Nasce la pagina milanese de LinkiestaMilano è la città globale e solidale che i riformisti amano, vediamo di dimostrarlo

È facile caricaturizzare i creativi e gli aperitivi, il marketing e gli eventi, il design e la moda, ma in realtà è il luogo dove si produce e si dona, dove si crea e si restituisce, dove le multinazionali, le imprese artigianali e le aziende del terzo settore si incrociano in un tessuto produttivo, sociale e culturale senza eguali

Federico Lancellotti, Unsplash

Milano è la città che amo. Questo incipit ricorda qualcosa, ma amo davvero Milano come la amano tutti quelli che non ci sono nati né cresciuti ma che sono diventati milanesi dopo aver superato l’iniziale sospetto. Come New York, Milano è una città ruvida e accogliente allo stesso tempo, difficile ma viva, ma dove si diventa milanesi non per ius soli o per ius sanguinis, ma per il solo fatto di abitarci. 

Uno dei leggendari sindaci di New York, Ed Koch, diceva che per diventare newyorchese ti bastano sei mesi e se alla fine dei sei mesi cominci a camminare, a parlare e a pensare più velocemente di prima allora sei davvero diventato newyorchese. Milano è esattamente così, è sempre più veloce, sempre più vitale, sempre avanti rispetto al resto che la circonda. Milano, che fatica. Ma se ce la fai a Milano, ce la puoi fare ovunque.

Me ne sono accorto quando mi sono trasferito in città per la prima volta, nella seconda metà degli anni Ottanta, ma nel mio caso era facile accorgersene perché venivo da Alcamo provincia di Trapani. Eppure ho avuto la stessa sensazione di rinascita quando ci sono tornato dopo alcuni anni trascorsi a New York. Lasciare New York non è mai facile (sono già alla terza citazione di canzoni dedicate alle mie due città preferite), ma lasciare Manhattan per tornare nella Milano che si stava avviando verso la stagione dell’Expo alla fine è stato semplice. 

È facile caricaturizzare la Milano dei creativi e degli aperitivi, del marketing e degli eventi, del design e della moda, del fatturato e di quell’altra cosa che non si può scrivere, ma al di là di questi aspetti sovrastrutturali che la rendono «the place to be», Milano in realtà è solida e solidale. È la capitale industriale, finanziaria e della beneficenza, insieme. A Milano si produce e si dona, si crea e si restituisce, si fanno affari e si accoglie. È il luogo dove le multinazionali, le imprese artigianali e le aziende del terzo settore si incrociano in un tessuto produttivo, sociale e culturale senza eguali. 

Politicamente Milano è Cinquestelle-free, dopo aver conosciuto di prima mano i danni creati dall’antipolitica nel 1993. Dopo l’esperienza grigia del leghista Marco Formentini, che comunque arruolava Philippe Daverio alla Cultura non caricature come Claudio Borghi o Claudio Durigon, si sono alternati sindaci di destra e di sinistra, riformisti e ragionevoli, capaci di guardare avanti e di mettere in discussione lo sterile chiacchiericcio nazionale elevato a ideologia di partito. La visione della città di Gabriele Albertini e la compostezza di Giuliano Pisapia sono gli esempi più eclatanti, ma anche l’ambizione internazionale di Letizia Moratti e soprattutto la capacità manageriale di Beppe Sala. Il sindaco Sala cinque anni fa aveva battuto d’un soffio il socialista Stefano Parisi, in uno scontro tra persone serie e preparate che da allora non si è mai più visto in nessuna altra competizione nazionale. 

Sala si ricandida a Palazzo Marino e con lui, oltre all’assessore Pier Maran che guida la lista Pd e a numerose figure rappresentative della città, c’è un nuovo laboratorio politico liberal-democratico che mette insieme le esperienze riformiste e ragionevoli del paese, ovvero Azione di Carlo Calenda e Italia Viva di Matteo Renzi, con Più Europa di Emma Bonino e le tante iniziative civiche che qui a Milano sono una cosa seria. 

Milano è la città globale e sociale che i riformisti amano, ora vediamo di dimostrarlo.