debba giustificare la propria ossessione mentre il mondo è pieno di “non intellettuali” che dedicano alle loro passioni lo stesso tipo di attenzione che Marcel Proust dedica alla vita mondana e Carlo Emilio Gadda al lessico.

In un certo senso, è come se la letteratura non piacesse davvero a nessuno, o solo a un gruppetto di ossessivi circondato da masse che se ne servono come fosse spremuta d’arancia, in modo sano, morigerato, funzionale. Altrove, decine di scoppiati aprono canali video per criticare le qualità di una scatolina intonarumori. Sotto la frequenza dominante degli ascoltatori convenzionali di musica, intrasentiamo uno scantinato di dervisci dell’attenzione

Altrove, c’è un uomo giovane con i capelli bianchi che si occupa di caffè. Trasmette da una cucina dove prova ogni sorta di macchina da caffè. Da lui ho imparato che esistono bilancine che contengono un cronometro per sperimentare tempi di infusione o percolazione del caffè filtrato e proporzioni di caffè e acqua (senza trascurare la questione del macinacaffè).

Altrove, c’è un capellone egomaniaco molto bravo a spiegare come si cucinano le cose difficili, che siano barrette di cioccolata versione di lusso o il ramen di maiale. Il tonkotsu ramen richiede un brodo di ossa di dodici ore, l’ho provato durante il lockdown e sono rimasto affascinato dalla capacità di questo ragazzo di spiegare che reazioni avrebbe avuto il brodo nel corso delle ore, e come, di conseguenza, prendersene cura.

C’è poi un ubriacone che trasmette da uno studio-bar dove una volta (“This Episode Tried to Kill Me”) ha cercato di capire quale fosse la migliore combinazione di vermouth rosso e whisky di segale per preparare il Manhattan cocktail. Ha disposto a griglia una serie di bicchieri con tutte le combinazioni possibili con i vermouth e i whisky, incrociando, diciamo, righe di vermouth e colonne di whisky. Ha commentato tutte le combinazioni, mi ha aiutato a cambiare marca di rye e mi ha aperto gli occhi sul rapporto che c’è tra marketing delle bottiglie ed effettivo odore e sapore degli spiriti.

È lo stesso effetto che mi fanno scrittori e critici quando analizzano con calma le pagine dei libri. Com’è fatta questa frase? Perché usa sempre questo trucco? Da dove vengono questi modi di dire? Dove aumenta l’uso degli aggettivi e a quale scopo espressivo? Questo livello di assorbimento posso raggiungerlo solamente in due luoghi senza che nessuno si senta di segnalare con imbarazzo l’eccesso di zelo: sfogliando libri insieme ai colleghi; nei corsi di scrittura creativa. Sono davvero i soli due momenti in cui si può amare la letteratura senza chiedere scusa.

La mia vita nell’ultimo anno è stata divisa tra il mondo letterario e l’arcipelago di creatori di contenuti, questi esseri disintermediati che hanno un nome orribile ma anche se vuoi divino.
Col passare dei mesi mi sono ritrovato a domandarmi come mai nel primo mondo, quello cui ho avuto accesso grazie a un’adolescenza fatta di assorbimento assoluto, dedizione e analisi, queste qualità siano viste tanto male mentre nel secondo, l’arcipelago, siano richieste anzi date per scontate.

Cosa è successo alla letteratura che l’ha fatta diventare qualcosa di indegno della nostra concentrazione? Forse la prendiamo troppo seriamente per poter prenderla seriamente?

Questo articolo di Francesco Pacifico è stato pubblicato sul nuovo numero di Linkiesta Magazine, in edicola a Milano e a Roma e nelle migliori librerie indipendenti d’Italia.
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