I nostri picchiatelli Red Ronnie, Freccero, Morrissey e altri bluff della nostra giovinezza

Una volta il conduttore del Roxy Bar era un idolo degli adolescenti, ora si rifiuta di mostrare il suo greenpass (pur avendolo!) al custode del museo di Messina. L’altro, invece, era considerato un genio della tivù, ma ora snocciola teorie del complotto imbarazzanti anche per l’utente medio dei social

LaPresse - Andrea Negro

Per capire che c’è stato un tempo in cui avere il numero di telefono di Red Ronnie valeva più di quel che oggi vale avere il numero di Roberto Burioni, dovete essere state vive negli anni Ottanta.

Quel decennio in cui, se eri una quindicenne i cui picchi ormonali erano causati da un cantante, mica potevi scrivergli su Instagram. Dovevi fargli le poste fuori dai palasport. Red Ronnie, bravo come oggi lo sono certi influencer a capire quale fosse la zona di mercato scoperta, si appropriò del mercato adolescenziale: era quello che prendeva sul serio i Duran Duran, e di riflesso noialtre sceme con accessori Naj Oleari.

A Bologna, nel liceo privato che frequentavo – seduta nel banco davanti a una tizia che era andata fino a Sanremo a vedere Terence Trent d’Arby da vicino, e di fianco a una tizia che sveniva per Morten Harket – il nome di Red era leggendario. Non importa se la leggenda fosse vera quanto quella degli alligatori nelle fogne di New York: noialtre ragazzine ricche e capricciose volevamo credere che Red, se ti prendeva in simpatia, potesse portarti nel camerino di John Taylor (che tutte ci volevamo sdraiare, tranne la tizia che scrisse un romanzo fingendo che l’oggetto del desiderio fosse Simon LeBon, e tutta la pubblicistica le credette senza verificare la notizia).

Avanzamento veloce. Otto anni fa. Ho passato i quaranta, e – nella città in cui decenni prima m’accadde di ripetere gli anni di liceo abbastanza volte da ambire a essere groupie sia degli Spandau sia dei Duran – Luca Carboni fa un concerto con molti ospiti. Tra i quali un amico (di Carboni, ma pure mio), nel cui camerino mi trovo quando entra Red Ronnie.

La prima cosa che scopro è che non sa fare conversazione. Non capisce i toni degli interlocutori, si offende, mitomaneggia che Vasco Rossi morirà entro Natale (è dicembre) senza rendersi conto che gli stiamo tutti ridendo in faccia. La prima cosa che penso è: ma è possibile che la mia giovinezza sia stata costellata di punti di riferimento imbecilli. (Fa però una notevolissima imitazione di Vasco: una qualche qualità doveva pur avercela).

Il fatto è che è difficilissimo sopravvivere all’essere stati un punto di riferimento non ortodosso del pop italiano di fine Novecento, quando squarciagolavamo che fosse un piacere e un privilegio essere investite da un autobus a due piani, non sospettando mai che fosse un auspicio fesso, né che Morrissey sarebbe presto diventato il reuccio degli impresentabili.

Ricopio da una storia di copertina di vent’anni fa della rivista parigina L’Express: «Cet ancien situationniste de 53 ans, au franc-parler peu commun, est l’une des intelligences les plus décapantes de la télévision en Europe». L’anziano situazionista dal non comune parlar franco e dall’intelligenza destabilizzante nel frattempo di anni ne ha 73, si chiama Carlo Freccero, e ieri era sul Foglio in un’intervista che faceva sembrare reali e razionali i picchiatelli dei gruppi antivaccinisti di Facebook.

«Siamo continuamente controllati. Se fai un abbonamento a Sky ti recitano il rosario delle cose che possono fare con te: “Mi dà l’assenso alla profilazione dei dati?”. Appena apri il cellulare, ti offrono ciò che desideri. Lo sanno. Finiremo schedati col green pass. Con il ricatto della paura alimentata dai media. Sai chi ha scritto la prefazione al libro di Schwab?. L’ha scritta John Elkann, il padrone che ha svenduto la Fiat e poi ha fatto il gruppo Gedi. E infatti nulla di quello che dico finisce sui giornali».

Forse, Carletto, i giornali omettono questi tuoi virgolettati per non farti sembrare picchiatello. Forse non lo fanno tanto per rispetto nei tuoi confronti; forse lo facciamo per salvaguardare il ricordo della nostra gioventù. Quando ti ritenevamo un grande intellettuale (nel Novecento eravamo sensibili al bluff quanto ora, ma si notava meno).

Altro avanzamento veloce. L’altroieri. Red Ronnie – che a dicembre ne compie 70 ma si fa ancora chiamare col nomignolo, e nessuno mi convincerà che ciò non rappresenti un deficit cognitivo – pubblica su Facebook un video in cui è a Messina. Voleva andare a vedere due Caravaggio (plurale in redronnese: caravaggi).

Non l’hanno fatto entrare al museo giacché – fate attenzione: sembra un colmo dei colmi ma è tutto vero – mister Ronnie si è sì fatto il greenpass (da quel che sembra di capire: con un tampone, mica col vaccino), l’ha sì esibito per prendere un aereo per la Sicilia, ma arrivato al museo ha improvvisamente deciso che passino medici, infermieri, hostess di terra e hostess di bordo, ma che a chiedergli il greenpass sia un custode di museo vìola inaccettabilmente la sua privacy. Chissà se si è consultato con Freccero e hanno concordato di ritenersi inaccettabilmente controllati da Speranza, dal custode del museo, e pure da Sky.

Mentre Red Ronnie si faceva prendere per il culo da chiunque, essendosi fatto violare la privacy dall’intera filiera turistica, Zuckerberg compreso, tranne che dal bigliettaio del museo (se questa storia la sceneggiassi io, RR sarebbe innanzitutto offeso che non gli abbiano offerto un biglietto omaggio; a lui, che probabilmente ha portato la zia del bigliettaio nel camerino di Simon LeBon: è proprio un mondo ingrato); mentre RR faceva il situazionista, Freccero faceva il retroscenista, spiegando a Salvatore Merlo, che lo intervistava per il Foglio, che «il fatto che Mario Draghi sia al potere, senza mai essere stato eletto, è molto importante. Come pure lo è il fatto che Mattarella sta tutti i santi giorni da Macron». Macron, quell’usurpatore che gli scippa la copertina dell’Express.

Macron al posto di Freccero, e dei reduci dei Sanremo degli anni Ottanta. Ora scusate, devo andare a rivedere gli Smiths in playback al Palarock. E a chiedermi se ci sia qualcosa che accomuna un cantante inglese e un intervistatore italiano che in quei giorni erano le star del festival della canzone. E che trent’anni dopo avremmo ritrovato picchiatelli e vegani, senza capire cosa fosse andato storto.

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