Passerelle milanesiCome i grandi brand ignorano la questione della sostenibilità della moda

La Fashion Week di Milano ha sottolineato l’importanza del mercato costituito dai giovani. Si è contraddistinta su tutti Prada, che nella sua presentazione ha lanciato dei punti di riflessione su ciò che significa sexy e positività corporea per le nuove generazioni. Nessuna menzione invece da parte delle grandi firme in merito al problema dell’impatto ambientale del settore

(AP Photo/Antonio Calanni)

Nell’articolo pubblicato da Linkiesta lo scorso martedì concludevo il mio ragionamento sull’importanza numerica e i nuovo sistema valoriale delle Genz+Millennium (il 60% dei consumi del lusso a partire dal 2025) sottolineando in particolare l’importanza del mercato costituito dai giovani cinesi. Auspicavo pure una particolare attenzione degli operatori verso questo straordinario nuovo dato: solo laggiù 210 milioni di consumatori attivi.

E in effetti qualche conferma dalla Fashion Week milanese è arrivata. In particolare dalla sfilata di Prada tra i pochi brand di prima linea ancora di proprietà italiana e – particolare non irrilevante – quotato in borsa nel 2011: ma ad Hong Kong.

Lo scorso venerdì 25 dunque qualcosa di inedito è accaduto: Prada ha dato vita una sfilata contemporaneamente in atto a Milano e Shanghai: stessi capi ma modelle diverse in movimento nel medesimo istante per due spettacoli simultanei, uno alla Fondazione Prada a Milano e l’altro al Bund One di Shanghai.

Alla Fondazione Prada, grandi schermi a Led sono stati posizionati intorno alla passerella i feed live hanno permesso di potuto vedere quanto accadeva simultaneamente al Bund: tutto recepibile anche online ovviamente.

Uno dei punti forti della presentazione è stata la riflessione su ciò che significa sexy oggi (la collezione proposta è quella per la primavera-estate 2022). Le giovani generazioni mostrerebbero un nuovo tipo di positività corporea: questo almeno quello che Miuccia Prada e Raf Simons hanno cercato di comunicare: Seduction, Stripped Down è il nome hanno dato alla collezione.

Negli appunti che hanno accompagnato la sfilata si legge così: «Abbiamo pensato a parole come elegante, ma questo sembra così antiquato. In realtà, si tratta di un linguaggio di seduzione che riconduce sempre al corpo. Usando queste idee, questi riferimenti a pezzi storici, la collezione è un’indagine su cosa significano oggi».

Le riflessioni della moda da sempre sono di questo tipo. Niente di male, ma oggi appare decisamente insufficiente. Totalmente ignorato – qui come altrove – è stato il discorso sulla sostenibilità delle produzioni di questo settore. Nonostante gli innumerevoli annunci nessuno tra i brand di prima linea ha neppure lontanamente menzionato il problema: che però resta lì in tutta la sua drammaticità.

Eppure proprio Milano tra pochi giorni è previsto Pre-Cop26 manifestazione in preparazione dell’allarmata conferenza Onu (Cop26) sui cambiamenti climatici. La manifestazione milanese per altro viene introdotta oggi, 28 settembre, da Youth4Climate (Giovani per il clima) che porterà nella capitale lombarda 400 giovani esponenti dei movimenti giovanili provenienti dai 197 paesi del mondo che hanno firmato la Convenzione ONU.

Eppure è già stato annunciato il Fridays for Future del prossimo 1 ottobre quando il movimento creato da Greta Thunberg si appresta allo Sciopero Globale per il Clima: con manifestazioni previste in 70 piazze solo in Italia. Per chiedere che la crisi ambientale venga affrontata realmente, e non a parole, dai decisori politici, come dai responsabili dei settori produttivi più inquinanti.

Le passerelle della fashion week milanese? Nel frattempo – con un tempismo surreale e schizofrenico al tempo stesso – hanno già sbaraccato.

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