Social-traditoreEcco perché il Pd ama Giuseppe Conte e disprezza Carlo Calenda

Il Partito democratico preferisce l’ex premier perché non crede a nulla e quindi è pronto a dire la qualunque, mentre il candidato sindaco di Roma è un outsider che esprime i contenuti di un progressismo adulto ed è un problema per il piano strategico populista bettinian-zingarettian-lettiano

Cecilia Fabiano/ LaPresse

Perché il Partito democratico preferisce Conte a Calenda, anzi ama quel jukebox umano che canta a gettone canzoni di qualunque repertorio politico e disprezza quel suo eletto al Parlamento europeo che, grosso modo, esprime i contenuti di un progressismo adulto, cioè fa, nel suo piccolo, ciò che il Pd era nato per fare e che nel suo grande non ha mai fatto, ma sempre in qualche modo, come oggi, osteggiato?

Perché il Pd preferisce chi non crede a nulla e quindi è pronto a dire la qualunque a uno che continua da anni a dire, con una certa coerenza, prima dentro e poi fuori dal Pd, cose non così diverse da quelle che dicono in altri paesi i (pochi) rappresentanti della sinistra vincente, a cui al Nazareno fanno sempre festa, tranne passare in un lampo a provare a fare la pelle ai loro volenterosi epigoni italiani, tutti troppo neoliberali e mercatisti per non essere qualificati, immediatamente, “di destra”, come appunto Calenda.

C’è una risposta ovvia. Calenda si è messo in mezzo al progetto di riconquista di Roma, da parte di un Pd che è, sul piano nazionale, “romano” come mai è stato nella sua breve storia. Ma la risposta è troppo ovvia per essere davvero esaustiva. Calenda non va bene – e quindi non andava bene neppure come candidato sindaco “unitario” a Roma – perché si è opposto all’alleanza organica con il M5S, e al nuovo bipolarismo bipopulista, che il Partito democratico ritiene il quadro più favorevole per l’affermazione della sinistra in Italia.

Anche a prescindere dal fatto che i numeri non sembrano confermare tutto questo ottimismo (Pd e M5S sul piano nazionale stanno dieci/dodici punti buoni sotto la coalizione italo-orbaniana), una siffatta sinistra non diventerebbe la casa né della libertà, né della giustizia, ma del populismo post-sovranista e del qualunquismo social-vittimista, che anziché domandarsi come raddrizzare tutti i fondamentali storti dell’Italia economica e civile – che rappresentano la causa principale delle disuguaglianze e delle iniquità – giocherebbe a fare il Robin Hood che ruba a ricchi per dare ai poveri e ai tedeschi e ai perfidi frugali per dare agli italiani, come rivendica di avere fatto Conte nella sua “veemente” (sic) lezione di etica europeista alla Merkel, nel pieno della pandemia.

Insomma, il Pd preferisce Conte perché Conte è come il Pd ritiene che la sinistra debba essere per sperare di vincere, che è quasi negli stessi termini ciò che chi comanda in Forza Italia (chi comanda in Forza Italia?) sembra pensare rispetto alla destra “bestiale”, brutta, sporca e cattiva, ma vincente e, in quanto tale, dominante. Insomma, il Pd ha incorporato l’oggettivo nel soggettivo, l’ineluttabilità del destino populista dell’Italia nella propria stessa identità politica, come quel che resta di Forza Italia (con eccezioni individuali sempre meno numerose) pensa si debba fare rispetto alla destra sovranista.

Ecco perché il Pd sta facendo a Calenda questa guerra sporca. Perché con le elezioni romane, se succedesse quello che il Pd teme e molti romani sperano – Calenda al ballottaggio – il piano strategico bettinian-zingarettian-lettiano subirebbe un colpo molto duro.

Guardando i sondaggi nazionali, il Pd potrebbe sostenere che non esistono alternative e che le piccole forze politiche liberal-democratiche, compresa quella di Calenda, tutte insieme non pesano la metà dell’attuale M5S contiano e dunque non rappresentano una alternativa, ma semmai (se volessero) un’aggiunta alla coalizione demo-populista.

Ma la politica è fare esistere cose che non esistono e che sono utili, non ricomporre e scomporre quello che c’è e che è inutile o dannoso: gli stessi uomini, le stesse idee, gli stessi vizi, lo stesso menù. Da questo punto di vista proprio il successo della destra sovranista dimostra che tutto in politica può cambiare con una rapidità pazzesca.

Il problema è che nel Pd, come nel vecchio Pci, qualunque prospettiva strategica cessa presto di essere un’ipotesi contingente e reversibile, per diventare una sintesi necessaria, iscritta nella stessa dialettica della storia e dunque indiscutibile.

Così, anche le reminiscenze leniniste finiscono per portare il Pd a ritenere che sia lo spirito del tempo – non una decisione politica opportunistica e rinunciataria da parte di una classe dirigente spaventata – ad avere irrevocabilmente stabilito che Conte sia un fortissimo riferimento di tutti i progressisti e che la sinistra debba convertirsi all’ideologia di grado zero del contismo.

Quindi Calenda, che si mette di mezzo e di traverso, diventa, come un secolo fa i riformisti ostili al bolscevismo, un social-traditore e un social-fascista. Il che dimostra anche che aveva ragione Marx a dire che la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa.

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