Tertium daturCasini o Cartabia, due ipotesi per lasciare Draghi al governo e risparmiare il bis a Mattarella

Per mantenere (si spera) SuperMario dov’è e rispettare il “no” dell’attuale presidente a una sua rielezione, serve un accordo tra i partiti per portare sul Colle un terzo uomo o una terza donna. È molto difficile, ma se ne parla

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Il terzo uomo, o per meglio dire la terza donna. Per uscire dal dilemma dell’anno, dall’aut aut kierkegaardiano, vale a dire o il bis di Sergio Mattarella o il trasloco di Mario Draghi da palazzo Chigi al Quirinale. A oggi sembra se non impossibile, difficilissimo. Ma c’è chi comincia a ragionarci su. Ma insomma, veniamo al sodo: il terzo uomo è Pier Ferdinando Casini, la terza donna è Marta Cartabia. Il primo è stato presidente della Camera, la seconda presidente della Corte Costituzionale ed è l’attuale ministro della Giustizia. I curricula ci sono.
Le soluzioni Casini o Cartabia avrebbero il pregio di risolvere due problemi contemporaneamente. Da una parte verrebbero incontro ai desiderata di Mattarella che davvero non vuole essere rieletto. Dall’altra, mantenendo Draghi alla guida del governo (così come vogliono i maggiori partiti), si eviterebbero elezioni anticipate, con grandissimo sollievo degli attuali parlamentari. In più, verrebbe confermata in pieno la sintonia tra i due palazzi più importanti, nel solco della scelta compiuta da Mattarella quando ha indicato l’ex presidente della Bce come capo del governo.
Il problema è che in un Parlamento sfilacciato come questo, con decine di deputati e senatori sbandati e svincolati da qualunque disciplina, tutto è possibile: e lo spettro di una “tonnara” persino peggiore di quella del 2013 è molto realistico. D’altra parte, anche per confermare il credito che l’Italia di Draghi sta costruendo a livello internazionale, sarebbe auspicabile un voto positivo nelle prime tre votazioni. Ma occorre un accordo a prova di bomba.
Infatti, su entrambi i nomi ci vorrebbe un’intesa di ferro tra i partiti, a cominciare da un inedito asse Pd-Lega. Se il rifiuto di Mattarella dovesse risultare inamovibile i due partiti sarebbero costretti a guardare altrove.
Come hanno osservato in molti, forse non è una pura coincidenza il fatto che Matteo Renzi, che secondo alcuni dovrebbe essere l’architetto di queste operazioni “terze”, ha portato a Castenedolo (Brescia) entrambi i due papabili in occasione del decennale della morte di Mino Martinazzoli, forse il massimo interprete della non nutrita schiera dei fautori di una politica “mite” in ossequio a una lunga tradizione cattolico-democratica (molto “bresciana”, si pensi a Montini) più attenta alla composizione che allo scontro. Anche Mattarella veniva da lì. E pure Casini e Cartabia appartengono, pur in ambiti culturali distinti, al mondo cattolico.
Per quanto riguarda Casini, forse egli potrebbe scontare un paradossale doppio veto: da un lato quello di un pezzo di centrosinistra che non dimentica che l’ex leader del Ccd fu per anni stretto alleato di Berlusconi; e dall’altro quello speculare del centrodestra che ancora gli rimprovera il “tradimento” di Silvio e il successivo avvicinamento al Pd. Ma Casini, ridisceso nell’agone peraltro mai disertato nemmeno quando era presidente della Camera, ha via via assunto una certa impostazione compassata, da saggio, in una posizione davvero “terza”, addirittura neutrale, come ha scritto Maria Teresa Meli sul Corriere: ed è questo il suo vero atout.
Marta Cartabia, va da sé, ha un argomento formidabile dalla sua parte: sarebbe la prima donna capo dello Stato. Non è figlia né della Prima né della Seconda Repubblica, non ha “padrinaggi“ politici ma la strettissima vicinanza umana e politica con Mattarella (grande collaborazione quando erano entrambi giudici costituzionali) e l’ottimo rapporto con Draghi che la volle ministra rappresentano due punti di forza.
Ma chi la voterebbe, a scrutinio segreto? In fondo Cartabia sin qui si è messa in evidenza soprattutto per la mediazione sulla nuova legge sulla prescrizione: uno sforzo che è stato apprezzato dal Pd e anche da parti importanti della destra, soprattutto Forza Italia. Il problema, com’è evidente, sta tutto nei Cinque Stelle, il partito di quel Fofò Bonafede “padre” della precedente legge sulla prescrizione. E non è detto che i manettari siedano solo sui banchi dei grillini. Certamente, Marco Travaglio scatenerebbe una campagna d’odio verso la ministra che potrebbe condizionare la situazione. Certo i voti del M5S non li avrebbe.
E non è escluso che la fantasia partorisca altre soluzioni. In casi complicati di solito, a un certo punto, spuntano i nomi dei presidenti delle Camere, stavolta però tagliati fuori per manifesta debolezza politica. Difficile anche che pure in questa occasione il nome venga fuori dalle fila del Pd (David Sassoli, Paolo Gentiloni, Dario Franceschini, lo stesso Walter Veltroni che è figura ormai fuori dalla politica attiva e quindi più trasversale). Come al solito la destra non appare in grado di avanzare candidature credibili, essendo il nome di Silvio Berlusconi forte ma chiaramente di bandiera. Ancora, c’è sempre la figura di Emma Bonino, un’altra candidatura femminile e molto apprezzata trasversalmente, che va tenuta presente. Meno chances sembra avere Romano Prodi, un nome prestigioso che a quanto pare non dispiacerebbe ai contiani.
In conclusione, il terzo uomo, o la terza donna, è un’ipotesi più plausibile di quanto non si ritenga comunemente. Infatti, pur essendo vero che l’unica persona in grado di reggere il confronto con Sergio Mattarella si chiama Mario Draghi, le possibilità che al Colle vada l’attuale premier si assottigliano nella misura in cui cresce, anche nell’opinione pubblica, l’opinione che è bene che questo presidente del Consiglio resti a fare il suo lavoro fino alle politiche del 2023: anzi – come si è lasciato sfuggire Enrico Letta – «almeno» fino ad allora. Perché è certo che forze interne e internazionali si muoveranno perché SuperMario non sloggi da palazzo Chigi, con una formula o un’altra, nemmeno dopo le elezioni.