Caos SalmoObama e un rapper sardo pari sono, ci fanno entrambi assembrare in una polemica inutile

Non era ancora scemato lo sconcerto per la festa dell’ex presidente che da noi lo scandale du jour era già un concerto di Olbia e una frase fessa del cantante: «Non definitevi artisti se poi non avete le palle di infrangere le regole»

Photo by BRUNO EMMANUELLE on Unsplash

Nel weekend di Ferragosto, mentre voi mangiavate il pollo coi peperoni e io guardavo “Il sorpasso”, il Twitter dei saperlalunghisti si è diviso: di là gli americani, che «ma perché, c’è ancora qualcuno che legge Maureen Dowd?»; di qua gli italiani, che «ma chi cazzo è Salmo?».

In mezzo, alcuni credenti (italiani), lieti che i versetti dei salmi che abitualmente postano fossero finalmente in tendenza, twittavano garruli di Cristo falegname e redentore che aveva anche lui il suo giorno di gloria in quanto trendintò.

Lo scandalo per il sessantesimo compleanno di Obama – la festa che non doveva essere perché non vanno bene gli assembramenti in pandemia, e poi è stata comunque ma con meno invitati del previsto ma comunque non pochi – ancora doveva scemare (avrà creato un focolaio? Lo scopriremo la settimana prossima), e già da noi lo scandale du jour era il concerto a Olbia di Salmo. Gratuito e prevedibilmente assembrato.

Tanto per fare la mia cosa preferita, cioè divagare, occupiamoci, prima che dello scandalo, di tre delle di esso diramazioni.

La prima: spero che, archiviata questa pandemia, “assembramento” scompaia dal nostro lessico velocemente, anche se non con l’urgenza di “in presenza”. “In presenza” non voglio mai più sentirlo, “in presenza” se me lo dite vi prendo a coppini. Ma pure “assembramenti”: non possiamo tornare a dire “ammazza che casino”?

La seconda: vogliamo finirla con questa stronzata del gratuito? Oltretutto schizofrenicamente pretesa dalla generazione che si lamenta la affamino con stage non retribuiti, e poi – già avendo telefonia praticamente gratuita, film praticamente gratuiti, eccetera – pretende sia gratuito anche quel poco che ancora si pagava: i concerti.

La terza: ma uno come Salmo, che da programma prepandemico l’anno prossimo dovrebbe riempire uno stadio, se suona gratis in Sardegna in agosto non dovrebbero andarci almeno in trentamila? (Salmo ieri sera ha pubblicato su Instagram delle storie in cui ha quantificato il pubblico in «tre o quattromila»).

Come sempre accade in questo nostro tempo sbandato, lo scandalo non discende da quel che fai (un concerto facendo affollare le persone in piena risalita dei contagi, in una regione che sta per tornare ad avere restrizioni: che Salmo non potesse non sapere che l’avrebbero criticato, ma gli piacesse troppo l’idea di stare al centro dell’attenzione, non è solo una mia idea; dai suoi video di ieri: «Sapevo benissimo di andare incontro a una marea di merda, ma non me ne frega un cazzo»), ma da quel che dici: il linciaggio di Salmo è partito su quel post del giorno dopo in cui scriveva «non definitevi artisti se poi non avete le palle di infrangere le regole».

Una frase così fessa che avrebbe potuto dirla uno dei poster della mia adolescenza: se l’avessi trovata in una biografia di Jim Morrison l’avrei cerchiata con l’uniposca. Ma le regole infrante quali sarebbero? Ha montato un palco senza chiedere permessi? Va bene che sei rapper, un mestiere che ha più a che fare con la maleducazione che con qualunque altro tratto semiotico, ma insomma vediamo di non mitomaneggiare troppo.

Tuttavia quel che gli studiosi definirebbero «il vitalismo burino» di Salmo ha i suoi vantaggi: come tutte le frasi fesse, l’arte che infrange le regole si presta a essere quel che nel Novecento si chiamava «tormentone» e ora si chiama «meme». Ho visto cominciare Cristina Fogazzi, L’estetista cinica, che su Instagram ha detto di non essersi struccata prima di andare a dormire e sentirsi perciò artista, e mi aspetto si diffonda in ogni possibile variante, delta e mica delta; io – per dire – stavo traslocando e mi avevano incartato le forchette e ho mangiato gli agnolotti con le mani: mi sento artistissima.

Il punto, temo, è chi sia il capro espiatorio. A fine estate, l’abbiamo già visto l’anno scorso, i contagi risalgono: la prossima chiusura della Sardegna sarà colpa di Salmo? O invece il capro espiatorio è la pandemia, e i De Gregori e i Salmo e gli accusatori del sistema possono nascondere dietro ai protocolli da virus il fatto che ai loro concerti sarebbero comunque andati in pochi?

Intanto Maureen Dowd ha paragonato Obama a quell’arricchito di Gatsby, così teso a dare l’impressione di fighezza da cassare i vecchi amici dalla lista degli invitati per far spazio a Beyoncé. La sinistra di Twitter ha sbuffato con la voluttà con cui sbuffa (qui) su Salmo: vantarsi di non leggere, non ascoltare, non conoscere è una forma di critica culturale che questo nostro tempo sbandato ma soprattutto pigro ha deciso di considerare accettabile.

Come se l’urgenza di dire che tu il tal rapper o la tal editorialista non te li caghi non fosse scema quanto quella di dire che l’arte infrange le regole (un sonetto sono quattordici versi, se ne ha quindici o tredici non è un sonetto, e quindi Shakespeare li ha fatti sempre di quattordici; dice Salmo che «se non avete capito quella frase è semplice: è perché non siete artisti», e quindi spiacenti, William: per la certificazione verde d’artista riprova a settembre).

Erykah Badu – invitata ai sessant’anni di Obama immagino in quota nera e in quota coolness – si è pubblicamente scusata con gli squisiti padroni di casa per aver osato instagrammare qualche secondo di video dalla festa. C’era Obama che ballava. Senza mascherina, hanno prontamente fatto notare i detrattori, mentre i giornali locali scrivevano che sì, c’era una risalita dei contagi in zona, ma il focolaio non era alla festa.

Erano senza mascherina anche in Sardegna, d’altra parte erano all’aperto. Non erano distanziati? All’happy hour lo sono?

Qualche settimana fa a Bologna una cassiera di supermercato m’ha spiegato che non possono vendere alcolici dopo le diciotto per ordinanza comunale: sennò in pandemia si creano assembramenti. Capisco il concetto quando tutti i locali erano chiusi, ma quando (da mesi) tutti sono aperti, non sarà più plausibile m’assembri al bancone dell’aperitivo al bar, che con la birra calda sotto il portico del supermercato? Ho l’impressione che le regole della pandemia somiglino a quei genitori istericamente autoritari non essendo capaci d’essere autorevoli: si fa così perché sì.

E quindi: se Salmo avesse fatto un concerto da cinquecento persone si sarebbe risparmiato la polemica? E se poi si contagiavano comunque in trecento? Il green pass che serve nei ristoranti ma non negli alberghi che senso ha? La birra calda è più contagiosa di quella fredda? E alla festa di Obama avranno fatto i tamponi? Non sarà che nessuno sa che regole dare perché è un inedito, la pandemia, e si naviga a vista? E non sarà che, se questo dato s’incrocia con la nostra smania di trovare una nuova polemica cui partecipare ogni giorno, il risultato è il mio sabato mattina, trascorso a ricevere telefonate di gente che preoccupatissima chiedeva: ma mica su ’sta cosa di Salmo ci toccherà dar ragione al marito della Ferragni?