Achille e la tartarugaLa continua rincorsa dell’intelligence per adattarsi alle nuove minacce globali

Spie e alti funzionari delle agenzie fanno fatica a trovare nuovi metodi e strumenti per affrontare i pericoli delle nuove generazioni di terroristi perché spesso sono addestrati per combattere guerre simili a quelle del passato, come spiega un articolo dell’Atlantic

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Cia e Fbi avrebbero potuto smascherare e forse fermare i piani terroristici dell’11 settembre molto tempo prima degli attentati. La Cia, ad esempio, già nel 2000 aveva identificato due sospetti terroristi che partecipavano a una riunione di al-Qaeda in Malesia, avevano i loro nomi completi e avevano scoperto che uno dei due aveva un visto statunitense. Informazioni di cui erano in possesso in totale una cinquantina di alti funzionari dell’intelligence, ma che nessuno ha saputo usare a dovere. La rivelazione arriva dalle colonne dell’Atlantic, in un articolo firmato da Amy Zegart – membro dell’Hoover Institution della Stanford University e autrice di “Spies, Lies, and Algorithms: The History and Future of American Intelligence”, che è in pubblicazione.

Amy Zegart indica «23 occasioni in cui l’intelligence americana avrebbe potuto fermare il complotto». E non solo: «Quando la Cia alla fine ha rivelato tutto all’Fbi, 19 giorni prima dell’attacco, l’ufficio del Bureau ha avviato un caccia all’uomo catalogandola come “routine”, il livello di priorità più basso, e l’ha assegnata a un agente speciale che aveva appena finito il suo primo anno di servizio. Non per errore: per l’Fbi raccogliere informazioni per fermare un potenziale attacco terroristico era sempre stato meno importante che catturare autori di crimini passati», scrive l’autrice.

Nell’articolo si legge anche che non sarebbe stato nemmeno così difficile trovare i due attentatori negli Stati Uniti: ad esempio, usavano i loro veri nomi per qualsiasi transazione. Uno dei due era persino nell’elenco telefonico di San Diego. Proprio nella città della California entrarono in contatto con diversi uomini dell’antiterrorismo dell’Fbi. E si tratta dei due terroristi che hanno dirottato il volo 77 dell’American Airlines contro il Pentagono.

In parole povere: due terroristi non avevano bisogno di identità segrete o di piani particolarmente complessi per raggiungere il loro obiettivo, avevano solo bisogno che Cia e Fbi operassero come avevano sempre fatto.

Sono passati vent’anni dal giorno degli attentati. È stato il peggior attacco terroristico sul suolo americano, un momento che ha segnato la memoria collettiva di tutto il mondo: sono morte quasi 3mila persone, è cambiata la vita di un’intera nazione, sono iniziate guerre che hanno attraversato decenni.

«L’11 settembre è il peggior fallimento dell’intelligence americana in più di mezzo secolo. È stato un attacco a sorpresa – prosegue Amy Zegart nel suo articolo – che non avrebbe dovuto essere una sorpresa. La verità è che le agenzie di intelligence americane hanno visto arrivare il pericolo ma non sono riuscite a fermarlo perché erano addestrate per combattere un nemico diverso, di un’epoca passata».

L’11 settembre ha convinto gli Stati Uniti e l’Europa a ripensare i propri servizi di intelligence. Un mese fa il generale Ken McCallum, direttore del servizio di sicurezza (MI5), l’agenzia britannica di antiterrorismo e di controspionaggio, ha ricordato che gli attentati portarono «i servizi di spionaggio occidentali a dedicare attenzione e risorse senza precedenti per contrastare le minacce terroristiche».

Ma oggi potrebbe essere cambiato nuovamente lo scenario. «Le spie statunitensi sono diventate brave nel contrastare al-Qaeda, ma questa non è più il problema, non come lo era prima. Il panorama delle minacce globali è diventato molto più complesso: i pericoli sono rappresentati da attacchi informatici, Paesi come Cina e Russia, proliferazione nucleare in Iran e Corea del Nord, conseguenze del cambiamento climatico. E ancora una volta, le agenzie di spionaggio stanno facendo fatica a tenere il passo», scrive l’Atlantic.

Esattamente come accade a molti eserciti, i funzionari dell’intelligence sono spesso lasciati a combattere una guerra con armi del passato, con tecnologie e convinzioni obsolete, anche di fronte a pericoli nuovi.

Questo accade perché le agenzie governative sono fatte su misura per combattere il nemico che già conoscono. Anche se nel frattempo questo si aggiorna, assume forme nuove. Così gli Stati tornano a essere vulnerabili.

«Per tutti gli anni ’90 le agenzie di spionaggio americane hanno avvertito del crescente pericolo di al-Qaeda, ma le istituzioni sono rimaste bloccate nella Guerra Fredda. Il denaro è stato investito in tecnologie che potevano contare le testate sovietiche dallo spazio, ma serviva un’intelligence più adatti a contrastare i gruppi terroristici».

Un esempio della lentezza, burocratica e formale, delle istituzioni arriva dall’Fbi americano. Il Bureau aveva formalmente dichiarato il terrorismo la sua priorità numero 1 già anni prima dell’11 settembre, ma nel 2001 solo il 6% del suo personale lavorava sull’antiterrorismo e gli agenti speciali dell’Fbi avevano più giorni di ferie che giorni di addestramento antiterrorismo.

Negli ultimi vent’anni le agenzie di intelligence sono state riorganizzate e rinnovate per combattere il terrorismo. Era inevitabile un percorso di questo tipo.

«Ma le minacce non si fermano mai. Oggi, le agenzie di intelligence avrebbero bisogno di un altro rapido adattamento: intelligenza artificiale, Internet, la biotecnologia e la miniaturizzazione dei satelliti stanno cambiando profondamente l’economia e la politica globali, potenziando vecchi avversari, scatenando nuove minacce e sfidando ogni aspetto del business dell’intelligence», scrive l’Atlantic.

Il generale McCallum dell’MI5 britannico dice, ad esempio, che «l’agenzia riconosce la necessità di “rifocalizzare l’attenzione” sugli attori statali. Negli ultimi due decenni l’attenzione è stata dedicata a gruppi non statali, e questo ha permesso a Paesi come Russia, Cina e Iran di creare nuovi motivi di apprensione: le loro attività nel campo dello spionaggio, del sabotaggio e persino degli omicidi sono diventate sempre più audaci e minacciose».

La Cina, infatti, ha portato avanti programmi di spionaggio per rubare enormi quantità dalle banche dati americane in materia economica e militare; la Russia sta facendo operazioni informatiche per interferire nelle elezioni e minare le democrazie dall’interno; alcuni gruppi criminali stanno conducendo attacchi ransomware contro diverse città americane per danneggiare infrastrutture cruciali.

Nel suo articolo Amy Zegart paragona l’attività di ricerca dell’intelligence al tentativo di trovare un ago in un pagliaio: per quanto si possa essere bravi e attenti, diventa un’attività sempre più difficile da portare a termine in un mondo in cui i pagliai sono ovunque e crescono in maniera esponenziale, perché la quantità di dati sulla Terra raddoppia circa ogni due anni.

La comunità dell’intelligence ha bisogno di una rivisitazione radicale per avere successo in questa nuova era. Un successo che passa da tre elementi chiave.

È sempre più necessario infatti dedicare spazio e risorse all’intelligence open source che permette alle informazioni di passare da un ufficio all’altro; investire su competenze nuove, come quelle scientifiche e quelle del mondo della tecnologia; ricalibrare gli obiettivi per proteggere non solo obiettivi sensibili della politica, ma anche – ad esempio – gli amministratori delegati di società che possiedono e gestiscono infrastrutture cruciali come quelle digitali, molte delle quali vulnerabili a un attacco informatico.

«Navigare nell’era delle minacce digitali – è la conclusione dell’articolo – non sarà facile. Il settore privato risponde agli azionisti globali, non agli elettori americani. La sicurezza nazionale non è solo nelle mani del governo come una volta. Proteggere il Paese dal prossimo attacco a sorpresa richiede un’azione più rapida e una trasformazione di vasta portata dell’intelligence».

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