Parassiti e pandemieIl bostrico è il flagello che assedia le montagne

A causa dell’indebolimento dei boschi colpiti dalla tempesta Vaia e dei cambiamenti climatici, sulle Dolomiti sta proliferando un piccolo coleottero che si nutre del legno tenero dell’abete rosso e compromette gli ecosistemi di queste aree

Pixabay

Io il bostrico me lo ricordo per mio padre il quale, facendo rimboschimenti di abeti rossi, ne parlava come di un terribile flagello, devastante come le sette piaghe d’Egitto, in particolar modo quella delle cavallette che oscurarono il cielo e che mio padre mimava socchiudendo gli occhi per ripararsi dal sole, oltre che dalle cavallette, nonostante fossero trascorsi circa tre millenni.

E non poteva essere diversamente perché, quando il tuo mestiere è quello di piantare virgulti sulla terra ordinandoli sui clivi torrentizi per ridurre i franamenti, allineandoli sulle pale abbandonate per contenere le valanghe, uno il bostrico lo vede come il nemico del suo faticare, anzi, il suo esatto contrario, molto più di un insulto, come un inammissibile dispetto esistenziale.

Il bostrico, topografando la corteccia degli alberi con il vezzo dell’artista al limite del sublime, ivi facendosi la camera nuziale ampia per accogliere fino a quattro femmine, questo spudorato di bostrico, femmine che poi anche loro scavano la corteccia per deporre le loro uova, che poi diventano larve, poi pupe ingorde di linfa e così la corteccia si rinsecchisce, e anche i rami, e anche la chioma, poi l’intero abete rosso che da conifera sempreverde diventa gialla, poi triste, infine smorta soprattutto sulle bordure dei boschi, nei confinamenti dei ruscelli, sugli scavalli dei pendii dove le piante sono più fragili perché sono state sventate per terra da Vaia o perché sono cresciute sui sassi e la linfa sui sassi è scarsa, devi andare a cercartela con le radici che si intrufolano negli interstizi dei graniti e nei sotterfugi dei calcari.

Dunque, sono abeti che non hanno fronde ampie, umbratili, potenti, ma abeti che se la sfangano ogni giorno la loro vita da abeti più tristi che rossi, e certo che di questi tempi, sulle Dolomiti, non ci voleva il bostrico che settimana dopo settimana si dipinge di triste le montagne, al punto che ti viene da pensare – io l’ho pensato – che tutti abbiamo la nostra epidemia in questo 2021. Che sarebbe ora che se ne andasse via, con il suo covid e con il suo bostrico, che noi e gli alberi ci lasciasse vivere in pace sulle nostre montagne dove siamo abituati a vivere e morire di armi, di guerre e di malattie, a volte per qualche infortunio, ma mai di epidemia.

Che alle epidemie noi non ci siamo mai abituati né ci abitueremo mai, che si chiamino covid o bostrico o spagnola o processionaria non ci interessa.

Anzi, le combatteremo a tutti i costi, queste maledette nostre epidemie, perché non sono fatte di morti vere ma sono il furto aggravato con la fraudolenza di migliaia di vite buttate via per niente, senza un senso compiuto, senza uno scopo valido, senza un costrutto amico che abbia una spiegazione in termini di alberi o di uomini.

Migliaia di vite che erano state messe a dimora sulle montagne una dopo un’altra, delicatamente, con riguardo, come quando si mettono a dimora i fiori più belli, come i ricordi, come le carezze. Insomma, che ci lasci in pace questo immondo 2021 che dovrà pur finire, prima o poi, e a noi piace pensare che, bostrico e covid, essendo quasi la stessa cosa, il 2021 finirà quando torneremo a piantare virgulti di abete rosso, e di umani, come faceva quella buonanima di mio padre, a Mondevàl, in Val Fiorentina, sulle Dolomiti, dove sta per arrivare il bostrico, virgulti che a scrutarli da lontano, dal Rifugio Città di Fiume, quando il tramonto allungava le ombre degli alberi grandi e slabbrava quelle dei virgulti, parevano la coltivazione agricola di un bel sol dell’avvenire. Perché i virgulti sono come le speranze di una volta: intanto li pianti, che male non fa mettere un albero a sua dimora, poi li rinzaffi con la terra e ogni tanto, di solito la domenica quando hai niente da fare, vai a vederteli e sono di un verde intenso, belli come le speranze.

Ne osservi la dirittura certa, ne scruti le gemme prime, ne misuri la ramatura novella perché da sempre gli alberi sono come le speranze e le speranze come gli alberi, e al bostrico come al covid, noi, dopo aver contato i morti di alberi e di umani, dopo aver piantato a loro rimembranza un bosco dove ogni albero sarà battezzato con il nome di un morto di covid, gliela faremo vedere la vita, eccome se gliela faremo vedere, e anche gliela faremo pagare cara questa nostra rabbia che non sappiamo più dove metterla.

Perché noi, quassù, in montagna, deve essere chiaro che non si smette mai di piantarli, gli alberi, gli uomini e le montagne.

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