Lunedì magroNon è vero che ciascuna è carina a modo suo, però possiamo anche fregarcene

Se sei un’adulta che non fa del suo aspetto un mestiere retribuito, e frigni perché la tua ambizione è essere la bella del ballo e non lo sei, il tuo essere grassa è un problema minore dell’essere scema

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Mentre scrivo questo articolo non so ancora se, quando vi sveglierete e lo leggerete, Kate Winslet avrà vinto un Emmy per “Omicidio a Easttown”, cioè un Emmy per l’eroica impresa d’aver fatto vedere un rotolo di pancetta dimostrando al mondo che le cesse hanno diritto d’esistere.

Il fatto è che il mondo non aveva bisogno di quella dimostrazione; il fatto è che la magrezza è molto sopravvalutata, e lo dico perché la magrezza è l’uva e io sono la volpe, certo – ma non solo.

Quasi dieci anni fa scrissi un ebook sull’ossessione per le diete, e recentemente, mentre partecipavo a una conversazione sull’opportunità di aggiornarlo e ripubblicarlo, ho pensato: certo che avevo ben bizzarri interessi, dieci anni fa.

Cioè: evidentemente m’interessavano gli altri. Perché, per quanto si porti dire che vogliamo piacere innanzitutto a noi stesse, il corpo è un tema altrui: io mica mi vedo. Se non vivi in una casa foderata di specchi, o se non passi il tempo a filmarti a scopo di Instagram o simili, o se non fai la conduttrice televisiva, l’aspetto che hai è affare degli altri.

Da giovane ho lavorato per una conduttrice televisiva che passava il tempo a guardarsi nel monitor di servizio: mi sembrava un incubo, sapere in ogni momento come ti stanno vedendo gli altri; avanzamento veloce di venticinque anni, ed eccole tutte lì, a guardarsi nel telefono per controllare come vengono su Instagram. A essere seduttive a tempo pieno. Ad abitare volontariamente un incubo.

Quella me men che quarantenne cui interessava la magrezza, quella che badava a essere seduttiva, mi sembra una che non ho mai conosciuto. Ne ho conosciute altre, simili a lei, e di alcune sono anche amica, e sono lieta che ci tengano al loro aspetto: mi fa piacere guardare delle signore bellocce, quando sono a cena con le amiche.

Ho usato «seduttiva» come sinonimo di «magra», sì. Essere magra è un impegno: non puoi non badarci troppo a lungo, non puoi mangiare come fosse Natale tutti i giorni come ho fatto io negli ultimi dieci anni.

È una fatica che fai in cambio d’una qualche forma di seduzione: dell’essere complimentata dalle amiche, dell’essere quella cui cascano meglio addosso i vestiti (che sono fatti per cascare sulle stampelle, non sui rotoli), del risultare interessante a uomini che vogliono di fianco una donna invidiabile. Invidiabile, cioè magra.

Essere magra è un lavoro ma è la via più semplice per la seduzione, se la natura t’ha dotato di una buona base, lineamenti regolari e altri generi di prima necessità. Certo che, se sei cessa e dimagrisci, sarai una cessa magra; ma, se sei Kate Moss, sarai gnocca anche in jeans e maglietta; se sei Ashley Graham, ti serviranno trucco e parrucco e corsetti.

Ma siamo sicure che essere seduttive sia una priorità sensata per un’adulta?

Se la tua ambizione non è essere un’atleta o una modella, nessuna delle cose importanti che otterrai dipenderà dall’aderire ai canoni di bellezza (che esistono, certo che esistono: mi chiedo come ci resteranno male le quindicenni di oggi quando usciranno dalla quindicennitudine e scopriranno che la mamma, Tik Tok, le riviste femminili, tutti hanno mentito, e non è vero che ognuna è bella a modo suo).

Shonda Rhimes non era magra quand’è diventata multimilionaria. Angela Merkel non è stata magra per un solo giorno di governo. Diana Spencer era magra, e guardate che fine ha fatto; Sarah Ferguson era grassa, e lo è ancora, essendo ancora viva.

Se sei un’adulta che non fa della bellezza un mestiere retribuito, e frigni per l’esistenza dei canoni estetici perché la tua ambizione è essere la bella del ballo, il tuo essere grassa è – te l’assicuro – un problema minore dell’essere scema.

In quella spaventosissima serie che è “Impeachment” – in cui è ricostruita la vicenda di Monica Lewinsky e Bill Clinton, e tutti sappiamo che finirà malissimo e, come il pubblico di “Zivago” in “Palombella rossa”, urliamo al Clinton nello schermo di tenerselo nei pantaloni ma lui non ascolta – c’è un momento in cui Monica dice a Linda Tripp che sta a dieta perché Bill non si fa vivo da settimane ma casomai la chiamasse vuol essere in forma. Se neanche la scemenza d’una ventenne che s’è rovinata la vita vi fa capire che la tensione alla magrezza è imbecille, io non so cosa fare per voi (o per la me di dieci anni fa).

Giorni fa una giornalista quarantaduenne, Monica Papagna, ha spiegato su Instagram che, ogni volta che pubblica una foto in cui mangia un dolce, le arrivano commenti che le dicono che è inutile faccia sport se poi mangia i dolci, che dovrebbe cambiare alimentazione, che – tutti danno per scontato che voglia dimagrire.

Elisa Motterle, una docente di buone maniere che seguo nella speranza di smettere finalmente di mangiare gli spaghetti con le mani, ha ripubblicato questa vicenda sottolineando un dettaglio importante: quelli che ti dicono che dovresti dimagrire valgono quanto quelli che ti dicono che sei bellissima. Auspica, la Motterle, che si passi dalla body positivity alla body neutrality; che è un’utopia interessante, ma appunto: un’utopia.

Il corpo è una tema, certo che lo è. Lo è se sei il principe Harry e vai sulla copertina di Time per le buone cause e tutti ci chiediamo solo se tu ti sia fatto il trapianto di capelli. Lo è se sei un bonazzo delle Olimpiadi sul quale le spettatrici si permettono commenti che, se li azzardassero gli spettatori su un’atleta, verrebbero come minimo liquidati come trucidi. Lo è se sei Zoë Kravitz e vai con un vestito a rete da pesca alla festa del Met, e quando qualcuno nota che sei mezza nuda dici che è un commento «colonialista».

Lo è, soprattutto, se la tua attività social consiste nel pubblicare tue foto. Se mi mostri la curva delle anche (quelle cellule stanche), cosa devo commentare: le tue glosse alla “Critica della ragion pura”?

Certo che chi ti dice che sei un cesso potrebbe essere meno maleducato, ma anche tu potresti essere più risolta e non aver bisogno dei «sei la più bella del mondo» che commenteranno in maggioranza il tuo autoscatto in bikini. Se vado in televisione a dire cose intelligentissime, sarò innanzitutto quella cicciona dentro al televisore: «Mica è colpa nostra, la televisione è fatta di immagini», diceva Beniamino Placido molti decenni prima della maleducazione social.

Il corpo è un tema anche mentre neghiamo lo sia: la Papagna spiegava che lei si piace e non la turbano i commenti, e lo faceva in video nei quali aveva tutti i filtri possibili. Cancellettiamo body positivity, e poi scartiamo centocinquanta autoscatti prima di pubblicarne uno.

Vi diranno che è questione di salute: staranno mentendo. Poco tempo fa un medico mi dice che certi nei che mi sono venuti sono dovuti a picchi d’insulina. Mi suggerisce di controllare se sia diventata diabetica. Lo racconto a un’amica. È una persona sana di mente e mi vuole bene, ma è convinta che la magrezza sia la massima ambizione umana. All’amica vengono gli occhi a cuore e mi dice che la madre di non so chi, da quando le è stato diagnosticato il diabete, è dimagrita tantissimo. Me lo dice come avessi un cancro e avessero scoperto una cura risolutiva. A me viene da ridere: «Io però preferirei non avere il diabete». Lei prova a dire che certo, cosa c’entra – ma viene da ridere anche a lei.

Dieci anni fa intervistai Courtney Love. Era d’una magrezza fragile, e – sebbene non le avessi chiesto niente, ma giacché il corpo è un tema – mi giurò che mangiava, mi disse che tutti erano preoccupati ma lei non riusciva proprio a ingrassare. Anni prima era stata brevemente grassa, avevo una sua foto di quel periodo sul frigo (ve l’ho detto: m’interessava la magrezza). Non gliene chiesi conto, perché la signora Love aveva già, un paio d’anni prima, dato la risposta risolutiva: «Pesavo 87 chili e mi facevo fotografare da Vogue Italia. Il problema è che io mi trovo sempre fighissima, non importa quanto ingrassi».

Il fatto è che il corpo è un tema; ma il fatto è anche che quella di Love è l’unica frase sul tema in cui mi sia mai riconosciuta; ma il fatto è anche che Kate Winslet non è una gran testimonial per la causa delle cesse: non riuscirebbe a essere cessa neanche con rotoli molto più prominenti e sballonzolanti di quelli che ce l’hanno fatta percepire eroica.

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