Nel luogo del meravigliosoMathias Énard è l’ultimo dei grandi romantici francesi

Sei anni dopo lo splendido “Bussola”, arriva, sempre per l’editore e/o, “Il banchetto annuale della confraternita dei becchini”, un grande libro che colpisce il cuore della Francia profonda, sfida la Ruota del tempo e mostra gli appetiti romanzeschi pantagruelici dello scrittore d’Oltralpe

Francia fiume
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Énard, Europa, romanzo – si respira. Niente Parioli e Suburre, depresse e vaiasse, barbette e coatti. (È come quando in un film del cinema romano – o salentino-romano – entra in scena Valeria Bruni Tedeschi: di colpo si alza il tono, la pronuncia allieta e non molesta: posso vedere il film). È così, non c’è verso.

Romanzo, dicevo: un gran romanzo. Ho letto Mathias Énard al suo primo squillo di tromba, “Zona”, pubblicato da Rizzoli, dieci anni fa: mi sembrava il primo grande romanzo della nuova letteratura francese: l’ho scritto allora e vale ancora.

Il romanzo recita l’epitaffio del Novecento, con la voce di Francis Servain Mirkovič, già mercenario nella guerra jugoslava e poi agente dei servizi segreti francesi, che sta viaggiando in treno da Milano a Roma, in compagnia di una valigetta che contiene copia dei documenti di alcuni orrori – è destinata a un emissario del Vaticano.

Cinquecento pagine senza un punto fermo (tranne alcuni capitoli con storia a sé) a dire l’orrore e la fascinazione per la forza che fanno la storia della “Zona”, la zona d’ombra che va dai Balcani alla Spagna e contiene il Nordafrica e passa per l’Italia e il Sud della Francia. Un nuovo “Viaggio al termine della notte” per chiudere il secolo.

C’era già tutto lo scrittore: la passione per il romanzo e il respiro per scriverlo, il penchant per le trame della storia e l’occhio all’ordito della geografia letteraria europea. Insomma, un romanziere. Uno scrittore capace di far romanzo.

Il banchetto annuale della confraternita dei becchini”, pubblicato ora, sei anni dopo lo splendido “Bussola (entrambi da edizioni e/o), conferma le qualità di romanziere di Mathias Énard e apre un nuovo capitolo della sua opera letteraria.

Il romanzo di quasi cinquecento pagine è articolato in sette parti divise da novelle che titola “Canzone” (un canzoniere lo fanno, in effetti), ogni parte composta da più giorni del diario di David Mazon, trentenne antropologo finito nelle Deux-Sèvres per redigere la sua tesi di dottorato, sul campo.

Mazon è una sorta di Perec minore, un po’ scombiccherato e sano di istinti, un BoBo parigino più per pigrizia che per altro. Scenario è la Francia dei fiumi (qui la Sèvre) e delle marais, luogo del “meraviglioso” (da non confondere col “fantastico”), genere letterario molto francese (un campione del genere è Sylvie Germain: leggere “Tobia delle paludi nell’originale, “Tobie des marais” – per credere).

Le scienze umane, l’acqua e la terra, il meraviglioso. Più una bella lettura di Rabelais, patrono da tenere a portata di mano. Énard è tenore di appetiti romanzeschi pantagruelici, non un crooner da fast food di “pura narratività” o uno svelto accordatore di “letteratura emotiva” (un ragazzo e un[a] ragazzo/a, qualche canzone in lingua atlantica, Rimini ed erotismo ricreativo): ha un far grande di natura, il movimento è il largo romanzesco con caroselli comici (o drammatici) che reggono la cartapesta del romance.

Insomma, è gioia sfrenata per il lettore in fuga dai tinelli e litorali letterari. Colpisce quel suo piantarsi sulle gambe e far materia e suono della tradizione francese, come un grande interprete: se ne appropria e la ricanta con la sua voce. Un tenore e un guitto.

Luogo del romanzo è Pierre-Saint-Christophe, nel cuore del cuore della Francia profonda (il paese è situato tra un fiume e un Cristo in croce, calvario di crocevia che segna il confine con la Vandea vicina e misteriosa: a Ovest ci sono gli chouans, che occupano tutto il territorio fino all’oceano).

Ma importante è anche la abbazia di Saint-Pierre de Maillezais (qui in figura di Thélème rabelaisiana), nel cui refettorio monastico Énard mette in scena il gran “Banchetto della Confraternita dei becchini”. Un paese come tanti del Marais, non fosse per il “Banchetto”, dove il “Meraviglioso” è di casa: qui la “Ruota del Tempo” si diverte a rimettere in circolazione dentro nuovi corpi le anime dei defunti, alle cui spoglie prestan le cure i becchini.

Luogo centrale del borgo è il Bar-Pesca, dove si incontrano i componenti del coro romanzesco: il gran cerimoniere Martial, sindaco del paese e titolare della locale impresa di pompe funebri; Thomas, proprietario del Bar-Pesca, infatuato della parrucchiera a domicilio Lynn Guérinau, che invece aspetta il principe; Lucie, bella orticoltrice e attivista, malmostosa solo all’apparenza; suo cugino Arnaud, detto Nono detto il Babbeo, un calendario vivente, che interrogato recita le effemeridi senza sbagliare un colpo e in un ordine tutto suo; Max, artista parigino in fuga dalla capitale, con una bella casa e una grande stanza dove lavora all’opera della vita, o almeno così crede.

Insomma, un bel cast di caratteristi e in forma. Ci sono tutti i temi della contemporaneità (la campagna, la donna, il pianeta), i cui fili sono inseriti nell’ordito romanzesco, ma non si bamboleggia ecologia, tantomeno si berciano recriminazioni o si alzano lai identitari.

Si lavora duro e ci si arrabbia, quando i dominanti esagerano si va in piazza e ci si batte con i poliziotti. Si usa il computer per dare senso all’attività contadina, si cerca il modo di stare alla larga dagli uffici pubblici e si va al centro commerciale della regione solo per necessità. Tutto questo entrerà nel sangue dell’antropologo e sarà un balsamo.

La prosa di Énard è un lieve sussultare della terra, dove si fanno strada parole e frasi che vanno in fila, attraversano campi e luoghi diversi per unirsi e far romanzo: è il modo del romance, il ribaldo antagonista del normativo novel – e tornerò presto su questa bella storia (l’uno sta all’altro come il diavolo sta all’acqua santa: sicuri?).

L’epicentro di tutto quel sussultare non si sa dove sia, lo si percepisce fin dall’inizio a far da sezione ritmica e da sciamano, come il contrabbasso di Charles Mingus – e poi si arriva: il capitolo del “Banchetto della Confraternita dei becchini”. Cataclisma letterario e inno alla libertà romanzesca. Non toglierò al lettore il piacere di arrivare digiuno a quel bendidio. Sarebbe un delitto di lesa lussuria letteraria.

Ancora una volta Énard delizia il lettore, a cui non fa mancare nulla e aggiunge anzi un nuovo mondo in lettere: la campagna dell’Ovest francese con il sortilegio delle acque del Marais Poitevin (c’è una gita di David e Max con rispettive ragazze a un paradiso di canali e scampoli di terre emerse, da gran guitto), dopo gli Orienti “reali” (sempre, tra virgolette) e inventati di “Bussola”, i paradisi e inferni della “Zona” e il gran viaggio in treno verso la Siberia di “L’alcol e la nostalgia (un classico: Russia e treni).

Énard è l’ultimo dei grandi romantici francesi: Dumas padre e Dumas figlio insieme, sarebbe stato a suo agio davanti all’obiettivo di Nadar, come il gran visionario par excellence: Victor Hugo. Non a caso il narratore ha portato con sé “Novantatré”, l’ultimo romanzo del gigante («Ha stile, quell’Hugo», il commento di Mazon/Perec).

Sono andato a prendere il libro di Hugo e l’ho aperto: «La storia ha la sua verità, la leggenda ha la propria […] La verità leggendaria è l’invenzione che ha per risultato la realtà. Del resto, storia e leggenda hanno lo stesso fine: far trasparire l’uomo eterno sotteso all’uomo momentaneo» – e poi tutto un dire del bosco e la Vandea. Non potevo resistere: sono finito a leggere Énard e Hugo in parallelo.