I portatori di green pass altruiLa generazione triste che mente sul vaccino per tenersi in forma

Sembra un soggetto di Verdone, però ambientato a Milano, la scena del proprietario della palestra che vede scritto «Ugo» invece di «Asdrubale» e, invece di mandare il tapino a stendere, chiama la polizia. Figuriamoci se può essere una storia falsa o più falsa delle mie tante identità false

Sven Mieke, Unsplash

Non ho nessuna intenzione di dirvi come mi chiamo. Non: come mi chiamo qui, e sui documenti, e sul certificato verde – quello è facile. 

Come mi chiamo nella vita vera. Quella in cui ordino la cena a domicilio, prenoto una manicure, insomma, faccio le cose importanti. 

La prima volta che ho avuto un nome falso le vacche erano grasse e i giornali smaniavano così tanto per coprirmi di soldi che non potevo firmare tutto quel che scrivevo: in edicola sarebbero arrivate riviste monografiche, Guia Settimanale. Quindi si decise che avrei comunque scritto da sola decine di pagine, ma sotto diverse identità. Riconoscibili anche dalla più rincoglionita delle lettrici, ma ora non cavilliamo. 

Avevo un nome alternativo (quello della madre d’un ex amore) per la rivista Tizia, uno (quello d’una babysitter di vent’anni prima) per la rivista Caia, uno (quello, virato al femminile, d’un altro ex) per la rivista Sempronia. Nell’editoria italiana c’era posto per tutte le mie personalità. 

Poi mi ci sono affezionata, e oltretutto lo pseudonimo è perfetto per la mia mitomania: se ordino la cena chiamandomi Maria Concetta Cozzolino, posso sentirmi Julia Roberts in Notting Hill, quel film in cui era così tanto la diva più famosa del mondo che in albergo prenotava sotto il nome di Pocahontas. 

Ci sono posti dove vado da anni che mi conoscono con un altro nome. Oltretutto, chiamandosi Guia, l’espediente è risolutivo per le ripetizioni oziose. Come? Gioia? Gaia? Giulia? Sì, ho detto Maria. 

Andava tuto bene, fino a ieri. Poi i giornali si sono messi a raccontare d’un porocristo col nome d’un altro. Era una notizia perché, a nome dell’altro, il porocristo aveva presentato il certificato verde. E mica per andare a mignotte: per andare in palestra. Che generazione triste, mente pur di tenersi in forma. 

Mentre i giornali davano fondo alla loro vocazione di lessicalmente sciatti, ed era subito «furbetto», io pensavo a quando, da adolescente, andavo nel negozio di vestiti preferito col libretto d’assegni della mamma: se proprio dovevo falsificare la firma dei genitori o chi ne fa le veci, era un posto più sensato in cui farlo che il libretto delle assenze scolastiche (oggi, come minimo finirei in prima pagina come «baby gang»). 

Mentre il porocristo faceva vedere il suo bravo codice all’addetto ai controlli, che però sapeva come si chiamasse il porocristo, e il nome che gli veniva fuori leggendo il codice era un altro, e quindi correva a chiamare i gendarmi con i pennacchi; mentre il porocristo truffava su una cosa intrinsecamente triste quale l’ingresso in palestra, io ero nella spa d’un albergo. Per fortuna non sapevo ancora niente di quella storia, sennò mi sarei terrorizzata: normalmente, nelle spa io prenoto col nome dell’ex suocera o dell’ex babysitter. 

Ma una qualche divinità (la più divina di tutte: l’inconscio) doveva avermi protetto, e per stanchezza o per distrazione quell’appuntamento l’avevo preso a nome della vera me stessa, tipo Pocahontas che telefona al Four Seasons e dice «sono Julia Roberts, avete una singola con bagno?». L’estetista che aveva il compito di rendermi presentabile, una volta lì, mi ha chiesto senza grande enfasi «non è che per caso lei ha il certificato del tampone o della vaccinazione?», e se tra noi non ci fossero state due mascherine l’avrei limonata per l’entusiasmo di non sentirle dire «green pass», che mi sembra sempre un nome da integratore vitaminico. 

Le ho mostrato la schermata del telefono, e lei ci ha passato un attrezzo che fino a ieri pensavo fosse un bluff. Pensavo fingessero di controllarceli, come nel negozio di vestiti da piccola quando mi dicevano «non dovrò mica chiederti un documento» mentre falsificavo assegni in cambio di cashmere e tulle. 

Ma non era un bluff, vede davvero i nomi, per quello il porocristo è finito nei guai. Se ci fosse finito per uno spritz, avremmo tutti avuto gli editoriali pronti, guardali, i giovani sfaccendati, hanno solo il dovere d’invecchiare ma intanto pensano tutto il tempo all’happy hour, venderebbero un rene della madre, l’imene della sorella, per te farei pazzie, darei anche l’anima, ma è tutto inutile, tu vuoi il qr code. 

Che poi, io sono per vocazione una che sta dalla parte delle guardie e non dei ladri, non ho mai capito la morale di «snitches got stitches», le spie si fanno male (o, nella versione locale, non sono figlie di Maria), ma mi sembra totalmente inverosimile la scena del proprietario della palestra che vede scritto «Ugo» invece di «Asdrubale» e, invece di mandare il tapino a stendere, chiama la polizia. Sembra un soggetto di Verdone, però ambientato a Milano. Ma certo non può essere una storia falsa, sappiamo che i giornali le storie simboliche le verificano sempre. 

Vorrei anche sapere, in questa nuova morale, come ci poniamo rispetto all’imprestatore di certificato verde: è correo? O deve prestartelo per forza, per non sembrare quello che non passava il compito a scuola (e che aveva vita persino più difficile della spia non figlia di Maria)? 

Ma, soprattutto, vorrei sapere come mai, se il lettore ottico svela le tue generalità, se nel certificato verde c’è scritto bello chiaro come ti chiami, vorrei sapere perché l’estetista, esattamente come accadeva quando i nomi li dicevamo a voce e magari la linea era disturbata, mi ha chiamata per tutto il tempo «Giulia». 

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