Blue ratingIl primo sistema di valutazione dell’impatto delle imprese sugli ecosistemi marini

One Ocean Foundation ha presentato la Ocean Disclosure Initiative, un nuovo metodo di misurazione degli effetti delle imprese sugli oceani del pianeta. Il progetto, frutto della collaborazione con Sda Bocconi, McKinsey & Company e Csic, punta a premiare e investire sulle aziende più virtuose

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«Il mare lo abbiamo avuto anche noi a Milano», cantavano Cochi e Renato, e dicevano il vero: migliaia di anni fa la Pianura Padana stessa era sommersa dal mare. «Di fronte al Duomo 600mila anni fa c’erano le scogliere, come testimoniano i ritrovamenti di conchiglie e gusci in viale Byron», conferma Sandro Carniel, oceanografo membro del comitato scientifico di One Ocean Foundation e primo ricercatore del Cnr, sottolineando il legame ancestrale tra l’essere umano e le distese blu del nostro pianeta: «Nel mare c’è il nostro passato e il nostro futuro. Da esso è scaturita la vita, si è generata e continua a generarsi l’aria stessa che respiriamo».

Un futuro, oggi sempre più a rischio, a causa dell’emergenza – largamente preannunciata – del cambiamento climatico, giunto ormai a un punto di non ritorno. Ed è proprio a pochi passi dal Duomo, in piazza Affari, presso la sede della Borsa Italiana, che Carniel ribadisce l’indispensabilità del mare e della sua salvaguardia, in occasione del suo intervento al One Ocean Summit 2021, la prima convention di One Ocean Foundation.

«Se c’è una cosa che ci ha insegnato la pandemia», ha concluso il suo intervento Carniel, «è l’evidenza della fragilità del nostro mondo e di quanto tutto sia interconnesso. Ciò che accade a Milano riguarda ed influisce anche su ciò che accade nell’Artico, e viceversa»

Nata nel 2018 da un’idea dello Yacht Club Costa Smeralda e presieduta dalla principessa Zahra Aga Khan, l’iniziativa italiana per la tutela dell’oceano presenta il primo progetto al mondo per la creazione di un “Blue Rating” internazionale, ovvero un sistema di misurazione e valutazione dell’impatto che hanno le aziende sugli ecosistemi marini. La fondazione ha all’attivo oltre 146 tra progetti e attività con 13.620 giovani coinvolti e 14 partner di rilievo alle spalle, come Allianz, Intesa San Paolo, Rolex, Vichy, Esselunga, e altri.

Il suo nuovo metodo si incentra su una classificazione omogenea “a valle” di imprese e organizzazioni di ogni settore, basandosi su diversi parametri come la strategia di sostenibilità “marina” adottata o l’analisi dei rischi derivanti dalle pressioni esercitate sul mare, e rappresenta il frutto di anni di ricerca e di grandi sforzi compiuti in collaborazione con Sda Bocconi, McKinsey & Company e Csic (Consiglio superiore per la ricerca scientifica spagnolo).

L’obiettivo principale è quello di sensibilizzare nell’ambito della blue economy le imprese, spingendo verso una maggior trasparenza e includendo nell’analisi anche le attività indirette delle aziende – considerato che l’80% delle pressioni sull’ecosistema marino sono generate dalle operazioni di industrie della terraferma – ovvero non direttamente connesse all’ecosistema marino. Il coinvolgimento delle istituzioni finanziarie rappresenta lo step finale del progetto, che mira a diventare un punto di riferimento internazionale in grado di premiare le realtà più virtuose e, così facendo, spostare l’interesse e l’attenzione degli investitori su una maggiore sostenibilità ambientale.

Ma perché proprio gli oceani? I nostri mari svolgono un ruolo chiave anche per quello che riguarda altre sfide del nostro tempo, come l’inquinamento dell’aria. Il 90% dell’aumento di calore generato dal surriscaldamento globale è stato assorbito proprio dalle nostre acque. «Viviamo oramai nell’era dell’Antropocene», commenta Carniel, «dove è l’impronta dell’uomo a modificare le caratteristiche ambientali del pianeta. Un gas serra come la CO2, che ha una concentrazione pari solo allo 0,04% nella nostra atmosfera, è il principale responsabile del riscaldamento globale. Un terzo delle sue emissioni viene sottratto proprio grazie ai nostri oceani, ma più l’oceano si sacrifica in questo processo, più l’acqua si acidifica. Oggi i livelli di CO2 sono i più alti mai raggiunti negli ultimi 400mila anni. La loro crescita è una diretta conseguenza delle azioni dell’uomo e si sta concretizzando in un continuo e repentino aumento delle temperature».

Oceani più caldi significa un incremento del loro volume e, quindi, un innalzamento del livello dei mari, rinforzato anche dallo scioglimento dei grandi ghiacciai di tutto il mondo – se ne perdono circa 295 gigatonnellate annue, per rendere l’idea, è come perdere un equivalente in ghiaccio pari a 3000 volte il peso del Colosseo ogni giorno – un fenomeno destinato a colpire 80-100 milioni di persone residenti nelle aree costiere. Territori, di questo passo, destinati a venire completamente sommersi entro il 2100. Non solo, un oceano caldo comporta anche eventi atmosferici sempre più frequenti ed estremi: un vero e proprio “carburante” per le tempeste.

«Con un nuovo metodo di classificazione, puntiamo ad affrontare quello che fino ad oggi è stato un vuoto: l’assenza di una consapevolezza sul tema da parte delle imprese e, soprattutto, di una metodologia in grado di aiutarle a riconoscere e misurare le pressioni dirette e indirette delle proprie attività sugli habitat marini», ha chiarito Stefano Pogutz, docente di Sda Bocconi e presidente del comitato scientifico di One Ocean.

Per lui «il rischio è che le metriche diventino un sistema puramente finanziario. Per questo è fondamentale mantenere un equilibrio tra ricerca scientifica, terzo settore e aziende». La difficoltà quando si parla di ecosistemi marini, secondo Pogutz, «sta proprio nella complessità e nella grande varietà di indicatori da prendere in considerazione per stabilire un metodo scientifico omogeneo di riferimento».

Per questo motivo il primo paper presentato alle Nazioni Unite, “Business for Ocean Sustainability”, come spiega Jan Pachner, segretario generale di One Ocean Foundation, «ha previsto una “mappatura dell’esistente”, individuando ben 17 diversi settori industriali e stabilendo 11 possibili indicatori di pressione», e aggiunge: «Finora nessun operatore del settore terziario aveva mai lavorato in questa direzione. La sfida è enorme ed è tra le più cruciali del nostro tempo».

Il One Ocean Summit 2021 è stato introdotto da Riccardo Bonadeo, ex-commodoro dello Yacht Club Costa Smeralda e vicepresidente di One Ocean, e dal presidente della Borsa Italiana Andrea Sironi. Tra gli ospiti di rilievo presente anche la direttrice del centro Cmre-Nato di La Spezia Catherine Warner, il presidente del consiglio nazionale Anci Enzo Bianco, l’expedition leader del National Geographic Paul Rose, il senior legal officer delle Nazioni Unite Francois Bailet, il direttore operativo di One Ocean Foundation Giulio Magni assieme al One Ocean ambassador Mauro Pelaschier, il team director e skipper di Lunarossa Max Sirena e Federico Fumagalli, partner di McKinsey & Company.