Il populismo delle élite L’appello dei professori contro il green pass è un capolavoro di ipocrisia e una tragedia civile

È tragico che tanti storici, filosofi, sindacalisti, in un momento simile, non si domandino cosa possono fare per il loro paese, o più semplicemente per il loro prossimo, ma a quale pretesto possono attaccarsi per scaricare la colpa di tutto sui politici

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Dopo gli aggressivi deliri dei no vax, le spregiudicate campagne della destra, le disinformate fumisterie dei filosofi e la vile condiscendenza dei sindacati, ci mancava solo l’appello dei professori universitari contro il green pass.

È semplicemente sconcertante la prova di irresponsabilità e ipocrisia che sta dando in questi mesi una parte crescente delle nostre élite, e in particolare del mondo progressista, degli intellettuali, del sindacato. Cioè coloro che prima di tutti – dinanzi a una pandemia che continua a fare migliaia di morti, e ne ha già fatti 130 mila soltanto in Italia – avrebbero dovuto avvertire la necessità di dare l’esempio, o perlomeno di dare una mano. Macché. 

Mai come in questi giorni si avverte la mancanza, a sinistra, di una figura come quella di Giorgio Amendola, capace in anni bui di richiamare ciascuno alle proprie responsabilità, con l’autorevolezza che gli veniva dalla sua storia e con la veemenza del caso. 

Dinanzi all’ennesimo manifesto che straparla di «discriminazioni» a proposito del green pass, questa volta firmato da fior di professori universitari, appare evidente che la situazione sta sfuggendo di mano. E cosa dire delle incredibili argomentazioni scelte dal più noto tra i firmatari dell’appello, lo storico Alessandro Barbero? Argomentazioni esposte peraltro giusto dal palco di un’iniziativa della Cgil, accanto a Maurizio Landini. 

Ancora una volta torna il più ipocrita dei sofismi. «Non si ha il coraggio di dire le cose come stanno», si adonta infatti Barbero. Ma seguite il suo ragionamento. «Un conto è dire: signori, abbiamo deciso che il vaccino è obbligatorio, perché è necessario e di conseguenza adesso introduciamo l’obbligo, appunto. Io non avrei niente da dire, su questo. E un conto è dire che non c’è nessun obbligo, assolutamente, per carità, semplicemente non puoi più vivere, non puoi più prendere i treni, non puoi più andare all’università…». 

Non è un discorso nuovo. È esattamente il discorso fatto più volte da Landini (presumo anche in quell’occasione, visto che incidentalmente Barbero si dice d’accordo con lui). Ed è un capolavoro di ipocrisia, tanto più ipocrita nel momento in cui vorrebbe denunciare l’ipocrisia altrui. «Io credo che Dante il girone degli ipocriti avrebbe trovato il modo di riempirlo fino a farlo traboccare scegliendo tra i nostri politici di oggi», dice infatti lo storico, che ha giusto un volume su Dante in libreria.

Ma cosa c’è di più ipocrita del dirsi favorevoli all’obbligo, ma solo se formalizzato attraverso una legge, e invece contrari se attuato «surrettiziamente», senza il coraggio di chiamarlo col suo nome? 

Il governo ha già spiegato di essere orientato a imporre l’obbligatorietà per legge, ma sappiamo tutti che ci sono varie difficoltà, in parte legate alla questione delle autorizzazioni, in parte alla contrarietà di una parte della maggioranza, e specialmente della Lega. Posizione che ovviamente è enormemente rafforzata da simili uscite da parte di sindacalisti, professori universitari e intellettuali di sinistra. Ma per quanto un simile gioco delle tre carte possa far venire i nervi, non è nemmeno questo, a mio parere, il punto fondamentale.

Qualunque cosa pensiate dei vaccini, fermatevi un attimo a riflettere sulla semplice logica interna dell’argomentazione di Barbero. Perché è lo stesso Barbero a dirsi favorevole all’obbligatorietà, dunque lui per primo è convinto che se tutti facessero il vaccino si salverebbero moltissime vite, ed è proprio questo che rende la sua posizione ingiustificabile. Se infatti dicesse di considerare il vaccino inutile o pericoloso, la sua posizione sarebbe a mio parere sbagliata, ma l’argomentazione sarebbe perfettamente consequenziale. Qui invece Barbero ci sta dicendo che lui per primo è convinto che con l’obbligatorietà dei vaccini si salverebbero moltissime vite, ma che, se questo risultato può essere raggiunto senza dirlo esplicitamente, senza chiamarlo col suo nome, allora no, allora non vale la pena, e pazienza per tutti quelli che avremmo potuto salvare: la forma prima di tutto. Vi pare razionale? Vi pare credibile? Vi pare un ragionamento che possa essere fatto in buona fede?

Escludo che Barbero, Landini o chiunque altro dei tanti che hanno fatto questo discorso siano davvero così disumani da essere pronti a sacrificare foss’anche una sola vita umana per una questione di forma, perché la soluzione capace di salvarla non verrebbe chiamata col suo nome. Devo quindi necessariamente pensare che si tratti di un pretesto.

Leggo sul Corriere della sera che, a giudizio di chi lo ha promosso, l’appello dei professori contro il green pass «intende ribadire il ruolo inclusivo dell’università, sottolineare quanto il green pass rappresenti uno strumento discriminatorio, dai complessi contorni applicativi, e un pericoloso precedente di penalizzazione per studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo». L’auspicio, concludono, è che tanti altri colleghi continuino a sottoscrivere l’appello «per garantire il più ampio dibattito nell’accademia e per dire no a ogni tipo di discriminazione».

Nulla è più dannoso di un simile «dibattito», in cui persino a sinistra si usano gli stessi argomenti del populismo no vax, e si infligge a parole come «discriminazione» il trattamento con cui sono soliti distorcerle a destra, ad esempio quando parlano di «razzismo contro gli italiani». Quello che tanti filosofi e giornalisti sembrano non capire è la reale portata di un tal genere di «dibattito». 

Se sto in un teatro pieno di gente e grido «al fuoco!», causando la morte di un sacco di gente, non posso appellarmi alla libertà di espressione o al fatto che i presenti erano liberi di contestare la mia affermazione, sottoponendola a un rigoroso esame critico da cui avremmo potuto uscire tutti più consapevoli e maturi. Non sono un piccolo Socrate intento a dare lezioni di filosofia col suo metodo maieutico. Sono – nella migliore delle ipotesi – un irresponsabile incapace di comprendere le conseguenze delle sue azioni. Perché alimentare pregiudizi contro i pochi strumenti che abbiamo per fermare il contagio, nel pieno di una pandemia, non è un modo come un altro di chiacchierare, è agire.

È incredibile, è sconcertante, è tragico che persino dinanzi a una pandemia che continua a fare migliaia di morti tanta parte delle nostre classi dirigenti si comporti in questo modo. Che tanti storici, filosofi, sindacalisti, in un momento simile, non si domandino cosa possono fare per il loro paese, o più semplicemente per il loro prossimo, ma a quale pretesto possono attaccarsi per scaricare la colpa di tutto sul governo, sui politici, sugli altri. Magari anche solo per prendersi un applauso in più dalla platea che si trovano davanti in quel momento. 

 

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