Una confessioneGuia Soncini si è rotta i coglioni dell’Internet e di noi

Restiamo sui social come restiamo nei matrimoni, vorremmo andarcene ma non ne abbiamo il coraggio

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Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, io confesso che il sentimento crescente negli ultimi quattordici anni è quello della rottura di coglioni. 

Mi sono rotta i coglioni della vita che imita i social e induce gli sconosciuti che t’incontrano in luoghi dove prima t’avrebbero dato del lei – i bar, i negozi, gli ospedali – a darti del tu come se fossi un nomignolo social, a darti del tu come prima avrebbero fatto solo con Maria De Filippi o con Lino Banfi e come oggi farebbero con Paperina76. 

Mi sono rotta i coglioni dell’allargamento della platea che una volta era larga abbastanza da imporre Carmelo Bene al pubblico del Maurizio Costanzo Show, e adesso si teme così tanto che si restringa da non osare usare parola più complessa di «cane» o di «pane», e se fai un riferimento non dico al Soccombente o a Massa e potere, ma anche solo al Sorpasso o alla Ragazza con la pistola, vieni accusata di voler fare scena con le tue citazioni colte. 

Mi sono rotta i coglioni dell’idea che chi vive di pubblico debba coltivarselo, compiacerlo, blandirlo, e mai mai mai dirgli che se mi fai arrivare una notifica social per dirmi una cosa sciatta, noiosa, ignorante, ridondante, compiaciuta, se mi fai arrivare una notifica senza porti il problema se a me quella notifica interessi, se smani per fare conversazione ma non per rendere la tua conversazione avvincente, sei come quei parenti che salviamo nella rubrica del cellulare col nome e il cognome di «Non Rispondere» (ma almeno quelli sono parenti, almeno da quelli un giorno magari erediti). 

Mi sono rotta i coglioni di quelli per i quali dovrei in più morfologicamente corretta maniera dire che mi sono rotta le ovaie. 

Mi sono rotta i coglioni di quattordici anni di Twitter in cui sono riuscita a farmi bloccare da Augusto Minzolini e da Alessandro Gassmann (senz’avere idea del perché), e da Roxane Gay e da Salman Rushdie (sapendo esattamente perché), e ho di mio bloccato una pletora di persone di nessuna delle quali mi ricordo il nome o la ragione del blocco, ma molte delle quali scrivono a chiunque m’intervisti o mi recensisca o mi ospiti a promuovere il prosciutto in vendita questa stagione chiedendo come possa questa Soncini parlare di suscettibilità altrui quando mi ha bloccato perché temeva la mia ficcante dialettica. 

Mi sono rotta i coglioni delle zanzare convinte che le schiacci perché non ti consideri alla loro altezza. 

Mi sono rotta i coglioni di Twitter che ti annuncia garrulo che sono quattordici anni che perdi tempo lìssù, invece di vergognarsene in silenzio per proprio e per tuo conto. 

Mi sono rotta i coglioni di tredici anni di Facebook che neanche mi ricorda più i compleanni, che era l’unico miglioramento da esso apportato alla qualità della mia vita. 

Mi sono rotta i coglioni di undici anni di Instagram senza che abbia mai imparato a fare le foto. 

Mi sono rotta i coglioni di tutti quelli che su Instagram pubblicano le loro facce perché gli esperti dicono che una foto del tuo inutile faccione prenderà sempre più cuoricini che una foto di qualsivoglia altra cosa, ma quante volte posso vedere la tua faccia senza che mi venga a noia, mi hai preso per monogama? 

Mi sono rotta i coglioni dell’abbassamento del livello per cui per un cuoricino basta la tua faccia, e per avere una risposta basta un commento banale, e per il diciotto politico basta balbettare due stronzate, ed è così che ci siamo ridotti a trovare brillante e almeno non fuori tema chi se pubblichi una foto di piazza del Campo commenta: «Siena?». 

Mi sono rotta i coglioni di quelli che s’offendono perché hai osato leggere ciò che hanno discretamente scritto di te in pubblico, e la loro arma dialettica è dirti che sei una poveretta perché cerchi il tuo nome per leggere cos’è stato scritto di te, cosa che loro non fanno mai altrimenti sai che bizzeffe di risultati troverebbero a nome Paperina76. 

Mi sono rotta i coglioni di quelli che s’offendono perché fanno parte d’una categoria cui hai dato dell’analfabeta in generale, e nel notificarti l’infondatezza in particolare della tua valutazione fanno tre errori d’italiano in due righe. 

Mi sono rotta i coglioni di quelli che se non apprezzano una battuta se ne sentono offesi e la segnalano al padrone della piattaforma su cui viene fatta, e si sentono molto soddisfatti quand’essa viene rimossa, mi sono rotta i coglioni di occidentali che hanno paura d’una battuta e si sentono però assai diversi dai talebani che sgozzano un comico, come la differenza non stesse solo nel non avere il ruolo e il potere di sgozzare impuniti chi li offende, mi sono rotta i coglioni del loro autocertificarsi di sinistra ma soprattutto mi sono rotta i coglioni del fatto che la sinistra non li prenda a coppini e non dica che il sostegno degli intolleranti non lo vuole, neanche se mascherano la loro intolleranza da fragilità. 

Mi sono rotta i coglioni d’uno strumento che ha avuto il merito di rendere superflui gli uffici stampa ma il demerito di far sentire a ogni calciatore, cantante, valletta il dovere di dirci senza filtri la sua sull’emergenza climatica e sull’evacuazione di Kabul, sui diritti civili e sul razzismo, sul costo del lavoro e su quello di lettini e ombrelloni. 

Mi sono rotta i coglioni di quelli che diranno che il mio sessismo traspare dall’aver scelto per il maschile un mestiere lusinghiero quale «calciatore» e per il femminile uno sminuente quale «valletta», senza rendersi conto che sono due mestieri coi quali puoi arricchirti restando analfabeta e santiddio beato chi ci riesce di qualunque dei tremila possibili generi sessuali sia. 

Mi sono rotta i coglioni di Twitter che ti chiede se sei sicura di voler condividere quest’articolo che non hai letto (ma hai scritto), ma mai se sei sicura di voler scrivere questo penzierino, che è invero imbarazzante nella sua pochezza ma mica vorremo dirti di studiare e poi ripresentarti, mica vorremo impedirti di dare risonanza alla tua mediocrità, di essere te stessa testessamente, e mai, mai, mai una versione un po’ migliore di te. 

Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, mi chiedo perché David Remnick dica che non ha bisogno dei social perché ha il New Yorker per esprimersi, e noialtri pur avendo il privilegio di riempire libri e giornali stiamo invece sempre lì a dire la nostra a gente che non ha scelto di leggerla e non è in grado di capirla; perché Zadie Smith dica che i romanzi sono costruzioni che hanno il dovere di avvincerti, per esprimerti ci sono amici e parenti, e noialtri pur equipaggiati di amici e parenti facciamo questa puttanata di esprimerci presso platee di sconosciuti, imbecilli quanto i nostri parenti ma con l’aggravante di non averci indicati nei loro testamenti. 

Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, ho l’impressione che i social siano diventati quei matrimoni in cui giuri che lo lascerai dopo Natale, dopo l’estate, dopo che i bambini avranno finito questo ciclo scolastico, poi non lo lasci mai e l’amante pensa che tu abbia sempre mentito e in realtà quel marito lo ami, e tu non sai come spiegare che è invece inerzia, pigrizia, tirchieria (con quel che costano i divorzisti), ma che non menti quando dici che ti sei rotta i coglioni, quando lo diciamo tutti, quando poi restiamo tutti lì, in una specie di sindrome di Stoccolma collettiva. 

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