Perché erigere muri non bastaQuel riflesso di chiusura e i rischi per il progetto europeo

È significativo che l’Ue, di fronte alla situazione afghana, si preoccupi più delle ondate di rifugiati che della crisi umanitaria. Eppure è solo nell’apertura che l’Europa ritroverebbe la sua coesione, anche e soprattutto in un momento storico come questo

LaPresse

A bocce ferme si può dire che la reazione dei leader europei al dramma afghano incarna un cambiamento di paradigma sempre più evidente al cuore dell’Ue. Il loro precipitarsi a discutere provvedimenti straordinari per bloccare una ipotetica ondata di rifugiati, piuttosto che accordare priorità alla crisi umanitaria, possiede una forte valenza simbolica. 

L’identità del progetto comunitario, per oltre sessant’anni, è stata declinata in chiave di apertura, espansione, allargamento: di poteri, mercati, confini, relazioni commerciali con paesi terzi. Il cammino dell’integrazione europea, sia pur con lunghe battute d’arresto, è stato animato costantemente da questo afflato. Anche se oggetto di interpretazioni diverse a seconda delle varie sensibilità nazionali. 

Negli ultimi anni, tuttavia, quest’idea di Europa ha cominciato a subire una torsione imboccando una direzione antitetica. Il mutato rapporto dei decisori europei con il concetto di frontiere, sia esterne che interne, ne è il perfetto esempio. Da almeno un decennio i valori di Schengen avevano cominciato a scricchiolare, con sempre più frequenti invocazioni della clausola sospensiva per motivi perfino banali come una partita di calcio. Nell’era del Covid la libera circolazione attraverso i confini comunitari non è più un dato scontato. I controlli ai confini sono tornati ad essere la normalità, essendo in alcuni casi in vigore sin dalla crisi dei rifugiati del 2015, al punto che appare ormai chimerico immaginare un ripristino dello status quo ante. 

La crescente ossessione dell’Europa per la difesa delle frontiere esterne è ancora più sintomatica come dimostrano tra l’altro i fatti delle ultime settimane. In nome dell’Europa si sono abbattuti muri. Oggi invece li si erige. Due casi recentissimi: quelli in costruzione al confine tra Lituania e Bielorussia e Grecia e Turchia. E non parliamo di come da tempo sia stata messa una pietra tombale sul processo di allargamento. 

È proprio questo riflesso di chiusura che rischia di diventare oggi, nel bene o nel male, la nuova cifra della costruzione europea, l’orizzonte di senso in cui si assumono le principali decisioni. Si tratta di un’impostazione che segna una cesura rispetto a quella su cui è stato costruito l’edificio comunitario. Non è limitata alla sola questione migratoria. Ma è visibile in molte politiche. Si rispecchia ad esempio appieno nelle dottrine di autonomia strategica e sovranità tecnologica europee, la cui influenza è sempre più percepibile nelle misure legislative presentate a Bruxelles: come dimostrano il digital markets act o lo scudo contro le acquisizioni ostili straniere, tanto per citare due proposte legislative in discussione a Bruxelles. 

La ratio dietro questi provvedimenti è comprensibile. Non si tratta di un orientamento estemporaneo. È figlio del suo tempo, prodotto di una fase storica che ripudia le illusioni del cosmopolitismo e rivaluta il ruolo degli stati nazione, sconfessa Ulrich Beck e riscopre Kenneth Waltz. È sopratutto la risposta ad un contesto globale economico e geopolitico sempre più liquido, e quindi incerto: con la globalizzazione che continua retrocedere, le catene del valore internazionali soggette a crescenti perturbazioni, il disimpegno americano sullo scacchiere internazionale, l’egemonia della Cina. L’Europa non può che giocare in un’ottica di difesa, talvolta di arroccamento. 

Eppure è necessario che questo nuovo corso sia dosato con parsimonia. Esso è intrinsecamente funzionale a uno stato nazione. Ma l’Unione europea è una fragile costruzione sovranazionale. Un eccessivo ripiegamento alla lunga tende a rafforzare appetiti e interessi nazionali, perché a essi è congeniale, rischiando di azionare un meccanismo pericoloso che conduce alla disarticolazione e frammentazione del progetto europeo. È solo nell’apertura che l’Unione Europea ritrova la sua coesione, il suo essere comunità di destino. Anche in questo momento storico.

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