BibliopatologiaPerché è così difficile buttare via i propri libri

L’arte del riordino di Marie Kondo fallisce sempre lì, perfino il suo magico potere si rivela inefficace. Quando si tratta di scegliere i volumi da tenere e da buttare, entrano in scena pulsioni profonde e agguerrite, poco nobili ma anche molto umane

di Vnwayne Fan, da Unsplash

Nemmeno Marie Kondo può tanto. Convincere le persone a liberarsi dei propri libri sembra essere (è) una delle imprese più complicate nell’ambito del decluttering. I vecchi vestiti, anche se a malincuore, prendono con facilità la via della spazzatura (o del riutilizzo, per i più coscienziosi). Lo stesso vale per mobili, giocattoli, vecchi arnesi tecnologici rimasti in soffitta. Ci si può privare di tutto, ma dei propri libri no. È un’incombenza che tocca, il più delle volte, agli eredi.

La spiegazione, premette questo articolo del Financial Times, è sfaccettata. Tra le scuse più comuni avanzate dagli accumulatori di libri figurano quella dell’utilità (il libro può sempre servire) e/o quella della bellezza (un volume stupendo, irrinunciabile). Sono entrambi criteri che, si fa notare, vengono utilizzati soltanto in questa situazione. Anche i vestiti, se pur non più della taglia giusta, restano comunque belli. E così i vecchi elettrodomestici: sono sempre utili. Eppure per queste categorie non viene riservato nessun trattamento di favore.

Al terzo posto c’è il classico «non si sa mai». Si tengono con sé libri che non si sono ancora letti né sfogliati, ma che in futuro – non si sa mai – saranno proprio la lettura giusta. Al quarto l’idea quasi aristocratica di creare un lascito per gli eredi, un fondo privato di conoscenza e sapienza al quale i giovani della famiglia potranno attingere e imparare. Bello, ma vale solo se si è Monaldo Leopardi o se si tratta di prime edizioni, cinquecentine, manoscritti.

Finite le scuse, resta la verità. Sbarazzarsi dei libri è difficile perché dietro al loro accumulo si cela un intreccio di pulsioni profonde, molte delle quali poco onorevoli. C’è la vanità intellettuale, più subdola perché silenziosa: gli scaffali pieni lanciano un messaggio preciso di chi si è e di cosa si vuole sembrare, come del resto hanno dimostrato mesi di dirette Zoom. Ma c’è anche una componente di feticismo, a un tempo sensoriale e psicologica. La libreria, oltre alla sua funzione base, è anche una sorta di autoritratto-autocelebrazione, virtuosa e inattaccabile, permessa anzi incoraggiata sul piano sociale. Si costruisce, volume dopo volume, una propria identità alternativa e migliore, che però – continua il Financial Times, rischia più di trattenere nel passato voltando le spalle al futuro.

Il punto è proprio questo. Accumulare e tenere libri, soprattutto quando sono troppi, è un modo per truccare le carte e far finta che il tempo sia sospeso. Si differisce la lettura, si rimanda tutto a un più tardi incerto e indefinito, si coltiva l’illusione che la vita duri più a lungo di quanto non sia: ci sarà sempre un momento, ci si convince, in cui si comincerà a sfogliare quel volume su in alto. In poche parole si compra, a suon di riedizioni e collane, un sogno di immortalità.

Anche per questo accumulare libri è pericoloso: fa dimenticare che la vita è limitata, che il tempo è breve e che gran parte delle cose che sogniamo non si avvereranno mai. Serve al contrario prendere misura dei limiti, propri e generali, e adeguarvisi. In questo caso significa scegliere cosa si vuole tenere e cosa in fondo si può lasciare andare. Il risultato sarà una vita più libera, una consapevolezza più profonda (ad esempio che tutto passa, compresa la conoscenza) e una libreria composta solo da libri selezionatissimi e stupendi. Li si potrà anche leggere davvero.

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