Il futuro della sinistraLetta deve tornare a dialogare con i riformisti per il bene del Pd (e dell’Italia)

Il segretario dem è prigioniero dell’egemonia massimalista sul Partito democratico che lo sta trasformando in una nuova riedizione dei Ds o del Pds. Per venire a capo degli esiti nefasti dell’alleanza coi Cinquestelle ripropone l’Unione come spazio politico in cui recuperare un flebile dialogo con le forze pro riforme. Ma non basterà

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Tra sabato 11 e domenica 12 settembre, si sono verificati due eventi che seppur hanno ottenuto un rilevo mediatico molto differente si possono ritenere contestuali e in un cento qual modo speculari, come se da due sedi diverse si svolgesse un confronto autentico sul futuro del Partito democratico e della sinistra democratica italiana.

Il primo evento è l’assemblea annuale dell’associazione LibertàEguale, un network che da un ventennio raccoglie le figure più rappresentative della tradizione riformista italiana provenienti dal Partito comunista italiano, dal Partito socialista italiano, dal mondo laico e dal cattolicesimo sociale, oggi chiamato a una riflessione per molti aspetti drammatica per l’indubbio appannamento del progetto riformista incarnato nel Pd.

Il secondo è stato il comizio conclusivo della festa nazionale dell’Unità del segretario Enrico Letta, che fin dai tempi di Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer costituiva un appuntamento decisivo per conoscere la linea politica del partito, e anche in questo caso la tradizione è stata rispettata.

Due eventi dunque significativi che consentono di cogliere a pieno le problematiche nelle quali si dibatte la sinistra e le distanze che ormai separano l’universo riformista certamente più coerente e radicale, da quella sorta di riedizione del massimalismo postcomunista, ripiegato sulla difesa del primato dell’identità di sinistra, nostalgica e impotente, che oggi prevale nel gruppo dirigente del Pd.

L’assemblea di LibertàEguale: la sinistra nell’età post-neoliberista
I punti cardine della relazione introduttiva svolta dal presidente di LibertàEguale Enrico Morando e sostanzialmente confermati dalle conclusioni di Claudia Mancina ruotano attorno a tre questioni dirimenti.

La prima riguarda un giudizio sulla fase storica che stiamo vivendo. Secondo Morando stiamo vivendo una nuova età storica caratterizzata dalla crisi del neoliberismo uscito fortemente indebolito dalla quarta grande crisi del capitalismo tra il 2007 e il 2014 e dalle conseguenze economiche del collasso pandemico e del tutto incapace di ridefinire l’ordine economico mondiale dopo questi due fenomeni mondiali.

Ma il ritorno a una nuova centralità dello stato come regolatore del mercato e dei processi economici attraverso la spesa pubblica e quindi protagonista di una nuova fase espansiva dopo due decenni di austerity non significa per Morando un acritico ritorno a Keynes e a un mero recupero di politiche pubbliche sperimentate nei Trenta Gloriosi, il trentennio dal 1945 al 1975, non si tratta di rifare quello che abbiamo sempre fatto con qualche aggiustamento.

Per due ragioni di fondo: si è fortemente ridimensionato il peso della nazione come contenitore della redistribuzione socialdemocratica, e poi non siamo più soli perché la globalizzazione ha fortemente ridistribuito la ricchezza che è riuscita a moltiplicare. L’Occidente non è più il centro del mondo che può usare le risorse del pianeta per spesare l’aumento dei redditi e il welfare in Europa e nel Nord America.

L’ordine neoliberista ha orientato le componenti fondamentali del capitalismo – distruzione creatrice e sviluppo – secondo una mappa geografia del tutto nuova: in Occidente ha prevalso la distruzione creatrice che ha spazzato via l’economia mista, la grande impresa taylorista, generando un economia terziaria a bassa crescita che ha costretto gli Stati a difendere il welfare con la spesa pubblica. In Asia e in America Latina al contrario si è affermata una crescita sostenutissima che ha spesso “abolito la povertà” e immesso nei consumi e nel benessere quasi due miliardi di persone. Da qui deriva la rabbia e la seduzione populista delle classi medie occidentali che le destre populiste e sovraniste sono riuscite a intercettare.

Riformismo e massimalismo: redistribuire o produrre
Se la sinistra risponde alla nuova ortodossia economica post-neoliberista in gestazione con l’evocazione di un impossibile e velleitario nostos al passato come se non fosse politicamente pensabile di fronte di un ritorno dello stato nell’economia se non quello che era stato elaborato nel secolo socialdemocratico, commetterebbe un gravissimo errore che le precluderebbe di costruire ogni progetto per guidare le società occidentali in questo nuovo cammino.

Per Morando, il centro di questo ritorno è il primato della redistribuzione della ricchezza patrimoniale assunto nella cultura politica dominante nel Pd ma anche in tutte le componenti massimaliste di molti partiti socialisti, mettendo in secondo piano il tema fondamentale della produzione della ricchezza stessa.

Se il compito della sinistra è far piangere i ricchi e confliggere per sottrarre ai pochi miliardari le loro ricchezze ingiustamente detenute per distribuirle a chi sta ai piani bassi della piramide sociale, il fallimento è dietro l’angolo perché rinuncia ad aggredire i meccanismi che incrementano la dimensione della torta da redistribuire.

La sinistra deve mettere al centro il tema della produzione, dell’occupazione, delle dinamiche dei mercati globali e chiamare lo Stato non a garantire solo protezione sociale, ma a farsi carico di favorire i processi economici perché solo dentro la crescita si pongono la diffusione del benessere.

Se tutto questo approccio è fondato, propone Morando, si riaprono scenari del tutto nuovi per ripensare la democrazia economica nella quale attribuire al lavoro quote crescenti di proprietà delle imprese attraverso il risparmio popolare, sottratto ad allocazioni improduttive e rimesso in circolo nei processi produttivi.

E questo processo chiama a un nuovo ruolo il sindacato, ora ridotto alla difesa sempre più corporativa dei redditi dei lavoratori dipendenti, ma mette anche al centro il tema dirimente della formazione dei lavoratori nell’economia della conoscenza per rafforzarli nel mercato, e anche quello del governo dell’immigrazione.

Letta l’unionista
Sul piano politico, queste due linee divergenti si sono tradotte in una spaccatura tra riformisti e massimalisti estremamente chiara e forse mai così profonda, emersa nella difficile congiuntura del passaggio tra il governo giallorosso del Conte II e quello multicolore di Mario Draghi.

Il primo può essere definito il governo della redistribuzione assistenzialista e statalista, il secondo quello del rilancio produttivo, di un keynesismo maturo e consapevole. Per Morando, il Pd e le altre forze politiche riformiste che si candidano alla guida del paese si devono impegnare nella costruzione di un soggetto politico che faccia propria l’agenda Draghi anche dopo la fine del suo governo: non il partito di Draghi ma un partito per Draghi.

Dal palco della festa dell’Unità purtroppo Letta non ha dato nessuna risposta alle domande implicite della relazione di Morando, ma pur ribandendo la lealtà del Pd al governo Draghi, revocata in dubbio da molti esponenti del gruppo dirigente del Pd (espressione del nucleo più coriaceo dei vedovi di Conte), ha ribadito la centralità dell’alleanza demopopulista come fulcro di una nuova unità delle sinistre, di cui il Pd si fa promotore.

In questo contesto ogni riferimento all’esperienza dell’Ulivo più volte evocato da Letta è fuori luogo perché esso si riprometteva l’opposto: non unire la sinistra, ma unire i riformisti e porli al centro di un progetto politico di una democrazia maggioritaria e decidente.

L’Ulivo è fallito proprio perché vittima delle stesse fratture e divisioni di oggi, e la sinistra per un decennio si è perduta dietro trattini e un incessante rovello attorno alla sua introvabile identità che lasciava emergere l’incapacità di confrontarsi con il mondo nuovo della globalizzazione e di comprendere pienamente l’esperienza della terza via che in quel periodo mieteva successi politici straordinari in nome di un riformismo coerente.

In realtà quello che Letta chiama Ulivo è piuttosto l’Unione, quell’indigeribile calderone di forze da Fausto Bertinotti a Clemente Mastella – oggi da Luigi Di Maio a Matteo Renzi – che fallì la prova ineludibile del governo. Dal comizio conclusivo emerge dunque che Letta è prigioniero dell’egemonia massimalista sul Pd che lo sta trasformando in una nuova riedizione dei Ds o del Pds, e che per venire a capo degli esiti nefasti dell’alleanza coi Cinquestelle, che sembra intravedere, ripropone l’Unione come spazio politico nel quale recuperare un flebile dialogo con le forze riformiste ora disperse in casematte di sopravvivenza.

Sulle pagine di questo giornale Luigi Marattin è intervenuto quasi a rispondere a entrambi gli interlocutori buttando il cuore oltre l’ostacolo – potremmo dire – e facendo un passo di notevole onestà intellettuale, chiedendosi se i riformisti possano ancora stare nel Pd e se non sia necessario riunirli in un soggetto politico nuovo che riprenda le ragioni fondative del Pd ormai completamente cancellate dall’ attuale gruppo dirigente.

La risposta che è giunta dall’assemblea di LibertàEguale è sostanzialmente negativa, basata sull’idea che il Pd sia ancora un partito a leadership contendibile e che le ragioni del riformismo possano ribaltare l’egemonia massimalista attuale. Ma è un no francamente molto flebile: è più un pio desiderio, destinato a restare tale se nessuno in quel partito si assume l’onere di aprire una battaglia vera su questi temi e abbandoni una strategia fondata sui tatticismi e l’arte di sopravvivere.

In ogni caso, ci sono forti dubbi che ciò possa accadere nel breve periodo, mentre si consuma il governo Draghi che avrebbe bisogno di una continuità anche dopo il 2023 e la stagione del populismo grillino è ormai avviata a una fine ingloriosa, con una destra che appare invincibile. Ma Marattin ha rotto un tabù, che come un sasso lanciato nello stagno può animare la morta gora di un dibattito a sinistra ormai in un vicolo cieco.